CAVARZERANI ANTONIO

CAVARZERANI ANTONIO (1873 - 1966)

chirurgo, amministratore

Immagine del soggetto

Il chirurgo Antonio Cavarzerani (Udine, Civici musei, Fototeca).

Nato il 24 maggio 1873 a Stevenà di Caneva di Sacile da antica famiglia di tradizioni risorgimentali, sesto di nove fratelli, a otto anni fu collocato al collegio Donadi di Treviso, città dove conseguì la licenza liceale; nel 1898 si laureò in medicina e chirurgia all’Università di Padova. Dopo essere stato sei mesi a Firenze per il corso di allievo ufficiale e aver conseguito il grado di sottotenente medico, fu all’ospedale di Treviso come assistente del prof. Cevolotto. All’inizio del nuovo secolo il prof. Rieppi lo chiamò in qualità di comprimario a Udine, dove seppe crearsi un’affezionata clientela. Si distinse come chirurgo, usando ad esempio l’intubazione nei casi di difterite senza ricorrere alla tracheotomia; fu uno dei primi chirurghi ad acquisire più specializzazioni, tra le altre anche in ostetricia. Nel 1904 aprì, affittandone i locali, la sua prima casa di cura in via della Prefettura. Creò inoltre l’ospedale civile di Latisana, dove fu primo chirurgo. Nel 1907 pubblicò cinque opuscoli (Corpi stranieri nel polmone. Clinica chirurgica; L’ernia inguinale diretta nel bambino e nella donna; La mia esperienza nell’ernia strozzata; Ancora un caso di corpo straniero nel polmone; La cura delle lussazioni esposte delle grandi articolazioni), nei quali dava conto delle sue osservazioni su particolari patologie, della sua pratica chirurgica e dei suoi studi. Dal 10 agosto 1908 esercitò la libera professione e fu direttore di una nuova casa di cura per chirurgia, ginecologia ed ostetricia, la quale incontrò l’immediato favore della città e della provincia, pur dimostrandosi presto insufficiente; nel 1912 avviò pertanto la costruzione di una nuova struttura, da lui stesso progettata e dotata di settanta posti letto, che fu inaugurata nel settembre 1913. Nell’ottobre 1910 aveva sposato la nobildonna Caterina Simonutti Masolini di Concordia, nipote del conte Daniele Asquini, dalla quale ebbe tre figli: Maria Teresa, Francesco, Costanzina; il figlio maschio morì nel 1933, a soli diciannove anni, di tumore cerebrale, dopo due anni di straziante malattia. ... leggi Allo scoppio della prima guerra mondiale fu assegnato, come capitano medico, all’ospedale militare principale di Udine che era senza chirurgo, mentre la sua casa di cura, visitata più volte dal re, dal Cadorna e da altri generali, divenne sezione chirurgica per ufficiali dell’ospedale militare. Dopo Caporetto si recò profugo a Firenze, dove gli furono assegnate, come chirurgo, cinque sezioni ospedaliere. Tra il giugno e il luglio 1918 fu capogruppo di un nucleo chirurgico giunto in territorio «dichiarato in istato di guerra» e affiancato a un ospedale da campo. Nel novembre di quello stesso anno, seguendo l’avanzata delle truppe, si fermò a Vittorio Veneto e vi organizzò un ospedale per la cura soprattutto dei molti malati di spagnola. Rientrato poi a Firenze, alla fine del 1918 ottenne il trasferimento all’ospedale militare di Udine con il grado di colonnello medico e il posto di chirurgo primario. In tale veste riorganizzò rapidamente il suo vecchio reparto chirurgico e la sua casa di cura devastata. Nell’ottobre 1928 fu posto in congedo, dopo aver svolto servizio continuativo dall’ottobre 1919 come convenzionato. Sarebbe poi stato richiamato in servizio all’ospedale militare di Udine nel marzo 1940 e ricollocato in congedo nell’ottobre 1943. Particolare attaccamento dimostrò sempre all’ospedale militare udinese, mantenendo cordiali relazioni con gli ufficiali medici in servizio e prestandosi, all’occorrenza, come consulente chirurgo. Il suo sincero patriottismo non lo indusse, tuttavia, a un’adesione immediata al fascismo: s’iscrisse, infatti, al Partito nazionale fascista soltanto nel maggio 1932. La sua fama si diffuse specie a seguito di un delicatissimo intervento cardiochirurgico effettuato con ogni probabilità – ad avviso di Piercarlo Caracci – nel 1918, anche se altre fonti indicano date diverse. In tale intervento C. riuscì a estrarre una pallottola di fucile dal cuore del giovane fante Dante Franzolini, ferito al torace sul Carso nel 1916, malgrado il quadro clinico disperato e previa dichiarazione dei genitori che lo liberavano da ogni responsabilità. Il chirurgo compì «con esito felicissimo», in anestesia generale eterea, l’atto operatorio, durante il quale fu visto il cuore pulsare nella sua mano. Il soldato operato poté condurre poi una vita normale sino alla fine degli anni Sessanta. A testimonianza della perizia da tutti riconosciuta a C. e della vasta popolarità di cui godette nell’intero Friuli, era diffuso il detto tramandatosi per generazioni, allorché s’intendeva alludere a una prognosi infausta: «Non lo salva neanche Cavarzerani». Nella sua lunghissima carriera il «mago del bisturi» effettuò 62.000 interventi operatori. Si fece apprezzare anche per l’«eloquenza espositiva» su temi scientifico-pratici; fu maestro e guida, non solo sul piano tecnico-professionale ma anche umano e deontologico, di molti chirurghi che lavorarono accanto a lui. Operò in diverse strutture sanitarie friulane: oltre che nel nosocomio di Latisana da lui istituito, in quello di Cividale, dov’era chiamato in occasione di delicati interventi chirurgici, nel sanatorio di Buttrio, cui diede vita con alcuni colleghi nel 1930, nell’ospedale psichiatrico udinese e in quello principale di via Pracchiuso. Nell’agosto 1944 la sua casa di cura fu requisita dai tedeschi e sorte analoga subì la sua abitazione; andarono perduti molti letti e attrezzature della sua clinica, che egli dopo la Liberazione, sia pure a malincuore, cedette in affitto, cessando nel contempo l’esercizio della professione. Nel 1954 gli dovette essere amputato l’indice della mano destra a seguito delle ustioni riportate, nel corso dell’attività professionale, dal maneggio dei raggi X. Tenne per sette anni la presidenza dell’ordine dei medici della provincia di Udine, promuovendo cicli di conferenze scientifiche assai frequentate e di grande utilità culturale per la classe medica. Nel secondo dopoguerra, a motivo dell’età, non accettò la proposta di candidarsi alle elezioni politiche, ma mantenne la carica di consigliere della Banca d’Italia in Udine (lo fu pure della Cassa di risparmio, della Banca del Friuli, della Banca popolare cooperativa), nonché di presidente (lo fu ininterrottamente dal 1926 al 1963) dell’Essiccatoio cooperativo bozzoli di Udine, uno dei più importanti in ambito nazionale per impianti, numero di soci ed entità di ammassi. Lo si può annoverare tra i più illustri esponenti della cooperazione serica friulana; fu tra l’altro presidente (e poi commissario ministeriale) della Sezione delle fibre tessili del Consorzio agrario provinciale dalla sua costituzione. Nel marzo 1939 venne nominato altresì presidente dell’Ente di zona per le casse rurali ed artigiane del Friuli, affiancando attivamente, fino all’aprile 1942, il direttore Faustino Barbina. In tale veste gli venne pubblicamente espressa – fu una delle innumerevoli attestazioni di gratitudine ricevute da ex malati da lui “salvati” – la riconoscenza della medaglia d’oro Oddone Fantini, presidente nazionale della Federazione e dell’Ente casse rurali, intervenuto nel dicembre 1939 a un convegno delle cooperative di credito friulane, per le «assidue cure» prestategli dopo essere stato gravemente ferito in guerra combattendo sul monte Sabotino. Acquisì parecchie benemerenze anche nel settore agricolo, come illuminato proprietario terriero: concentrò a Udine l’amministrazione e la contabilità delle sue tenute di Udine, Muzzana, villa Clementina a San Michele al Tagliamento, Caneva, e di quelle della moglie (San Marco e Flambro), ciascuna tuttavia con gestione separata. Diede impulso ad attività di bonifica (fu tra i fondatori dei consorzi di bonifica della bassa friulana e consigliere del Consorzio Ledra-Tagliamento), ammodernò numerose case coloniche e ne costruì di nuove a beneficio dei suoi mezzadri. Scrisse di suo pugno nel 1954 le Norme alle quali deve attenersi l’agente, cui era chiesto di essere costante «esempio di moralità» e dal quale il proprietario doveva essere rappresentato presso i mezzadri «sì con guanti di velluto ma con mano ferma». Fu inoltre presidente di latterie sociali, dell’Istituto Renati, dell’Ospizio marino friulano, amministratore dei beni del comune di Udine, applicando in tutti gli enti cui fu preposto rigorosi criteri amministrativi, e aumentandone l’efficienza e la funzionalità. Uomo profondamente religioso, senza rispetti umani e molto legato agli affetti familiari, fu cavaliere mauriziano, commendatore della Corona d’Italia, decorato della croce di guerra. Si spense il 20 maggio 1966, a quasi novantatré anni.

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Bibliografia

Si veda anzitutto l’affettuosa biografia della figlia poetessa Costanzina: C. CAVARZERANI, Mio padre, chirurgo, Milano, Gastaldi, 1969; inoltre La Casa di cura del dott. Cavarzerani, Udine, «Le Tre Venezie», IV (1928), novembre, 99-100; O. LUZZATTO, Saggio di bibliografia medica friulana (1848-1948), Udine, A. Pellegrini, 1950, 37; P. CARACCI, Storia e attualità della cardiochirurgia al S. Maria della Misericordia di Udine, «AAU», 76 (1983), 63-65; F. BOF, Credito e servizi all’agricoltura nelle campagne veneto-friulane tra Otto e Novecento, Udine, Forum, 2007, ad indicem e in particolare 135; R. MATTIOLI, Dentro la sanità. Strutture, personaggi e testimonianze in Friuli. Con una monografia su Gino Pieri chirurgo, partigiano e parlamentare, Udine, Senaus, 2008, 49-50.

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