ELLERO ENEA

ELLERO ENEA (1840 - 1932)

garibaldino, amministratore, avvocato

Immagine del soggetto

Ritratto con dedica autografa del garibaldino Enea Ellero.

Nacque a Pordenone il 9 settembre del 1840 da Mario, pizzicagnolo e filandiere, e Cecilia Zanussi. Allo scoppio della seconda guerra d’indipendenza (1859) lasciò il Friuli con l’intenzione di arruolarsi nelle truppe piemontesi. La giovane età lo avvicinò, però, al movimento garibaldino, anche se, probabilmente, E. non partecipò alle operazioni militari dei Cacciatori delle Alpi. Nel 1860, insieme ad altri friulani, era studente di giurisprudenza a Pavia. Lì si arruolò nei corpi dei volontari, pronti a partire, al seguito di Garibaldi, per la spedizione militare in Sicilia: fu aggregato alla 7a compagnia di Benedetto Cairoli, di cui facevano parte anche altri friulani, tra cui Marziano Ciotti, Eugenio Sartori, Giovanni Battista Bertossi, e lo scrittore Giuseppe Cesare Abba. Nel corso della campagna, la 7a compagnia si distinse per coraggio e ardimento a Calatafimi e nella presa di Palermo; E. si guadagnò il grado di sottotenente. Nel 1862 il patriota pordenonese era ancora al fianco di Garibaldi nella sfortunata impresa dell’Aspromonte. Successivamente si trasferì a Bologna per completare il proprio percorso di studi presso la locale Università, dove da qualche anno insegnava diritto penale il cugino Pietro Ellero. Si laureò il 7 luglio del 1863. Non è noto se successivamente sia tornato in Friuli – come altri garibaldini fecero – per organizzare l’insurrezione che avrebbe favorito l’annessione al Regno d’Italia. Nel 1866 E., con il grado di luogotenente, era nuovamente al fianco di Garibaldi nella vittoriosa battaglia di Bezzecca. Il 19 luglio le truppe italiane entrarono a Pordenone. Il giovane decise di stabilirsi definitivamente nella sua città natale, dove cominciò a esercitare l’avvocatura e a interessarsi di politica. ... leggi Nel 1867 fu eletto per la prima volta consigliere comunale e in tale veste accolse il generale Garibaldi in visita alla città. L’anno seguente sposò Luigia Torossi, dalla quale avrebbe avuto otto figli. Il 23 marzo del 1869 fu nominato agente della filiale pordenonese della Banca del popolo, primo istituto creditizio in città. Nell’agosto del 1871 diede alle stampe il primo numero del giornale «Il Tagliamento», di indirizzo liberal-progressista, che avrebbe diretto fino al 1873, sviluppando per la prima volta l’ipotesi di un futuro autonomistico per la destra Tagliamento. Nel 1874 inaugurò il teatro Stella d’oro, di cui era unico proprietario, nel cortile dell’omonimo albergo: con una capienza di mille posti, il teatro ospitò negli anni seguenti importanti stagioni d’opera e rassegne teatrali, fino a quando fu distrutto da un incendio nel febbraio del 1880. Nel 1885 E. accolse il suo vecchio comandante, l’onorevole Benedetto Cairoli, per partecipare all’inaugurazione del busto dedicato alla memoria di Garibaldi. L’anno seguente divenne pro-sindaco di Pordenone, incarico che mantenne fino al 20 settembre del 1889. Nel novembre del 1887 si pose come intermediario in una questione insorta tra i proprietari del cotonificio di Torre e gli operai, ottenendo la riapertura della fabbrica e nuovi regolamenti. Il 20 novembre del 1889 fu chiamato a ricoprire la carica di sindaco. Gli anni del suo mandato sono ricordati, tra le altre cose, per l’istituzione del primo corpo cittadino di vigili del fuoco e per la realizzazione della casa di riposo. Dismise i panni di primo cittadino il 26 agosto del 1893. Non lasciò però la politica: nel 1896 il consigliere E. chiedeva alla giunta comunale di valutare la possibilità di far partecipare gli stabilimenti industriali alle spese di assistenza dei poveri e bisognosi della città. Nel 1907 assunse la carica di presidente della Società operaia di mutuo soccorso, impegnandosi in diverse iniziative di carattere sociale e culturale. Nel maggio del 1915 il comune lo incaricò di rappresentarlo all’inaugurazione del monumento dedicato ai Mille a Quarto. Dopo la disfatta di Caporetto, E., con parte della famiglia, riparò profugo a Bologna. Nel 1921 il figlio Giuseppe, avvocato, fu eletto deputato nelle file del Partito socialista. L’anno successivo, il 31 ottobre, i fascisti aggredirono in casa E. e il figlio Luigi, che si erano schierati su posizioni antifasciste: Luigi fu costretto alla fuga. Nel gennaio del 1925 l’anziano avvocato subì una perquisizione da parte dei carabinieri, che cercavano di rintracciare l’irreperibile Luigi. Morì a Pordenone il 28 luglio del 1932.

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Bibliografia

A. BENEDETTI, Spigolature sui Pordenonesi e gli altri friulani dei Mille di Marsala, Pordenone, Edizioni de Il Noncello, 1960; ID., Pordenone e i paesi del Friuli Occidentale nel Risorgimento, Pordenone, Edizioni de Il Noncello, 1966, 69-90; T. DEGAN, Industria tessile e lotte operaie a Pordenone (1840-1954), Udine, Del Bianco, 1981, 53, 115-116, 122-123; L. MIO, Industria e società a Pordenone dall’Unità alla fine dell’Ottocento, Brescia, Paideia, 1983, indice; GASPARDO, Pordenone, 25, 106, 135, 170, 182; S. AGOSTI, La sferza dell’educazione (1893). Riflessioni critiche su uno scritto della pordenonese Anita Ellero, cultrice di pedagogia, «La Loggia», 8 (2005), 167-175; F.B. STRUMENDO, Luoghi teatrali nell’Ottocento e agli inizi del Novecento, in Una città, i suoi teatri. Licinio, Verdi, nuovo Verdi, a cura di ID., Pordenone, La Voce, 2005, 35-38; F. AUCIELLO, Garibaldi e i volontari del Pordenonese tra storia e memoria, «Atti dell’Accademia San Marco di Pordenone», 10 (2008), 191-202.

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