CITOLINI ALESSANDRO

CITOLINI ALESSANDRO (1490 - 1584)

precettore, umanista

Nacque molto probabilmente a Serravale negli anni immediatamente prossimi al 1500 da «Antonio Cittolino da Serravalle», mentre un Onofrio di professione notaio si può identificare come suo fratello. Sposò la veneziana Dorotea di Lavini probabilmente dopo il 1540, che gli diede tre figli: Paolo Emilio, Marcantonio e Teofilo. In giovinezza è possibile abbia seguito le lezioni di Marcantonio Amalteo, con il quale mantenne rapporti anche in seguito, e anche l’insegnamento di Giovan Antonio Flaminio – che si trovava a Serravalle fino al 1509 e dal 1517 al 1520 con l’incarico di precettore ricevuto dal comune –, padre di quel Marcantonio che con il C. strinse un’amicizia sincera. S’ispirò anche all’insegnamento di Giulio Camillo Delminio, con certezza, considerati alcuni riferimenti contenuti in scritti come la Lettera in difesa de la lingua volgare (1540), che è in relazione con il Trattato della imitatione (1544) del Delminio, nel quale probabilmente sono stati travasati molti dei contenuti delle lezioni cui il C. assistette; certo più difficile è fissare le circostanze materiali di tale magistero, esercitato forse a San Vito al Tagliamento o a Pordenone, ma più probabilmente goduto dal C. in età matura, quando Giulio Camillo, negli anni 1528-29, consolidava i legami con l’ambiente umanistico friulano e veneziano anche attraverso visite nell’area. La corrispondenza rivela che le frequentazioni di gioventù del C. erano costituite dai rampolli delle famiglie nobili di Serravalle, come i Maddalena, i Cesana, i Perruchini, i Filomena, nonostante le sue origini non fossero aristocratiche come dimostra il fatto che egli non figura tra i membri del Maggior consiglio del comune e che svolse invece la professione di notaio. ... leggi In tale veste nel marzo del 1530 stendeva certificati sanitari ai viaggiatori che passavano per Serravalle e nel maggio seguente presenziava alla stipula di una fideiussione. Pochi mesi dopo il C. si recò a Venezia, mentre il 15 febbraio 1531 inviò una lettera a Marco Filomena da Modena, scrivendogli dell’intenzione di partire a breve per la Francia. Il soggiorno francese, al seguito del Delminio e insieme con altri tra i quali Cosimo Pallavicini, non è databile con accuratezza, anche se in realtà dovrebbe aver occupato gli anni che seguirono il 1533 ma non oltre il 1538, quando ritornò a Serravalle. La permanenza in Francia alla corte di Francesco I fu per il C. senz’altro un periodo ricco di esperienze, durante il quale, oltre a collaborare al progetto culturale del suo maestro Camillo e ad approfondire il legame con intellettuali come il Pallavicini – che avrebbe poi curato nel 1538 l’importante e innovativa raccolta di poesia in metrica barbara dei Versi et regole della nuova poesia toscana cui C. partecipò, dedicando in seguito allo stesso Pallavicini la sua Lettera del 1540 –, entrò certamente in contatto con esponenti dell’intellighentia fiorentina in esilio come Luigi Alemanni, e probabilmente conobbe personalità come Johannes Sturm, che molto gli avrebbe giovato diversi anni più tardi. Probabilmente in Francia approfondì la conoscenza delle idee eterodosse e della dottrina riformata, come è indicato dalla testimonianza processuale del prete Ludovico Mantovano da Serravalle nel 1539, quando affermò che il C. «venuto de Francia», predicava «opinione luterane» ai giovani del paese. Forse in questo stesso anno, si può pensare per sottrarsi al controllo dei tribunali ecclesiastici, passò a Roma, con l’aiuto materiale ottenuto attraverso la mediazione di Marcantonio Flaminio e con l’appoggio di Cosimo Pallavicini, che accolse tre componimenti del C. nei suoi Versi et regole della nuova poesia toscana pubblicati per i tipi di Antonio Blado d’Asola. Lì, spendendosi al fine di promuovere l’uso letterario e scritto del volgare, frequentò con ogni probabilità il circolo intellettuale che girava intorno a Claudio Tolomei, e fu coinvolto nel dibattito tra i difensori della lingua latina e i sostenitori di quella volgare, scrivendo nel 1540 la Lettera in difesa de la lingua volgare. Negli anni 1545-46 la corrispondenza con Pietro Aretino rivela che il C. negli anni precedenti, forse dopo esservi ritornato da Roma, aveva frequentato il circolo aretiniano a Venezia, mostrando un particolare interesse per l’interpretazione delle Sacre Scritture – cosa che in quegli anni era considerata una manifestazione di comportamenti e idee eterodosse –, e illustrando l’applicazione dei metodi di memorizzazione e degli strumenti mnemotecnici con fini di apprendimento e di produzione letteraria, che già avevano trovato realizzazione scritta nei Luoghi del 1541, pubblicati nel 1551 con dedica a Guidobaldo d’Urbino. In quell’intorno di anni emergono altre testimonianze epistolari che arricchiscono i contorni della figura di promotore e mediatore che il C. seppe ritagliarsi nella cultura del tempo, come la lettera dell’aprile 1546 con la quale Claudio Tolomei, che con il C. intrattenne un’importante corrispondenza linguistico-scientifica, si presenta chiedendo un incontro a Pietro Aretino, per tramite proprio di «Citolino amicissimo vostro e mio». Le stesse lettere del Tolomei rivelano ulteriori particolari biografici del C., come la sua presenza in Venezia nella primavera e nell’estate del 1546, o la sua familiarità con il patrizio e intellettuale veneziano Federico Badoer, e con Ludovico Dolce. Mentre gli atti del processo a Isabella, moglie di Marco dei conti della Frattina, sottoposta a un processo per eresia insieme a Iacopo Brocardo, testimoniano che il C. fu incaricato da Caterina Sauli, nei primi anni Cinquanta, dell’educazione dei figli, tra cui Isabella, insegnando la grammatica e Virgilio nella loro casa di Padova, e che ancora era stato visto in questa città, «sguerzo da un occhio», tra il 1559 e il 1560; intorno al 1563-64 era invece a Venezia al servizio della stessa Isabella Frattina impegnato a discorrere di Virgilio e dell’Etica aristotelica, e occupandosi anche di servizi logistici, come di una commissione in Germania per «poter trazer formenti». Anche nei periodi in cui era all’estero o in giro per la penisola il C. mantenne un legame stabile con Serravalle. Così, pur trovandosi a Roma o a Venezia, conservava i rapporti con il fratello Onofrio o riscuoteva affitti, ancora nel 1559 e nel 1561, per i possedimenti immobiliari e gli appezzamenti di terra probabilmente ereditati dal padre. Nel 1565 il C. diede una svolta alla sua vita, recandosi a Ginevra attraverso Chiavenna e i Grigioni insieme con la famiglia; in un secondo momento i figli ritornarono scegliendo di abiurare, mentre lui si portò a Strasburgo, ospite dello Sturm, probabilmente conosciuto a Parigi negli anni Trenta. La decisione di partire fu quasi sicuramente dovuta alla pressione inquisitoriale in seguito all’eccessiva esposizione che si era procurato in ultimo presso i Frattina, dove sembra avesse praticato della propaganda eterodossa incoraggiando alla lettura del Vangelo e a recitare le preghiere in lingua volgare. Lo Sturm lo raccomandò alla corte inglese e, probabilmente attraverso la mediazione di Anthony Cooke, duca di Leicester, e di William Cecil ebbe l’incarico di osservatore alla Dieta di Augusta nella primavera del 1566, documentandone lo svolgimento per via epistolare dalle città di Strasburgo, Basilea e Augusta. Nonostante le ulteriori raccomandazioni dello Sturm, che andava magnificando ai corrispondenti la Tipocosmia del C. uscita a Venezia nel 1561, egli non riuscì a ottenere una sistemazione stabile ancora nel 1573-74, ed è possibile che si mantenesse insegnando l’italiano tra l’aristocrazia inglese, come pare suggerire la dedica a Christopher Hutton, dignitario di corte, del manoscritto della sua Grammatica de la lingua italiana. Il C. morì probabilmente a Londra nel 1584, come indicherebbe l’edizione della Cena delle ceneri di Giordano Bruno, che cita uno spiacevole incidente occorso all’emigrato italiano. Le opere maggiori del C. – a parte la Lettera in difesa de la lingua volgare che consiste in un discorso argomentativo, scritto in stile serrato e brillante, sul tema della polemica tra latino e volgare, che negli anni Trenta del secolo aveva conosciuto rinnovato vigore dopo le orazioni di Romolo Amaseo, De latine linguae usu retinendo del 1529, suscitando vasta risonanza, anche in Friuli dove Bernardino Partenio compose il Pro lingua latina (1545) per confutare analiticamente l’operetta del C. – sono la Tipocosmia (1561) e il manoscritto della Grammatica de la lingua italiana; esse sono frutto, tutte, del forte interesse che egli provò per i problemi della lingua e della retorica, ma anche della sua mentalità, che come uomo e come studioso ebbe una decisa inclinazione verso l’attività pratica. La Tipocosmia, opera in forma dialogica articolata in sette giornate e ideata secondo un modello che organizza la conoscenza a fini retorico-mnemotecnici, è frutto del magistero di Giulio Camillo Delminio e dei suoi scritti anche inediti che il C., come allievo, ebbe la possibilità di studiare e utilizzare; essa, inserendosi nel gusto enciclopedico ampiamente diffuso nella seconda metà del secolo, è stata anche studiata come un repertorio lessicale. La Grammatica italiana è forse l’opera del C. più scientificamente rigorosa, pur anch’essa orientata a risolvere il problema pratico della corretta pronuncia delle parole. Si tratta di una grammatica ortofonica nata nell’ambito del rapporto di collaborazione che il C. ebbe con Claudio Tolomei, dal quale trae il modello cui essa si ispira, sostenuto da un largo numero di esemplificazioni; l’alfabeto ortofonico realizzato è usato dallo stesso C., almeno a partire dal 1558, anche nella sua corrispondenza privata e familiare.

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Bibliografia

Ms British Library of London, Arundel, 258 (Grammatica de la lingua italiana); ms BSAU, Fondo Cernazai, Filomena (lettere autogr. a Marco, 1531, e Priamo Filomena, 1558); ASV, Fondo Sant’Uffizio, Processi, 20/11, e 25.

A. CITOLINI, Versi a M. Claudio Tolomei [n. 3], in Versi et regole della nuova poesia toscana, edizione e introduzione di M. MANCINI, Roma, Antonio Blado d’Asola, 1539 (= Manziana, Vecchiarelli, 1997); ID., Lettera in difesa de la lingua volgare, scritta al magnifico m. Cosmo Pallavicino, Venezia, Francesco Marcolini, 1540 (Venezia, Al segno del pozzo, a cura di G. RUSCELLI, 15512); ID., I Luoghi, Venezia, Marcolini, 1541 (Venezia, Al segno del pozzo, 15512); ID., La Tipocosmia, Venezia, Valgrisi, 1561; ID., Lettera dedicatoria a L. Cornaro, in V. MARCELLINO, Il Diamerone, Venezia, Giolito, 1564; ID., Scritti linguistici, edizione critica a cura di C. DI FELICE, Pescara, Libreria dell’Università Editrice, 2003.

M. FIRPO, Citolini, Alessandro, in DBI, 26 (1982), 39-46 (con la bibliografia precedente); A. TOFFOLI, Letteratura vittoriese. Autori e testi di Ceneda, Serravalle, Vittorio Veneto dal VI al XX secolo, Vittorio Veneto, De Bastiani, 2005 (con ulteriore bibliografia); C. MARCATO, Da ‘La Tipocosmia’ di A. C.: note di letture lessicali, in Saggi di linguistica e di letteratura in memoria di Paolo Zolli, a cura di G. BORGHELLO - M. CORTELAZZO - G. PADOAN, Padova, Antenore, 1991, 259-264; M. VITALE, Senesismi in un grammatico settentrionale nel Cinquecento, in Miscellanea di studi linguistici in onore di Walter Belardi, II, a cura di P. CIPRIANO - P. DI GIOVINE - M. MANCINI, Roma, Il Calamo, 1994, 729-738; G. ZAGONEL, A. C., Valerio Marcellino e le rispettive lettere in difesa della lingua volgare, «Il Flaminio», 9 (1996), 37-52 (e 107-109); P. CALÌ, Per una edizione critica della Grammatica di A. C., in Repertori di parole e immagini. ... leggi Esperienze cinquecentesche e moderni ‘data bases’, a cura di P. BAROCCHI - L. BOLZONI, Pisa, Scuola normale superiore, 1997, 233-251; A. ANTONINI, La ‘Tipocosmia’ di A. C.: un repertorio linguistico, ivi, 159-231; L. DELLA GIUSTINA, Erasmo e il Cinquecento: tracce erasmiane in A. C. (1540-1561), «Studi storici Luigi Simeoni», 48 (1998), 67-80; ID., La ‘Tipocosmia’ di A. C. (1561). Nuove forme di enciclopedismo nel XVI secolo, «Archivio storico italiano», 157 (1999), 63-89; La riflessione linguistica di A. C., «Studi di grammatica italiana», 18 (1999), 257-282; A. TOFFOLI, La ‘Tipocosmia’ di A. C., «Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso», n.s., 18 (2000/01), 211-226; R. NORBEDO, A proposito dell’edizione della ‘Lettera in difesa de la lingua volgare’ di A. C., «Studi linguistici italiani», s. III, 32 (2006), 123-139; C. DI FELICE, Sull’edizione della ‘Lettera’ di A. C. L’importanza delle dediche e una questione di ‘ornamento’, «Tipofilologia», 1 (2008), 151-163.

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