CILLENIO GIUSEPPE

CILLENIO GIUSEPPE

poeta

Al nome di G. C. è legata l’attribuzione del Canzoniere adespota di poeta Tulmentino del sec. XVI, manoscritto cartaceo del secolo XIX, copia, conservato presso la Biblioteca civica di Udine, ignoto al Liruti. Fino all’edizione del 1988, tuttavia, gli studiosi erano divisi: il Fattorello optava decisamente per l’anonimato, mentre il D’Aronco e il Cerroni Cadoresì propendono per assegnarlo, pur con diverse sfumature dubitative, a G. C. Il manoscritto proviene dalla raccolta dell’erudito abate Domenico Ongaro il quale, nelle prime due pagine, annotava che il canzoniere era stato acquistato nel 1771 a Tolmezzo dall’amico Francesco Floreani e che questi lo aveva donato al fratello dell’Ongaro stesso. A suo avviso si trattava di «poeta tulmetino del secolo XVI, buon seguace del Petrarca». Il codicetto poi «acquistato per non lieve prezzo» confluì nella biblioteca di Antonio Bartolini  con l’attribuzione non documentata a G. C. Il curatore dell’edizione del testo s’imbatté in un maestro di umanità di quel cognome, attivo a Tolmezzo nel 1546, implicato in una vicenda processuale. Nel documento che riporta il fatto, si legge che un tal Vettor Ianis, protagonista della vicenda, affermava che «disse al Cilenio ch’era maestro de humanità in Tulmegio ch’el facesse ‘de duobus alium’, o che lassasse la mia pratica o che li volevano levare la schuola». Non è difficile ipotizzare che un “maestro de humanità”, anche per esemplificare agli studenti, si dilettasse a comporre versi, dando così prova della sua abilità tecnica e della sua maestria. Probabilmente il maestro è quello stesso cui fa riferimento il Liruti là dove, a proposito del De antiquitatibus Carneae di Fabio Quintiliano Ermacora, scrive: «So che a tal fine nel sec. ... leggi XVI, un di lui concittadino di Tolmezzo, che il suo nome ascose sotto queste due lettere I. C. (il quale forse fu della famiglia Cillenia, dalla quale uscirono alcuni letterati di conto) tentò di pulire quella storietta», cioè di ridurla, sintetizzarla e limarla per la pubblicazione. Approfondendo la vicenda contrastata della parziale pubblicazione del testo originale latino di quest’opera, il Tremoli ricorda come si faccia riferimento ad una presunta edizione ridotta nel 1722 e che nel Codice Utinensis 173, del fondo Joppi si può leggere: «Fabii Quintiliani Hermagorae / civis nob. Tulmetti Historia de antiquitatibus Carneae Libri quattuor pluribus mendis / A Josepho Cillenio de Angelis / concìve suo espurgata». A questo punto è provata solo l’esistenza di un Giuseppe Cillenio. Tuttavia, sulla base di questa documentazione non è possibile affermare con certezza che Iosepho Cillenio sia il «maestro de humanità» e che questi sia l’autore del Canzoniere: l’attribuzione a lui sarebbe probabile ma non “provata”. Quindi, il curatore ha optato per l’attribuzione ad un Anonimo da Tulmegio. Sulla località, invece, non possono esserci dubbi, se si tiene presente quanto si legge nella prima canzone: «Ma tu beato coro, / Che lungo al bel Tulmegio / Di Lei soavemente vai cantando»; nei sonetti LXXVII: «Tulmegio, tu poi ben di suoi costumi / Andar altiero, e le tue donne belle / Reverenti venir a farli onore» e CXLI, “explicit”: «Udranle adunque almen, tra fiamme e gelo, / il bel Tulmegio, ogni sua riva e fiume, / poi che tanto non po’ mio basso stile». Di Tolmezzo era certamente la sua donna, dal nome simbolico e topico: «E fia solo Fiammetta alto soggetto / D’ogni ben colto e d’ogni dotto stile» (XLVI). Sul riconoscimento di tale «dotto stile» si ha una sostanziale concordanza di giudizi pur con delle riserve. A quanto finora risulta, questo è l’unico documento del petrarchismo bembista in Friuli della seconda metà del Cinquecento. Il poeta attinge a una serie di topoi scontati: la lode della donna amata, condotta talora in forma iperbolica, associa la bellezza fisica alle qualità spirituali in un’immagine di armoniosa perfezione: essa possiede «senno et umiltade» tali che «de la nostra ogni età riceve scorno»; il poeta ne celebrerà le virtù e innalzerà lodi così alte che la donna «disposte in terra le terrene spoglie [vivrà] ancor dopo il millesimo anno». Ma la donna è «cruda, duro scoglio, nemica, superba»; ha «alpestro cor, duro orgoglio, sdegno e fierezza, cor di petra dura, fera alma». L’amore non ricambiato non può che essere una prigione, pieno com’è di lacci, nodi, legami, dato che Amore ha rubato l’anima e il cuore del poeta: «vivendo in voi me stesso oblio»; «si strugge in pianti e cocenti sospiri; lasso versa onde di pianto, prova tormento, un’interna crudel pena, trema e paventa»; Amore lo «martira», rende la vita «dogliosa», «acerba». Gli effetti d’Amore sono pertanto duplici, di piacere e di dolore, perché egli «sana et ancide» con il «fuoco» della passione e la freddezza del «ghiaccio» dell’indifferenza: l’antitesi è la figura retorica ricorrente. Come in Petrarca la contraddizione principale è quella tra cielo/terra, attorno alla quale ruotano tutta una serie di altre opposizioni: vita/morte, pace/guerra, spirito/carne, dolce/amaro, piacere/dolore. L’accentuazione delle antitesi, un certo concettismo e virtuosismo, il manierismo insomma, indurrebbero a collocare questo Canzoniere nella seconda metà del secolo. Spesso manca la profondità e l’interiorizzazione; in genere il poeta rivela soprattutto una indubbia abilità tecnico-stilistica, ma talora è capace anche di immagini di fresca e raffinata eleganza, come quando fissa con spontanea e limpida similitudine il candore della sua donna (XXIV): «E bianca è sì, quando / n’appare, come nel bel seren più limpida la luna / sovra l’onda tranquilla / coi bei tremanti suoi raggi scintilla».

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Bibliografia

Mss BCU, Joppi, 286, Canzoniere adespota di poeta Tulmentino del sec. XVI; 173, Fabii Quintiliani Hermagorae civis nob. Tulmetii Historia De antiquitatibus Carneae libri quattuor pluribus mendis a Iosepho Cillenio De Angelis concive suo espurgata; Ibid., Principale, 3849, G. B. della Porta, Index alphabeticus notariorum Patriae Fori Iulii.

Silloge dal Canzoniere, Padova, Tipografia della Minerva, 1819 (nozze Venezze-Mocenigo); Silloge dal Canzoniere, Udine, Vendrame, 1836 (nozze Antivari-Rosmini); G. CILLENIO, Canzoniere, Udine, Patronato, 1901 (nozze Lino De Marchi-Gina Ciani); ID., Antologia del Canzoniere, in Biblioteca minuscola di autori friulani, a cura di G.F. D’ARONCO, Udine, Del Bianco, 1961; ANONIMO DA TULMEGIO, Canzoniere petrarchesco del XVI secolo, a cura di E. DORIGO, Udine, Campanotto, 1988.

VALENTINELLI, Bibliografia, no 2667, 359, no 2733, 365; Il Canzoniere di un poeta carnico, «Pagine Friulane», 4/5 (1896); F. FATTORELLO, Storia della letteratura italiana e della coltura nel Friuli, Udine, Ed. La rivista letteraria, 1929; Poesia italiana del Cinquecento, a cura di G. FERRONI, Milano, Garzanti, 1978 (Introduzione); S. MONTI, L’età del Rinascimento, Palermo, Palumbo, 1979; F.Q. ERMACORA, De antiquitatibus Carneae, a cura di P. TREMOLI, Udine, Arti grafiche friulane, 1985 (Antichità Alto Adriatiche, 20), 77-97; D. CERRONI CADORESI, Letteratura Italiana in Friuli, in EMFVG, Aggiornamenti, 2; FERIGO, Morbida facta, passim.

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