MONDINO DA CIVIDALE

MONDINO DA CIVIDALE

medico, docente

A lungo confuso con l’omonimo, coetaneo professore di medicina all’università di Bologna Mondino Liuzzi, autore di un celebrata opera anatomica, se ne è ormai correttamente precisata la distinta identità. Nato a Cividale fra il 1275 e il 1280 da Guglielmo da Bergamo e da Osanna di Dionisio del fu Nicolussio di Nodino, nel 1305 figura come studente a Padova, dove due anni più tardi presenziava assieme a Pietro d’Abano e al conterraneo Pace al conferimento della laurea ad uno studente polacco. Nel 1308 era a Cividale per dividere con la madre e le sorelle l’eredità paterna, costituita tra l’altro da una casa in quel luogo, da lui ceduta alla moglie Mattiussa, figlia del notaio Pellegrino del fu Giacomo da Cividale. Altre testimonianze successive lo mostrano presente nel palazzo vescovile di Padova. Da un atto dell’11 febbraio 1314 risulta che fu incaricato dal canonico di Cividale Ermanno di Buttrio di ottenere un parere dal giureconsulto Taddeo Pocaterra, allora docente a Padova. Uno strascico di questo evento si ritrova in un documento notarile del 18 febbraio 1316 nel quale egli porta il titolo di «magistrum Mundinum de Civitate in arte phisica doctorem excellentissimum Padue commorantem»: in questa seconda circostanza era incaricato per procura di riscattare un libro di decretali impegnato in precedenza dallo stesso prelato friulano al Pocaterra per la somma di sei lire di grossi. All’epoca, egli poteva dunque fungere da autorevole intermediario fra la città natale e l’ambiente universitario padovano, dov’era ben inserito ed era venuto a contatto anche con soggetti e interessi più larghi di quelli medici, che professionalmente coltivava. ... leggi Nella città veneta M. avrebbe ben presto acquisito la cittadinanza, stabilendosi almeno dal 1320 non lontano dalla porta di S. Giovanni delle Navi, dove risulta risiedere ancora il 20 febbraio 1327. Nel 1328 dettò il suo testamento, qualificandosi come «artis medicinalis professor», e ribadendo la sua provenienza «de Civitate Austria Foroiulii diocesis Aquilegiensis». Dal medesimo testamento si evince la sua piena integrazione nel tessuto sociale padovano: padovana era infatti la moglie Bartolomea da Scaltenigo; la figlia Chiara era monaca nell’antico e prestigioso monastero femminile di S. Pietro; egli stesso, infine, stabiliva di essere sepolto nella cattedrale. In un codice del XIV secolo appartenuto nell’Ottocento a Fortunato Bianchi, di cui s’ignora la sorte, lo stesso M. afferma di aver guarito a Padova una monaca con certa sua polvere. Si spiega così come già nel libello celebrativo di Padova del medico Michele Savonarola, della metà del Quattrocento circa, potesse essere definito «Mundinum Patavum». Sulla base di seri indizi si è ipotizzato che la vedova fosse stata sposata da lui in seconde nozze, dandogli due figli, aggiuntisi alla già numerosa prole precedente. Si dubita invece che egli possa essere identificato con un omonimo Mondino figlio di donna Osanna che il 22 gennaio 1329 è attestato a Udine. Comunque sia, è certo che egli visse fino a poco prima del 1340, quando, appunto, la vedova Bartolomea chiese di essere ammessa alla tutela dei due pupilli avuti da lui e il figliastro maggiore Iacopo Michele ottenne dal vescovo di Padova anche a nome degli altri eredi l’investitura di un feudo decimale. Delle sue opere, conosciute grazie a vari manoscritti segnalati in diverse biblioteche italiane (Torino, Cesena, Venezia) ed europee (Francia, Spagna), va segnalato principalmente il Commento al Canone di Avicenna, ultimato a Padova nel 1316: lavoro rivelatosi rivoluzionario per la conoscenza del livello raggiunto dagli studi di medicina nel primo Trecento, giacché prova che anche a Padova erano ormai istituzionalizzati testi universitari contemporaneamente in uso a Bologna, a Parigi e a Montpellier. Quello di M. è infatti il più antico commento letterale di tutte e quattro le fen, cioè l’intero primo libro, del Canone. In esso l’autore interseca continuamente l’interpretazione del filosofo arabo con richiami all’Articella, cioè la collezione di opere di Galeno e di Ippocrate che col Canone costituiva il testo fondamentale dell’insegnamento della medicina medioevale, e alle opere di svariati altri autori arabi ed ebrei. L’importanza e l’originalità di M., che, relegato fino a non molto tempo fa in ranghi di sostanziale mediocrità, va invece affiancato al ben più celebre Pietro d’Abano come pioniere e luminare della scuola medica padovana, risulta anche dal fatto che egli fu pure autore dell’epitome del dizionario farmaco-botanico di Simone da Genova conosciuto come Synonima.

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Bibliografia

F.M. COLLE, Storia scientifico-letteraria dello studio di Padova, IV, Padova, Tipografia della Minerva, 1825 (= Bologna, Forni, 1985), 156-161; V. JOPPI, Notizie e documenti su Mondino da Cividale, Udine, Tip. G. Seitz, 1873; GLORIA, Monumenti, 359-362; SCALON, Necrologium, 67; SCALON, Produzione, 74-75, 157-158; T. PESENTI, Studio dei farmaci e produzione di commenti nell’università di arti e medicina di Padova nel primo ventennio del Trecento, «Annali di storia delle università italiane», 3 (1999), 61-78; GIANNI, Guglielmo, 103-104; T. PESENTI, Marsilio Santasofia tra corti e università. La carriera di un “monarcha medicinae” del Trecento, Treviso, Antilia, 2003 (Contributi alla storia dell’Università di Padova, 36), 9-21, 32, 44, 48, 58, 485.

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