MACOR CELSO

MACOR CELSO (1925 - 1998)

poeta, scrittore, letterato

Immagine del soggetto

Lo scrittore e poeta Celso Macor.

Nacque a Versa, presso Romans d’Isonzo (Gorizia), il 4 agosto 1925 da Antonio e Teresa Mucchiut. Conseguita la maturità classica presso il Liceo Dante Alighieri del capoluogo isontino, dal 1962 curò i servizi giornalistici del comune di Gorizia fino ad assumere il ruolo di responsabile dell’Ufficio stampa e pubbliche relazioni. Nel contempo affiancò alla professione una costante attività pubblicistica, in particolare quale direttore dei periodici «Iniziativa Isontina» (dal 1979 al 1996) e «Alpinismo goriziano» (notiziario della locale sezione del Club alpino italiano), vicedirettore del settimanale diocesano «Voce Isontina», collaboratore di «Studi Goriziani» e corrispondente del quotidiano romano «Il popolo» (1957-1962). Sono numerosi i suoi studi di interesse storiografico e ambientale sul Friuli goriziano e su Gorizia, sul Collio, sulle Alpi Giulie, sull’Isonzo (finalmente fiume di pace, in un titolo del 1965), sul Torre, ma anche sull’alpinismo e sugli alpinisti, in particolare su Julius Kugy, al quale dedicò un saggio già nel 1966; ad essi si associano, soprattutto negli anni Novanta, fortunate edizioni arricchite da superbi corredi fotografici (come Volo con l’aquila, con C. Tavagnutti); volumi pregevoli, nei quali i testi di commento, nella loro essenzialità, cercano l’equilibrio con le immagini e svelano una passione complementare all’impegno, mentre le traduzioni (soprattutto in tedesco e in sloveno, ma anche in inglese) ribadiscono l’orizzonte, non soltanto ideale, dell’incontro di culture ed etnie diverse. Dopo L’uomo e la vigna (1971), silloge di ricordi in italiano, ancora all’insegna di una rassicurante continuità, la scrittura in friulano di M. divenne pubblica con le tredici ampie liriche di Impiâ peraulis [Accendere parole], volumetto edito nel 1980 con una premessa di Ervino Pocar – il grande germanista e traduttore al quale M. dedicò un’approfondita biografia comparsa nel 1996 –, sebbene avesse preso avvio subito dopo il terremoto del 1976. Soltanto in apparenza questi versi accomunano M. ai molti che, sull’onda emotiva provocata dal sisma, hanno voluto fissare nell’impressione poetica l’immagine di un Friuli non ancora sfigurato dalla tragedia: «Vevi ancia jo peraulis di dî, / ricuarz di meti ta suarza, / prin che passàs la falz» [Avevo anch’io parole da dire, ricordi da incorniciare, prima che passasse la falce]. In realtà queste pagine guadagnano alla poesia di M. un posto esclusivo: per gli esiti sul piano letterario e per la carica vitale che si può percepire in brani dal sapore epico, immuni dall’autocommiserazione, capaci addirittura di esorcizzare malinconia e rimpianto, oltre che di risvegliare una concreta assunzione di responsabilità civile anche a fronte di un innegabile tracollo. ... leggi Allo stesso modo, le colpe e le pene scoperte nelle pieghe più vergognose della storia del Novecento incrociano, ma in modo non infecondo, la disperazione, i rimorsi, lo sconforto e le sconfitte di Pieri, Tita, Tunin e degli altri vinti de I vôi dal petarôs [Gli occhi del pettirosso], la raccolta di tredici racconti friulani uscita nel 1986. In quel volume, la Lienda e alegoria di un studiât e di un paîs muart [Leggenda e allegoria di un istruito e di un paese morto] ammette l’incapacità dell’intellettuale di salvare quanto nel mondo di ieri parlava di vincolo solidale e di autenticità, ma nella scarna e limpida dignità di quelle pagine narrative la scelta della scrittura cerca ugualmente di comporre lo scacco del passato e l’impegno nel presente. Nonostante l’inquietudine e le ombre funeree, la composizione delle fratture e la pacificazione con il passato si fanno sempre più profondamente desiderate nella raccolta poetica Se ’l flun al mûr [Se il fiume muore] (1989), dove i titoli stessi delle sezioni, articolate sull’alternarsi delle stagioni e dei tempi liturgici, indicano ancora la volontà di leggere e interpretare la storia alla luce di una fiducia metastorica. Ma lo smarrimento oscilla senza posa tra una prospettiva non pacifica e l’apertura di uno spiraglio che negli anni successivi pare irrobustirsi, come rivelano anche frammenti di prosa di Tiara [Terra] (1991): «Tal misteri scosàin che sinti atôr di me no sai se ’a soi ’za muart s’ciafojât di tant amôr o se a voi samenant speranzis par gnovi’ ’zornadis» [Nel mistero nascosto che sento intorno a me non so se sono già morto soffocato da tanto amore o se vado seminando speranze per giorni nuovi]; e, a rincalzo, in Puisiis a Viarsa [Poesie a Versa] (1994): «Ma no! Risìz a’ cressin dutintôr, / e la mê anima psalmodiant ’a côr / ta gnovi’ ciasis; al cûr al brusa, / e no si distuda al spietâ che passât e divignî si ’zontin / par eternâ ’l ciant, / che ’l torna dal dilà» [Ma no! Crescono i germogli tutt’intorno e la mia anima corre salmodiando nelle nuove case; il cuore brucia e non si spegne l’attesa che passato e futuro si ritrovino insieme per eternare il canto che ritorna dal di là]. Tra i numerosi premi e riconoscimenti ricevuti da M. per l’attività pubblicistica e letteraria, si ricordano il premio nazionale di poesia Città di Thiene (1990) e la partecipazione al Festival internazionale di poesia di Barcellona (1990). Ma la presenza di inediti e di scambi epistolari di rilievo rende provvisorio il bilancio e apre ulteriori possibilità di indagine. Oltre a poesie e frammenti dispersi (la produzione in friulano è stata raccolta nel 1996 in due volumi intitolati I fucs di Belen [I fuochi di Beleno], mentre nel 1999 alcuni scritti sono stati ristampati con la traduzione slovena in Cui ciantaraja dopo di me? Kdo bo pel za menoj? [Chi canterà dopo di me?], a cura di Jurij Paljk), a dieci anni dalla morte, avvenuta a Gorizia il 28 novembre 1998, comparve postumo Ài samenât un ciamp di barburissis. Ho seminato un campo di fiordalisi (2008), edizione degli scritti contenuti in un’agenda che – come segnala il curatore Rienzo Pellegrini – «accosta e compone facce complementari e solidali di una personalità che nell’esercizio assiduo del giornalismo e della letteratura, nei suoi diversi generi, ha espresso intenzioni e ideali non divaricati», così da provarne «nel concreto, nello svolgersi dei fogli, la coerenza di fondo, pur con le perplessità, con le incrinature che l’esistere non elide». Non creano sconcerto le difformità nella scrittura: se la prosa sembra quasi dare respiro alla tensione poetica, la poesia contempera con lo slancio lirico la lucidità realistica di alcuni dei più brucianti squarci riflessivi. In tutte le raccolte la propensione autobiografica o la presenza di un “io” poetico definito e tangibile non riducono la letteratura di M. a un canto monodico: la sua poesia e i suoi racconti possiedono le risonanze della polifonia e la coralità dell’universo contadino, del quale costituiscono un’immagine nitida ed eloquente. E nondimeno, la forte connotazione storica e gli agganci concreti rendono vive e contemporanee quelle pagine, conferendo alla contingenza delle storie un valore paradigmatico: «E tu, popul dal Friul: chista no jè dome / la storia mê» [E tu, popolo del Friuli: questa non è solo la mia storia]. Singolarità e concretezza discendono anche dalla lingua di M., il friulano di Versa, con contaminazioni di quello di Lucinico: un idioletto tanto fedele alla tradizione quanto tenacemente ancorato a luoghi e tempi di una vicenda umana ben precisa, un impasto che riceve profondità storica dalle voci cadute in disuso, ampiezza geografica dai frequenti germanismi, spessore affettivo dal lessico familiare. M. ha curato la raccolta di tutte le poesie di Franco de Gironcoli e si è misurato anche nella traduzione in friulano (presentata accanto a quella in tedesco e a quella in sloveno) delle Laudes creaturarum di Francesco d’Assisi (1991). Sebbene un numero consistente di articoli giornalistici di M. compaia, insieme con i commenti di alcuni studiosi, nel volume postumo Identità e incontri (1999), è arduo tracciare un profilo dell’uomo pubblico, in ragione delle numerose sfaccettature dell’impegno pluridecennale in cui si è spesa una personalità complessa e discreta. Certamente molti dei corsivi, in particolare quelli tratti dalla prima pagina di «Voce Isontina», fanno eco alle tematiche della scrittura letteraria (Se ’l flun al mûr), ma la prosa dispiega ulteriori risorse di disincantata analisi critica e postula insieme una volontà di intervento immune dai compromessi, dai radicalismi e dalle chiusure provinciali o identitarie. Senza cadute nella retorica, attraversa ciascuna di quelle pagine una robusta tensione etica, non soffocata dallo sguardo retrospettivo né paralizzata dal senso di colpa per non aver saputo formulare ipotesi alternative di sviluppo e opporre resistenza alle leggi economiche e sociali che hanno sfigurato il volto umano della campagna. L’altra costante della sensibilità umana di M. è la consapevolezza di vivere non soltanto nel tempo del tramonto di un mondo, ma anche in uno spazio geografico incerto e segnato dall’esperienza del confine. Stringendosi proprio a quel margine, M. ha potuto dare libero corso alla lungimiranza politica, al rinnovamento culturale, alla responsabilità comune per la pace, all’idea di un mondo diverso. E il confine compare nel titolo di una delle sue prose più emblematiche, Dulà che la Furlania ’a finìs [Dove il Friuli termina], una denuncia lucida che fonda l’impegnativa eredità di M.: «Ué ’l è un altri vivi, un altri murî da storia: ’l è un murî di anima tal mont che si fâs grîs, ’l è un murî di peraulis di vôns tal sflandôr, tal bon sunsûr da grandi’ lenghis che sopressin dut tuna invasion cun altri’ armis. Son li’ lez da economia a talpassâ ogni diviarsitât di cultura e di etnia. Pragmatisin, ué, no chel strazzâ timp che si clama puisia» [Oggi c’è un altro vivere, un altro morire della storia: è un morire d’anima nel mondo che ingrigisce, un morire di parole d’avi nello splendere, nel suonar bene delle grandi lingue che annullano tutto invadendo con altre armi. Sono le leggi dell’economia a calpestare ogni diversità culturale ed etnica. Pragmatismo, oggi, non quello spreco di tempo che si chiama poesia].

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Bibliografia

Versi e prose letterarie sono contenuti in: C. MACOR, I fucs di Belen, Brazzano di Cormons (Gorizia), Edizioni Braitan, 1996. Una cospicua raccolta di articoli giornalistici in: C. MACOR, Identità e incontri, a cura di H. KITZMÜLLER, Brazzano (Gorizia), Braitan, 1999.

DBF, 467-468; D’ARONCO, Nuova antologia, III, 275-279; Mezzo secolo di cultura Sup 3, 49; BELARDI - FAGGIN, Poesia, 19, 69-70, 526-527 (la scelta antologica 486-497); E. SGUBIN, Lingua e letteratura friulane nel Goriziano, in Marian, 594-596, 610-614; PELLEGRINI, Tra lingua e letteratura, 318-320; S. TAVANO, Un fiume senza mare, «Sot la nape», 42/2 (1990), 59-64; Mezzo secolo di cultura Sup 4, 52; Mezzo secolo di cultura Sup 5, 71; Mezzo secolo di cultura Sup 6, 83; R. PELLEGRINI, Un ricordo di Celso Macor, «M&R», n.s., 18/1 (1999), 171-193; E. SGUBIN, Ricuart di Celso Macor, «Sot la nape», 51/1 (1999), 47-48; ID., Celso Macor, «Ce fastu?», 76/1 (2000), 37-47; GALLAROTTI, 185-190; FAGGIN, Letteratura, 177-179, 184-185; R. PELLEGRINI, La terra ed il mondo contadino [Memoria per Celso Macor], «Nuova Iniziativa Isontina», 47 (2007), 19-24; G. ZANELLO, Versi e riflessioni di Celso Macor, «Ce fastu?», 85/2 (2009), 275-282.

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