ENRICO IV

ENRICO IV (1376 - 1454)

conte di Gorizia

Immagine del soggetto

Enrico e Caterina, conti di Gorizia, rendono omaggio alla Madonna nell'affresco absidale della chiesa di Bevazzana, XV secolo.

E. IV [13761454], figlio di Mainardo VII († 1385) e di Utehild di Matsch († 1414-15), è figura centrale nel ramo albertino dei conti di Gorizia-Tirolo sia per la lunga vita, sia perché assistette e anzi concorse all’irreparabile declino della contea e della sua antichissima casata, che nel ramo mainardino, di Tirolo-Gorizia, si era estinta nel 1369, col conseguente passaggio di quei possessi agli Absburgo. I due fratelli, Enrico e Giovanni Mainardo († 1429-30), ressero a lungo assieme la contea, ma, com’era già successo nel secolo precedente per i fratelli Alberto II e Mainardo IV (II del Tirolo), anch’essi caddero prigionieri, in questo caso, di Alberto III, duca d’Austria, insieme con i loro tutori: la liberazione, che fu merito di Michele Rabatta, coincise con un patto di successione (1394) che prevedeva la dedizione dei possessi goriziani agli Absburgo; delle antiche competenze fu ricuperato il diritto di avvocazia (1398), esercitato anzitutto sulla Chiesa di Aquileia, che ebbe rinnovate funzioni nel 1412, quando fu eletto patriarca Ludovico di Teck: allora E. IV lo investì dei poteri temporali (sarebbe stato l’ultimo patriarca con questa autorità) alla presenza del vicario imperiale, nel duomo di Cividale. Intanto i Goriziani cercarono di rafforzarsi mediante l’alleanza con i conti di Cilli/Celje (in prime nozze E. aveva sposato Elisabetta, figlia di Ermanno II di Cilli), benché il partito guidato dall’intesa tra Cilli e i Lussemburgo tenesse in mano i due Goriziani; questi allora si accostarono agli Absburgo e il re Sigismondo concesse a E. (1417) il capitanato e la giurisdizione su Feltre, Belluno e Serravalle. ... leggi Il problema dell’appartenenza della contea di Gorizia (re Venceslao aveva reinfeudato nel 1398 i Goriziani della contea di Gorizia e fregiati del titolo di conti palatini di Carinzia, per cui si chiamarono “principi”) si complicò in modo grave quando Venezia, occupate dal 1418 in poi le terre patriarcali, l’Istria, Monfalcone, Marano, il Cadore, pur non avendo preso possesso di Gorizia, obbligò il Goriziano a un atto di sottomissione al doge, con una cerimonia che si tenne in piazza San Marco il primo novembre 1424, ma che nell’interpretazione dell’imperatore poteva riguardare soltanto i non grandi possessi goriziani nel Friuli meridionale e non la gran parte della contea, che era giudicata di concessione imperiale (concetto che lo stesso Massimiliano I richiamò alla fine del secolo); fece eccezione l’abuso veneziano della fondazione della fortezza di Gradisca sul suolo goriziano col pretesto di una difesa dai Turchi (1470). Fin dal suo avvio, dunque, la politica di E. dovette essere altalenante, tra gli accordi con i conti di Cilli, quelli col re Sigismondo (dai quali però Enrico si sottrasse grazie all’alleanza con i Lussemburgo e, appunto, con i Cilli), e l’insistita minaccia veneziana che mirava a tenere lontane il più possibile le manovre imperiali: veramente nel 1433 Venezia giunse a riconoscere, per esigenze occasionali, che la contea di Gorizia era feudo imperiale, cosa di cui più tardi la Signoria si sarebbe dimenticata. Morto nel 1435 Ermanno II di Cilli, Federico d’Austria (il futuro Federico III, che sarebbe stato fiero e ostile avversario dei Goriziani) rinnovò nel 1436 il vecchio patto ereditario del 1394 a cui, più spesso e tacitamente, i Goriziani e gli Absburgo, e infine più tardi Massimiliano I, avrebbero fatto riferimento man mano che la contea di Gorizia appariva debole e priva di eredi; nello stesso tempo al Goriziano interessava celare i patti avviati anche con i Cilli. Non avendo avuto figli maschi dal primo matrimonio, nel 1438 E. sposò Caterina († 1473 circa) della famiglia ungherese dei Gara/Garay, oltre tutto cugina di Ulrico di Cilli; nacquero così tre figli maschi: Giovanni (morto nel 1462), Ludovico (scomparso verso il 1457) e Leonardo. A parte le controversie tra gli Absburgo e i Cilli, che ebbero ripercussioni serie anche a Gorizia, Caterina si trovò ad affrontare anche una resistenza sorda dello stesso E., che difatti fu da essa escluso dal potere e addirittura imprigionato due volte, nel 1443 e nel 1453, questa volta in contrasto con gli Stati provinciali. Caterina operò a fianco e talora in sostituzione dei figli ed ebbe particolare ascendente sull’ultimo, Leonardo, quando questo, scomparso anche Giovanni, volle tentare di riprendere i possessi che il fratello, in lotta con Federico, aveva perduto nella guerra di successione per la contea di Cilli (pace di Pusarnitz, 1460). Quando nel 1444 Federico III, E. e Caterina si incontrarono a Sankt Veit per rinnovare i patti ereditari, la contessa era in attesa del terzo figlio, il ricordato Leonardo, a cui sarebbe toccato di reggere senza eredi la contea dal 1462 al 1500, restando però sempre molto legato alla madre, al punto che lo stemma dei Gara compare quasi sempre, anche molti anni dopo la morte di Caterina, accanto a quelli di Gorizia, del Tirolo e della Carinzia. Fu Enea Silvio Piccolomini a definire la coppia di coniugi goriziani, E. e Caterina, «dispar coniugium», ma lo stesso umanista calcò fortemente la mano nel descrivere la figura di E., che senza dubbio poté offrirgli più di un pretesto, benché fosse nell’interesse del Piccolomini, segretario di Federico, denigrare anche più del ragionevole un avversario del suo signore. In compenso egli ammirò Caterina («forma praestanti et audacia»): è probabile che le informazioni al Piccolomini provenissero dal giovane Leonardo che rifletteva il pensiero della madre. Molti trattati e approcci furono avviati e firmati tra le forze che si proponevano di inserirsi nel campo goriziano, tra l’altro uno segreto di permuta tra Cilli e Gorizia (1449); ma Ulrich di Cilli tenne a lungo quale ostaggio Giovanni, il primogenito di E., che venne rilasciato nel 1453 in cambio di rinunce. Lo stesso Giovanni fu riconosciuto quale erede legittimo dagli Stati provinciali tanto della contea anteriore, che aveva Lienz capoluogo, quanto della contea interna o goriziana in senso più proprio. E. era allora prigioniero di Caterina, che temporaneamente e dispoticamente governava la contea, anche con l’appoggio di Venezia che riprese la sua manovra di soggezione obbligando Giovanni a dirsi “vassallo”: forte di questo appoggio, Giovanni volle trarre profitto dall’estinzione della casata di Cilli (1456), ma Federico III si oppose decisamente (1457); il fatto d’arme che seguì, con Alberto VI (fratello di Federico) che aiutava E., così come Sigismondo del Tirolo, portò alla sconfitta del Goriziano e alla svantaggiosissima pace di Pusarnitz (1460), per cui i Goriziani perdettero la contea di Ortenburg e la stessa concapitale Lienz, che sarebbe stata riconquistata da Leonardo. E. fu sepolto nella chiesa della SS. Trinità a Dobbiaco, che aveva accolto altre tombe dei Goriziani, dopo che questi avevano rinunciato a farsi seppellire nella “loro” abbazia di Rosazzo. Nella vicenda politica e personale di E., per quanto molto travagliata (e le conseguenze perdurarono a lungo), si inserirono però anche varie note culturalmente elevate, come, per esempio, il suo mecenatismo nella promozione dell’arte. Si sa di due pittori goriziani, Nicolò e Stefano, che alla fine del Trecento perseguivano i modi emiliani di Vitale da Bologna: a Stefano nel 1398 E. concesse un feudo a Gorizia. Lo stesso conte aiutò il comune di Gorizia nella costruzione di una chiesa. Il ritratto di E. e quello di Caterina è riconosciuto negli affreschi della chiesa di Bevazzana. Si registra inoltre per la corte goriziana la frequenza di figure notevoli, tra cui quella di Oswald von Wolkenstein.

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Bibliografia

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