DALL’ONGARO FRANCESCO

DALL’ONGARO FRANCESCO (1808 - 1873)

poeta, narratore, saggista, giornalista, autore di teatro, politico, filantropo

Immagine del soggetto

Francesco Dall'Ongaro in un ritratto eseguito da Filippo Giuseppini, 1840 ca.

Nacque a Mansuè di Oderzo (Treviso) nel 1808. Studiò in seminario, venne ordinato sacerdote nel 1831 e svolse una interessante attività di predicatore. Abbandonato il sacerdozio, fu precettore privato e si dedicò all’attività pubblicistica. A Trieste, dove soggiornò tra il 1836 e il 1847 (nel periodo tra il 1846 e il 1847 scrisse sul giornale ufficiale «L’Osservatore Triestino»), collaborò a (e poi diresse) «La Favilla» (1838-1836), un periodico che qualcuno (Bruno Maier) ha considerato «Il Conciliatore» triestino. D. O. maturò inclinazioni ideologiche, politiche e culturali che poi lo videro vicino a posizioni democratiche, mazziniane, anticlericali. A Trieste, si adoperò per l’istituzione di asili d’infanzia per gli operai italiani, scrisse inni e allestì libri di testo per le scuole, per le quali auspicava un’opera di italianizzazione. Fu allontanato dall’establishment culturale triestino dopo che, in un banchetto offerto a Richard Cobden, chiese che l’Austria promuovesse una lega doganale degli Stati d’Italia come «preludio dell’italica unità». Disilluso anche dalla politica di Pio IX, aderì all’esperienza repubblicana di Manin a Venezia, dove scrisse – tra il giugno e l’ottobre – su «Fatti e Parole». Nel 1848 fu a Roma, dove diresse «Il Monitore». Aiutante di Garibaldi, deputato nel 1849, fu costretto all’esilio in Svizzera, Inghilterra, Belgio e Francia. In quel periodo scrisse sulla «Concordia», sul «Teatro italiano», su «L’amico del popolo», sul «Repubblicano», sulla «Rivista di Firenze», sulla «Nation», sull’«Opinion nationale», sul «Siècle». Come giornalista, collaborò anche all’«Antologia», alla «Scena» di Venezia, alla «Perseveranza». Nel 1859 tornò in Italia, si stabilì a Firenze, dove diventò regio professore, ed ebbe incarichi al Ministero dell’istruzione. ... leggi Più tardi, fu professore a Napoli (collega di Settembrini e De Sanctis), dove morì nel 1873. Di cultura molto ampia (aveva appreso anche l’ebraico, oltre che il greco e il latino), conoscitore della patristica, studioso di Dante (al quale dedicò diverse letture), D. O. sostenne la necessità dell’abolizione della pena di morte e guardò con simpatia le cause dei poveri e socialmente emarginati, lavorò alla produzione di testi per le scuole pubbliche, per gli asili e per le scuole per gli adulti, attento alle tradizioni e (in linea con gli interessi di Tommaseo) ai canti popolari. Su posizioni anticlericali, avversato dalle autorità ecclesiastiche, fu mazziniano fervente, filogaribaldino, presente negli eventi politici rivoluzionari degli anni Quaranta, collaboratore attivo – più tardi – della politica governativa (il ministro Cesare Correnti lo mandò, quale rappresentante del governo, all’Esposizione universale di Parigi del 1867). Come scrittore, fu prolifico e si cimentò – da poligrafo – in tanti e diversi generi. Fu autore di teatro, poeta, narratore, saggista e giornalista. Per il teatro scrisse commedie (Falena, Il tesoro, Da qui a vent’anni, e – in dialetto – L’acqua alta e Luna nova), tragedie e drammi che furono raccolti nel volume di Fantasie drammatiche e liriche (Firenze, 1866). In questo genere di testi, uno, in particolare, divenne famoso ed ebbe una vasta eco popolare (Il fornaretto, Trieste, 1846). D. O. scrisse anche Novelle, raccolte in volume in due edizioni del 1861 e del 1869 (Firenze). Le sue Poesie, raccolte in volume (Trieste, 1840-1841), rivelano il grande interesse dell’autore per la poesia popolare e – come mostrano gli Stornelli italiani (Milano, 1863) – il legame sempre stretto tra le sue ballate (e i suoi stornelli) e gli eventi politici italiani del suo tempo tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta. Le sue pagine rivelano sempre una grande attenzione – in linea con le posizioni di un “romanticismo sociale” ben messo a fuoco nelle pagine di Luigi Gregoris – alla tematica civile, a questioni relative alla sofferenza e alle prevaricazioni subìte dai ceti subalterni, a vicende esemplari di oppressione e di sconfitta sociale o – su un altro piano – di dignità e di forza d’animo anche nella miseria e in condizioni totalmente avverse. Il lavoro di scrittore di D. O. ha sempre avuto l’obiettivo del pubblico ampio, da raggiungere attraverso una scrittura semplice e accessibile, sciolta e collegata a tematiche di interesse attuale, in linea con il gusto corrente. Con una prospettiva sempre mirata a interpretare il mondo popolare secondo la propria ottica filantropica e umanitaria, tentando di rappresentare aspetti di sofferenza e sventure. Con i rischi che un’ottica populistica, in qualche caso, poteva comportare. In ogni caso lontano da una ricerca di tipo realistico, anche se attento a registri di scrittura umili e familiari. Eccolo, perciò, attento al mondo popolare veneto, e a quello friulano, triestino, istriano, slavo dal quale attingere scenari, personaggi e temi per la propria poesia ma anche per la prosa. Scritti, in genere, di breve misura con vicende che talvolta – come in certi racconti – vedono intrecciarsi le storie degli stessi personaggi. Mai, però, con articolazioni troppo ampie, da romanzo o poema. Spesso, con finali lieti un po’ convenzionali, idillici, anche se D. O. mostra di voler evitare il peso eccessivo di un moralismo che può annidarsi nella volontà di offrire l’“exemplum” di una particolare visione irenica della realtà rusticale. Senza nascondersi peraltro le lacrime e il sangue che possono gravare sul destino di chi nasca povero, diventi orfano, subisca le prevaricazioni dei più forti e spregiudicati nella dinamica sociale. Diventa, perciò, interessante la riflessione che D. O. propone (anche attraverso la via del racconto) sul problema delle colpevolezze di chi commette reati condizionati dalla realtà del proprio contesto sociale, familiare, dalla propria natura o dallo stato di bisogno (si pensi al racconto Di chi la colpa?) e sul problema della pena di morte, esemplarmente considerato nel racconto Il pozzo d’amore, storia “vera e triste” di seduzione di una “fantesca” e di un infanticidio, e nel dramma Il fornaretto, dove il protagonista – di bassa estrazione sociale – viene condannato e giustiziato per un reato e per accuse non sostenuti da prove certe e riconosciuto poi come opera di un aristocratico. Convinto che – come ha ricordato Giulio Carnazzi – «il poeta, il pittore, il novellista, uopo è che cerchino i loro tipi in provincia, dove si è conservato tutto ciò che v’era di poetico e di pittoresco negli antichi nostri costumi», D. O. aveva stimolato Caterina Percoto a guardare con interesse al mondo della provincia. E, lui stesso, si mostrò attento a questo mondo, cercando di cogliere aspetti comuni di territori vicini, anche in prospettiva di affratellamento, come scriveva nella premessa alle Fantasie drammatiche e liriche: «Veneto, e vissuto a lungo in quelle regioni dove le tradizioni illiriche si abbracciano colle nostre, ho raccolto quanto avevo di omogeneo per preparare, quanto è dato al poeta, le future alleanze delle due genti vicine». Ecco, allora, storie di amori infelici, di morti violente, vicende di sopraffazione dei più umili (da parte dei più forti), storie di emigrazione, leggende e tradizioni popolari, fatti di cronaca politica, occasioni autobiografiche, versi dedicati al Friuli (La patria del Friuli: «O mia terra natale, / Patria degli avi miei, / Qui dove ignoto ed esule / Misuro le altrui scale, / Qui pur la meta e il termine / De’ miei desir Tu sei!») o versi ispirati ai canti popolari, come quelli sull’eroe della lotta degli Slavi contro i Turchi, Marco Cralievich, dedicati a Niccolò Tommaseo «di stirpe illirico / d’animo e d’arte italiana / anello vivente / fra le due patrie e le due muse». Accanto a questi, si ricordano versi polemici, fieri, delicati, tesi, impetuosi, talvolta enfatici, su temi patriottici e risorgimentali. Del resto, alla lirica italiana – come si legge nella pagina di poetica riportata dall’editore della pubblicazione triestina delle Poesie – D. O. attribuisce il compito di «giovarsi un po’ meglio delle tradizioni popolari, celebrare la storia patria e i domestici fatti, cantare un amore meno lezioso, meno fantastico, meno fittizio, meno fantastico, e prestando al popolo un’espressione acconcia e significare le proprie passioni, aspirare al difficile onore di dare all’Italia alcuni canti popolari […]». Anche nella prosa narrativa (Novelle vecchie e nuove, Firenze, 1863) D. O. offriva il suo contributo affrontando temi di grande interesse relativi, per esempio, all’egoismo sociale, alla necessità di solidarietà e sostegno reciproco, di speranza nell’avvenire (Storia di un garofano), alla rappresentazione di persecuzioni subìte, di onore e di fedeltà alle promesse e di moralità rigorosa (La rosa bianca), di tradimento, disonore, prepotenza, prevaricazione, perdono (La pianella perduta), di moralità assoluta e di rispetto della parola (La rosa dell’alpi), di espiazione e altruismo (Due madri).

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Bibliografia

Opere di F. Dall’Ongaro: La luna del miele. Scene della vita coniugale, Trieste, Tip. Weis, 1838; Poesie, 1-2, Trieste, Tip. Marenigh, 1840-1841 (= Tip. Weis, 1873); Il fornaretto, Trieste, Tip. Weis, 1846; Opere complete, Torino, C. Schiepatti, 1846-1847; Novelle vecchie e nuove, Firenze, Le Monnier, 1861 e 1869; Stornelli italiani, Milano, Daelli, 1963; Alghe sulle lagune, Venezia, Tip. G. Antonelli, 1866; Fantasie drammatiche e liriche, Firenze, Le Monnier, 1866; F. DE GUBERNATIS, Francesco Dall’Ongaro e il suo epistolario scelto, Firenze, Tip. Editrice dell’Associazione, 1873; Scritti d’arte, ed. postuma con cenni biografici, illustrazioni e ritratto dell’autore, Milano-Napoli, Hoepli, 1873; Racconti, Firenze, Successori Le Monnier, 1890; Rime e prose varie, con introduzione a cura di N. Meneghetti, Como, Libreria antiquaria Gagliardi, 1911; Stornelli, poemetti e poesie, biografia e note a cura di N. Schileo, Treviso, Zoppelli, 1912; Fantasie e novelle, con Premessa di A. Storti, Udine, Centro studi regionali, 2000.

M. TRABAUDI FOSCARINI, Francesco dall’Ongaro, Firenze, Le Monnier, 1924; M. COLUMMI CAMERINO, in Idillio e propaganda nella letteratura sociale del Risorgimento, Napoli, Liguori, 1975, 238-255; L. GREGORIS, Gli stornelli di Francesco Dall’Ongaro nella letteratura sociale del Risorgimento, «Atti Ist. Ve.», 149 (1980-1981), 26-42; L. GREGORIS, Un intellettuale democratico tra lingua e dialetto. Appunti sulla poesia vernacola di Francesco Dall’Ongaro, «Otto-Novecento», 6/2 (1982), 46-47; V. SPINAZZOLA, La poesia romantico-risorgimentale, in Storia della letteratura italiana, diretta da E. CECCHI - N. SAPEGNO, 7, Milano, Garzanti, 1982, 1038-1042; G. MONSAGRATI - G. PULCE, Dall’Ongaro, Francesco, in DBI, 32 (1986), 138-143; G. CARNAZZI, La narrativa campagnola e l’opera di Ippolito Nievo, in Storia letteraria d’Italia, a cura di A. BALDUINO, II, Milano/Padova Vallardi/Nuova Libraria Piccin, 1990 (in particolare il paragrafo su Francesco Dall’Ongaro, 1434-1435); L. GREGORIS, Una seconda generazione di poeti romantici, in L’Ottocento, a cura di A. BALDUINO, II, Milano/Padova, Vallardi/Nuova Libraria Piccin, 1990, 1331-1424 (in particolare il paragrafo su Il romanticismo sociale di Francesco, 1374-1381, con ampia bibliografia); Q. MARINI, La letteratura del primo Romanticismo e del Risorgimento, in Storia della letteratura italiana, diretta da E. MALATO, 7, Il primo Ottocento, Roma, Salerno, 1998, 866-867; V. MARUCCI, in V. MARUCCI - A. STELLA, La letteratura dialettale. Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli, ibid., 963; A. PALERMO - D. BALDINI, in Riflessione teorica e letteratura oltre l’orizzonte romantico, ibid., 1118-1119.

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