GILBERTO DA MARANO SUL PANARO

GILBERTO DA MARANO SUL PANARO (? - 1349)

abate di Moggio

Immagine del soggetto

Particolare di codice liturgico proveniente dall'abbazia di Moggio (Udine, Biblioteca arcivescovile, cod. 45, f. 9r).

Fin dall’epoca della sua elezione, le vicende dell’abate G. di Moggio furono assai tormentate. Morto nel 1329 l’abate Bertoldo, i monaci elessero Martino, monaco di S. Maria in Organo di Verona, ma, all’epoca, dimorante ad Aquileia. Il patriarca tuttavia si rifiutò di convalidarne l’elezione. Il ricorso presentato da Martino al legato apostolico non fu accolto in quanto alcuni mesi prima il pontefice Giovanni XXII aveva arrogato a sé e al concistoro cardinalizio il diritto di nominare l’abate di Moggio. Si appurò del resto che Martino, noto per i suoi pessimi costumi, era addirittura estraneo all’ordine benedettino, essendo frate domenicano. La scelta del pontefice cadde sulla persona di G. da Marano sul Panaro. L’arrivo di G. in Friuli, preceduto da questo grave episodio, coincise con il progressivo inasprirsi dell’endemico conflitto fra il patriarca e il conte di Gorizia. Tale conflitto coinvolse direttamente anche l’abbazia mosacense che per secoli rappresentò un ostacolo alla spregiudicata politica dei conti di Gorizia e dei di Prampero, signori di Gemona e loro alleati, interessati ad assicurarsi il controllo della strada del Canal del Ferro. Fu quindi Floramondo di Cergneu, già frate domenicano, che, dopo aver aderito all’ordine benedettino, ordì, con Giovanni Francesco di Castello e Matteuccio, figlio del decano di Moggio, un complotto per attentare alla vita di G. I congiurati tuttavia fallirono e, nonostante i colpevoli fossero stati condannati in contumacia, Floramondo fu prima eletto abate del monastero benedettino di S. Giorgio di Arnoldstein (Carinzia) e, in seguito, dell’abbazia di S. Martino alla Beligna. Si deve del resto ritenere che i congiurati volessero in primo luogo liberarsi dell’energico abate determinato ad imporre l’osservanza della regola ad una comunità monastica ostile ad ogni forma di disciplina. Ben presto il patriarca Bertrando (1334-1350) seppe apprezzare le qualità dell’abate di Moggio. ... leggi G., assieme a Guido Guizzi, vescovo a Concordia, fu tra i più fedeli collaboratori del patriarca. Bertrando ben presto affidò all’abate di Moggio la conduzione di affari estremamente delicati. G. si distinse nel corso delle trattative con Bianquino di Prata e Mastino della Scala per risolvere la lite sul castello di Cavolano (1337). Il patriarca, nel 1338, volle riconquistare Venzone, ceduta a suo tempo in feudo ai Goriziani. I Venzonesi, dopo la resa della guarnigione del castello di Braulins, aprirono le porte alle truppe di Bertrando. A Braulins, tra gli altri, fu catturato anche Giorgio di Duino che, grazie alla mediazione di G., si impegnò a sottoscrivere un accordo con il patriarca, ottenendo in cambio la libertà. Il riavvicinamento della potente famiglia ministeriale rappresentò un notevole successo per Bertrando. L’abate di Moggio fu presente, il 2 agosto 1338, quando il patriarca, assistito da Pietro, arcivescovo di Nazareth, e da altri otto vescovi, consacrò solennemente il duomo di Venzone. Bertrando ebbe modo di ricompensare il suo collaboratore quando, nel 1342, concesse mercato annuale a Pontebba, favorendo così la strada che, attraverso i possessi dell’abbazia, conduceva oltralpe. La presenza di G. al fianco dell’anziano patriarca in occasione di sinodi provinciali, accordi e trattative conferma la fedeltà di G. nei confronti di Bertrando. Evidentemente l’abilità di G., sostenuta da una solida cultura e dalla conoscenza del diritto canonico e civile, fu sempre tenuta in grande considerazione dal patriarca. Tali competenze sono confermate dal fatto che, a proposito dei dubbi sorti sull’elezione del vescovo di Treviso, si volle ascoltare proprio il parere dell’abate di Moggio. A lui deve essere inoltre attribuito lo statuto dominicale del 1337, con il quale fu regolato il potere disciplinare dell’abate sui massari (contro i rissosi e i ladri), e lo statuto, anch’esso emanato nel 1337, “per il governo temporale dei sudditi”. G. fu inoltre sensibile alle necessità spirituali e accolse la richiesta delle popolazioni della val Pesarina. Nel 1339 i fedeli della valle ottennero che la cappella di S. Canziano di Prato fosse eretta chiesa parrocchiale. Nel 1343 si giunse ad uno scontro aperto fra l’abate e i di Prampero, conflitto da inserirsi nel contesto più vasto delle ormai secolari rivalità fra il patriarca ed i conti di Gorizia, avvocati della chiesa aquileiese. L’opera di mediazione di G., che sempre tentò di far valere le ragioni del patriarca, emerge in tutta la sua importanza ancora una volta nel 1348. Allora all’abate di Moggio furono affidate le trattative per porre fine al conflitto che vide Udine opposta a Cividale. I Cividalesi, sobillati dal conte di Gorizia, rimproveravano al patriarca di aver favorito Udine e, alleatisi con i conti di Gorizia, mossero guerra alla città rivale. La situazione lasciava ormai poco spazio alla mediazione; fu così che, nel 1349, lo stesso G. fu assassinato. La congiura, ordita da Riccardo e Ulvino di Prampero, si inserì in un conflitto ben più ampio che consentì ai signori di Gemona, ormai semplice strumento della politica goriziana, di eliminare il coraggioso abate sino ad allora validamente oppostosi ai loro soprusi. L’omicidio di G. può pertanto essere considerato una sorta di prova generale dell’uccisione di Bertrando, il 6 giugno 1350, sui prati della Richinvelda.

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Bibliografia

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