DEGANUTTI CECILIA

DEGANUTTI CECILIA (1914 - 1945)

partigiana, medaglia d’oro

Immagine del soggetto

La partigiana Cecilia Deganutti.

«Valorosa crocerossina, consapevole e cosciente delle tragiche ore attraversate dalla Patria invasa prendeva immediatamente la via del dovere e dava, in terra friulana, la sua entusiastica attività al movimento della liberazione contro l’oppressione nemica. Individuata dal nemico ed esortata a porsi in salvo preferiva continuare a svolgere la sua multiforme attività patriottica finché veniva arrestata. Sottoposta a numerosi snervanti interrogatori e a ripetute torture per costringerla a svelare le fila dell’organizzazione clandestina che l’avversario sapeva a lei ben note, opponeva sempre un netto e deciso rifiuto anche quando i maltrattamenti superarono ogni limite di umana sopportazione. Non una parola usciva così dalle sue labbra. Condotta al supremo sacrificio, l’affrontava con la calma dei forti…». Con queste parole nell’aprile 1947 a D. veniva conferita alla memoria la medaglia d’oro della Croce Rossa Italiana (CRI), decorazione che precedeva la medaglia d’oro al valor militare che le sarebbe stata conferita poco tempo dopo con una motivazione che, leggermente diversa, aggiungeva «[…] con nobilissimo cuore, spirito di sacrificio ed abnegazione si prodigava instancabilmente per soccorrere e confortare le famiglie bisognose dei Partigiani, dei carcerati, dei deportati, dei Caduti, nell’assicurare assistenza a Partigiani feriti, nel procurare asilo sicuro a Patrioti ricercati dalla polizia e nell’assolvimento di pericolosi compiti informativi di particolare fiducia, recando nel fervore della lotta clandestina inestimabili contributi di ardimentosa operosità. Arrestata in seguito a vile delazione sopportava nelle carceri di Trieste barbare torture […]». In queste parole è racchiuso il significato e l’altissimo valore morale della vita di D. Nata a Udine il 26 ottobre del 1914, in una famiglia numerosa (cinque figlie e due figli), esemplare per la semplicità dei costumi, venne educata ai valori della religione e al senso del dovere, all’impegno nel lavoro e nello studio, al sacrificio da vivere con serenità. Dopo essersi diplomata presso l’Istituto magistrale arcivescovile di Udine, si dedicò all’insegnamento presso alcune scuole elementari della provincia, ma, di fronte alle sempre maggiori sofferenze provocate dalla guerra e alle difficilissime condizioni in cui veniva a trovarsi il Paese, maturò la decisione, sentita come un dovere morale, di lavorare e di rendersi concretamente utile agli altri. ... leggi E così negli anni 1942-1943, lasciato l’insegnamento, si impegnò insieme a sua sorella Lorenzina a frequentare un corso per infermiere volontarie per dedicarsi al servizio nella CRI. Dopo l’8 settembre 1943 D. si trovò a prestare opera di soccorso nel centro della CRI istituito presso la stazione ferroviaria di Udine, dove passavano in quei primi momenti i convogli dei militari italiani diretti nei campi di internamento in Germania, poi quelli degli ebrei e dei politici destinati ai lager nazisti. Fu in questo servizio che ebbe inizio la sua prima attività di assistenza ai deportati, cercando anche di farli fuggire quando se se ne offriva l’occasione, attività che le permise di entrare in contatto con “Giustina”, nome di copertura di Lucilla Muratti, che poi sarebbe divenuta partigiana osovana e che, insieme a don Gorgio Vale del Tempio Ossario, la introdusse, nel giugno del 1944, nel mondo della Resistenza con il nome di copertura di “Giovanna”. D. prestava la sua opera altresì nel posto di pronto soccorso aperto sempre dalla CRI nelle scuole di via Magrini, destinato a soccorrere coloro che rimanevano feriti in caso di bombardamenti. In collegamento con un altro sacerdote, don Albino Perosa, che coordinava lo smistamento dei partigiani feriti in alcune abitazioni della città, l’impegno di D. divenne sempre più intenso: dalla cura dei partigiani feriti, ai quali procurava medicamenti e, quando era necessario, anche l’assistenza di medici, il suo operare già intenso si allargò con forte determinazione ad altri impegni richiesti dalla lotta, a portare messaggi, a tenere contatti fra vari comandi, a portare informazioni e la stampa clandestina. Poi, grazie al fatto che i suoi spostamenti erano facilitati dal suo essere crocerossina, D. entrò in collegamento prima con la missione italiana “Marco” del tenente di aviazione Carlo Alberto de Felici, poi con la missione italo-inglese “Patriot”, comandata da Vinicio Lago “Fabio”, alla quale portava messaggi per il quartier generale dell’Italia libera. Fu proprio nella circostanza di un incontro con “Fabio” che, a causa della delazione del radiotelegrafista della stessa missione, D. cadde in un’imboscata. Era il pomeriggio del 6 gennaio 1945. La sera stessa militi della SD (Sicherheitsdienst – Polizia di sicurezza) la arrestarono in casa, dove era rientrata nonostante l’avvertimento ricevuto da don Vale di scappare e nascondersi perché era stata ormai individuata. Ebbe allora inizio il suo calvario: accusata di spionaggio, fu più volte sottoposta, prima a Udine, poi al carcere del Coroneo di Trieste, a violenti interrogatori e a torture. Infine venne portata, con un altro gruppo di dodici persone, al campo di sterminio della Risiera di San Sabba, dove fu uccisa e il suo corpo arso nel forno crematorio di quell’orribile luogo il 4 aprile 1945. Aveva trentuno anni. «Nella luce di un silenzioso martirio – come si chiude la motivazione della sua Medaglia d’Oro – con indomito spirito e rinsaldata fede, consacrava la vita alla sua Patria».

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Bibliografia

P. DEL DIN, Cecilia Deganutti, Udine, Associazione Partigiani Osoppo Friuli, 1995; L. RAIMONDI, Cecilia Deganutti, Partigiana, Udine, ANPI, 1995 (Quaderni della Resistenza, 7); F. FERIN, Il contributo dato dalle donne della “Osoppo” alla guerra di liberazione in Friuli, Udine, Associazione Partigiani Osoppo Friuli, 1997.

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