MANIAGO (DI) FABIO

MANIAGO (DI) FABIO (1774 - 1842)

storico dell’arte, amministratore

Immagine del soggetto

Ritratto giovanile di Fabio di Maniago (Udine, Civici musei, Fototeca).

È una figura di spicco nel panorama della storiografia artistica della prima metà dell’Ottocento. La sua fama è legata soprattutto alla Storia delle belle arti friulane, edita a Venezia nel 1819, opera che – oltre a configurarsi come un classico della letteratura artistica di carattere regionalistico – costituisce ancora oggi un imprescindibile punto di riferimento sia sotto il profilo storico-artistico sia per quanto riguarda l’aspetto documentario. Convinto assertore della necessità di accostarsi alle opere d’arte incrociando i dati di stile con quelli forniti dalle fonti d’archivio, d. M. raccolse e pubblicò infatti una mole imponente di documenti, molti dei quali sono oggi perduti o irreperibili. La stesura della Storia fu preceduta da una lunga fase di gestazione durante la quale d. M. compì numerosi viaggi di studio in Italia e all’esterno: viaggi che gli permisero di acquisire una dimensione culturale di respiro europeo. Nato nell’omonima cittadina friulana nel 1774 e rimasto ben presto orfano di padre, nel 1787 d. M. entrò nel collegio S. Carlo di Modena, lo stesso frequentato qualche tempo prima da Leopoldo Cicognara, uno dei grandi protagonisti della vita e della cultura artistica veneziana del primo Ottocento. Da un memoriale di Bonaventura Corti, allora direttore del collegio modenese, apprendiamo che il «cavalierino», sin dal primo momento del suo ingresso nell’istituto, corrispose pienamente alle aspettative dei suoi educatori, distinguendosi soprattutto nelle discipline di carattere scientifico. Nonostante la predisposizione per la matematica e la fisica, non mancò di dedicarsi anche al disegno, tanto che alcuni suoi ritratti ad encausto «ebbero le lodi di un amico che non era facile lodatore», come ricorda uno dei suoi primi biografi, il sacerdote Venanzio Savi, che nel 1901 redasse un accuratissimo profilo di d. M., attingendo al ricco archivio familiare, oggi in gran parte disperso. ... leggi Purtroppo non sappiamo chi fosse questo amico. Tuttavia quanto affermato da Savi trova conferma in un ritratto di d. M., conservato presso gli eredi, che ci presenta lo studioso con dei fogli davanti a sé e uno strumento da disegno nella mano destra. Sebbene non se ne conosca l’autore, questo ritratto (in cattivo stato di conservazione) dovrebbe risalire ai primi anni dell’Ottocento, quando d. M. – dopo essere stato a Roma – aveva ormai maturato la decisione di abbandonare lo studio delle scienze esatte a favore di quello delle discipline storico-artistiche. Dopo aver lasciato il collegio ed essere rientrato in Friuli, nel 1797 il giovane d. M. fu coinvolto nei rivolgimenti politici allora in corso e nell’anno di vita del governo democratico, nato dalle ceneri della dissolta Repubblica di Venezia, fu eletto membro del Governo centrale e commissario agli alloggi. Tuttavia tali incarichi non dovettero metterlo al riparo dai tumultuosi eventi di quei giorni se, come ricorda spiritosamente l’amico Leandro di Porcia con il quale qualche anno dopo avrebbe intrapreso un viaggio a Parigi, la furia dei fratelli repubblicani stava per “onorare” anche lui con sonori colpi di bastone. A questo punto, sollecitato tanto dalla madre quanto da alcuni amici toscani, nel maggio del 1798, pochi mesi dopo l’istituzione del primo governo austriaco, d. M. lasciò il Friuli e si trasferì a Firenze, dove risiedette sino all’inizio dell’anno 1800, frequentando l’Accademia di belle arti e dedicandosi soprattutto al disegno sotto la guida del pittore Pietro Pedroni. Dopo un breve rientro in Friuli, nel febbraio del 1800 partì per Roma, portando con sé una lettera di raccomandazione per un docente del Collegio Romano nella quale è descritto come un «giovane di non volgar talento e di un genio particolare per le letterature e segnatamente per la matematica scienza». Malgrado questo suo interesse per le scienze esatte, l’incontro con la città eterna lo avrebbe indotto ben presto a dedicarsi interamente allo studio della storia dell’arte. Intervallata da escursioni nei dintorni di Roma e a Napoli, la permanenza di d. M. nell’Urbe si concluse nel luglio del 1800, anche se la stagione dei grandi viaggi non era ancora finita. Infatti visitò dapprima Vienna (autunno del 1800) e quindi Parigi dove, fatta eccezione per una breve trasferta in Inghilterra, soggiornò dal settembre del 1802 al febbraio del 1804, anno in cui si stabilì definitivamente nel proprio paese natale, trascorrendo il resto della vita tra lo studio e le incombenze di carattere politico-amministrativo. Al riparo dalle “distrazioni” offerte dalle grandi capitali europee, a Maniago egli attese innanzitutto alla raccolta e messa a punto di notizie di carattere storico-artistico e documentario funzionali alla stesura della sua opera principale, ossia la Storia delle belle arti friulane, importante per diverse ragioni: in primo luogo per il metodo, in quanto i giudizi espressi dallo studioso sono sempre il frutto di un “incrocio” tra i dati ricavati dall’esame diretto delle opere e quelli forniti dalle carte d’archivio; in secondo luogo perché, oltre ai profili dei vari artisti trattati, essa ci offre il primo vero e proprio catalogo ragionato delle opere da loro realizzate sia in Friuli sia altrove. Quanto allo scopo, egli si propone di far conoscere le vicende delle arti in Friuli dal loro risorgimento all’età contemporanea e in particolare di dare un’idea precisa dello stile e delle opere principali dei pittori friulani, tralasciando le notizie biografiche (interessanti solo se relative ad autori importanti); per quanto riguarda invece il metodo – e in questo consiste l’apporto davvero innovativo di d. M. – egli dichiara di non voler «nulla affermare che non sia provato da documenti» o, in mancanza di questi, «fondato almeno sopra fortissime congetture»; infine di non voler «nulla […] descrivere» che non avesse visto con i suoi stessi occhi. In questo caso la polemica è diretta soprattutto contro monsignor Girolamo de Renaldis: il quale, pur non essendo uno specialista di storia dell’arte, nel 1796 aveva pubblicato un saggio sulla pittura friulana, pieno di errori e imprecisioni. Tuttavia è probabile che sulla scelta di questo metodo avesse influito, oltre che l’esempio del grande conoscitore settecentesco Luigi Lanzi, anche la sua giovanile propensione per le scienze esatte e in particolare per la fisica, fondata per l’appunto sul metodo sperimentale. In relazione al titolo dell’opera, che in origine doveva essere Storia delle arti del disegno in Friuli, ma che fu in seguito modificato a causa dei rilievi mossi dall’addetto all’ufficio della censura di Venezia (il quale aveva obiettato che nell’opera non si parlava affatto di disegni!), d. M. precisa di averlo scelto per dimostrare che, almeno durante il rinascimento, esistette una vera propria scuola friulana: scuola che, pur essendo una variante locale di quella veneziana, aveva caratteri stilistici propri e ben definiti. In ciò non aveva fatto altro che attenersi all’esempio del Lanzi il quale, trattando della pittura veneziana all’interno della sua Storia pittorica della Italia, pubblicata a Bassano nel 1795-1796, l’aveva divisa in «altrettante scuole quant’erano le provincie». Si tratta, precisa ulteriormente d. M., di un’operazione analoga a quella che il fisico compie sulla luce, la quale, «in apparenza semplice, può essere scomposta nei suoi settemplici raggi». Evidente retaggio dei suoi studi scientifici, l’esempio è particolarmente efficace e chiarisce molto bene le ragioni di una scelta che nel frattempo qualcuno doveva aver tacciato di provincialismo. Un altro interessante aspetto da lui toccato nella prefazione dell’opera, è quello relativo al depauperamento del patrimonio artistico: dopo le devastazioni causate dalle soppressioni napoleoniche, un’altra terribile minaccia veniva, a suo giudizio, «dalla smania vandalica […] di voler ritoccati gli antichi quadri», nonché dall’astuzia dei mercanti, sempre alla ricerca di qualche nascosto o indifeso capolavoro. Ecco quello che afferma a tale proposito d. M.: «Il momento in cui scrivo è il solo purtroppo il quale sia ancora opportuno. Chi verrà dopo me avrà, non v’ha dubbio, maggior ingegno, ma gli mancheranno i materiali necessari. Vanno purtroppo diminuendo in questa provincia e si perdono i monumenti delle belle arti. N’è cagione in primo luogo la smania vandalica di voler ritoccati gli antichi quadri […]. A questo l’altro maggior danno si aggiunga che deriva dalla sorte infelice dei templi […] de’ quali alcuni […] sono stati in taverne perfino ed in macelli conversi ed altri demoliti da odiosissimi speculatori […]. Così nel secolo della filosofia e del buon gusto si perdono le opere più famose che da trecento anni o si ammiravano o si rispettavano almeno». Come emerge da queste amare riflessioni, d. M. fu un antesignano della tutela delle opere d’arte e il suo impegno costante in questa direzione, documentato sin dagli anni giovanili, trova conferma nella continua richiesta di pareri e consulenze. Sappiamo, ad esempio, che nel 1812 fu interpellato a proposito del trasferimento di alcuni dipinti a Cividale e l’anno dopo sulla costituzione di una Galleria dipartimentale. Sappiamo ancora che nel 1820 fu chiamato a far parte della Commissione conservatrice dei monumenti e, infine, che nel 1840 intendeva dare alle stampe un Discorso sulle gallerie, caratterizzato da accenti polemici nei confronti dei francesi, spogliatori delle chiese e depredatori dei nostri beni artistici, la cui pubblicazione fu per altro impedita dalle censure di Venezia e Milano. Oltre alla Storia delle belle arti friulane, opera a cui continuò a lavorare sino alla morte, d. M. scrisse anche una guida di Udine, che fu pubblicata una prima volta nel 1825 e quindi ristampata nel 1839 con l’aggiunta di quella di Cividale. Sul versante più propriamente critico, si segnalano gli Elogi di artisti illustri – Raffaello, Domenichino, Reni, Poussin, Giovanni da Udine, Veronese, Tintoretto, Pordenone e Amalteo –, pubblicati a San Vito al Tagliamento nel 1841. Si tratta di lavori senz’altro interessanti che ci permettono di capire meglio gli ideali estetici di d. M., improntati al gusto neoclassico (ma forse sarebbe più esatto dire classicista) anche in piena età romantica. Sebbene da questo punto di vista appaia indiscutibilmente in ritardo sui tempi, d. M., morto nella città natale nel 1842, resta comunque un personaggio importante perché con la sua opera maggiore ha posto le basi della moderna storiografia artistica del Friuli e perché in occasione dei suoi viaggi giovanili ha saputo “sprovincializzare” la sua cultura e acquisire una dimensione intellettuale di respiro europeo.

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Bibliografia

Su F. di Maniago, oltre alla rivisitazione effettuata da chi scrive (Fabio di Maniago e il suo contributo alla storiografia artistica del Friuli, in DI MANIAGO, Storia, XIII-LXIX), si veda: Fabio di Maniago e la storiografia artistica in Italia e in Europa tra Sette e Ottocento. Atti del convegno internazionale di studi (Udine/Pordenone, 25-26 novembre 1999), a cura di C. FURLAN - M. GRATTONI D ’ARCANO, Udine, Forum, 2001. Sui suoi viaggi e sulle sue lettere a Cintio Frangipane, conservate nell’archivio Frangipane a Ioannis di Aiello (Udine), si veda C. FURLAN - M. GRATTONI D ’ARCANO, La dimensione europea di Fabio di Maniago, in Fabio di Maniago e la storiografia artistica, cit., 311-317; IID., “Le belle cose […] che più vedo, più paion sorprendenti e sublimi”: il soggiorno romano di Fabio di Maniago (1800), in Gioacchino Di Marzo e la critica d’arte dell’Ottocento in Italia. Atti del convegno (Palermo, 15-17 aprile 2003), a cura di S. LA BARBERA, Bagheria (Palermo), s.n., 2004, 11-21.

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