MORAVIA (DI) GIOVANNI

MORAVIA (DI) GIOVANNI (? - 1394)

patriarca di Aquileia

Immagine del soggetto

Denaro di Giovanni di Moravia con l’aquila tassellata dello stemma del suo casato (coll. privata).

G. Sobieslaw di Moravia nacque fra il 1353 e il 1358, figlio di Giovanni Enrico di Moravia (1322-1375) – fratello più giovane dell’imperatore Carlo IV – e la sua seconda sposa Margherita di Troppau (Opava) († 1363). Il predecessore di G., Nicolò di Lussemburgo (patriarca di Aquileia, 1350-1359), era fratello naturale di Carlo IV e quindi zio di G. Dopo la morte del padre Giovanni Enrico, il fratello maggiore, Jobst (Jodok) di Moravia, in quanto erede principale, tentò di allontanare i suoi fratelli G. e Procopio dal margraviato di Moravia. Non sorprende che per G., in quanto secondogenito, fosse prevista la carriera ecclesiastica e che per questo stesse frequentemente presso la corte di Carlo IV a Praga. La sua presunta consacrazione a diacono nel 1370 fu di fatto consacrazione del fratellastro Giovanni di Moravia († 1380-1381 ca.), che nel 1368 a Roma fu nominato preposito del capitolo di Vyšehrad (vicino a Praga). G. ancora nel 1377 si sottoscriveva in un documento come «marchio Moravie». Solo il 17 febbraio 1377 cedette i suoi interessi sul margraviato di Moravia al fratello Jobst. Negli anni 1370-1371 fallì un tentativo dell’imperatore Carlo IV di sposare G. con Elisabetta, nipote del conte palatino Roberto. Per la cessione al fratello dei suoi diritti sul margraviato di Moravia guadagnò un indennizzo e la promessa di candidatura alla sede episcopale di Lytomis. Fu eletto vescovo di questa sede nel 1380 e in seguito ne utilizzò il titolo vescovile. Nel 1380 come nel 1387 tentò di diventare vescovo di Olomouc con l’aiuto del re di Boemia, dell’imperatore Venceslao di Lussemburgo e del margravio di Moravia Jobst. Nonostante tale aiuto, papa Urbano VI non revocò la decisione di nominare vescovo di Olomouc Nicolò di Riesenburg († 1397). In compenso, come compromesso, al fine di assicurarsi l’appoggio del re Venceslao contro lo scisma, Urbano gli offrì il patriarcato di Aquileia. ... leggi L’invio di G. ad Aquileia non era solo un favore alla famiglia reale di Boemia: la scelta di un candidato del partito lussemburghese era un segnale chiaro che la curia papale intendeva mantenere l’indipendenza del patriarcato e la sua sovranità, affinché nessuno delle tre potenze confinanti (Asburgo, Venezia e i da Carrara) potesse trarne vantaggio. Costoro avevano in vari modi attaccato il patriarcato e nel periodo di sede vacante, specialmente dopo l’allontanamento del patriarca Filippo d’Alençon nel 1385, si erano impossessati dei suoi diritti e dei suoi territori. Solo un patriarca che potesse contare sull’appoggio del papa e dell’impero avrebbe avuto la possibilità di condurre una politica estera indipendente dalle città (soprattutto Udine, Cividale e Gemona) e dai forti gruppi nobiliari del Friuli. Il 27 novembre 1387 G. fu nominato patriarca da papa Urbano VI; ma solo il 13 giugno 1388 accettò la carica, che lo impegnava con giuramento a pagare 10.000 fiorini d’oro alla camera pontificia. Il 12 settembre 1388 fece il suo ingresso come patriarca a Gemona, due giorni più tardi a Cividale e poi ad Aquileia prendendo così possesso del governo spirituale e temporale. Il suo periodo di governo, durato soli sei anni, fu contrassegnato da un conflitto sempre più simile a una guerra civile fra Udine e le altre città all’interno del patriarcato, così come dalle offensive esterne (in particolare da parte di Francesco Novello da Carrara). Avversaria principale della politica di G. fu la potente fazione nobiliare guidata da Federico Savorgnan. Con l’appoggio militare e finanziario di Venezia, costui perseguiva obiettivi autonomi, contrari agli interessi del patriarcato, compresa l’estensione del suo potere su Udine con una chiara tendenza alla signoria. L’effetto più significativo del governo di G. furono probabilmente le riforme popolari con le quali tentò di ottenere l’appoggio del popolo invece che quello dell’élite nobiliare e cittadina. Nell’arengo del 26 settembre 1389 propose agli Udinesi una riforma del governo civico, che dava il potere ai rappresentanti delle dodici corporazioni: notai, drappieri, speziali, sarti, bercandai, fabbri, falegnami, pellicciai, tessitori, sellai, calzolai, orefici. Oltre ad essi, erano chiamati a far parte del potere esecutivo altri dodici membri, rappresentanti del consiglio della città di Udine. Questa proposta fu accettata il 29 settembre 1389. Con altra disposizione del 17 settembre 1388 abolì il dazio sulle farine per venire in aiuto della popolazione povera. Un emendamento delle “antique et laudabiles patrie consuetudines”, contrario alle parti nobiliari e cittadine, definì le competenze dei marescialli su tutto il patriarcato a livello esecutivo (14 giugno 1389 e 14 gennaio 1391). Questo fatto indica come egli volesse gestire il potere in proprio, senza condizionamenti da parte di conti e gastaldi. La sua politica, apparentemente moderna e finalizzata ai bisogni di gran parte della popolazione, così come le forme tradizionali e rituali nelle procedure (una volta domandò che dodici cittadini udinesi chiedessero la pace inginocchiandosi davanti a lui), erano solamente uno strumento di governo. Il suo coinvolgimento nell’assassinio di Federico Savorgnan (15 febbraio 1389) non poté essere confutato completamente, visto che tra i responsabili dell’attentato vi erano membri della sua corte. Il figlio di Federico, Tristano Savorgnan, con altri civili e nobili colse l’occasione per invitare G. a un incontro a Udine e lì lo uccise la mattina presto del 13 ottobre 1394, nel castello di Udine. L’azione di G. non lascia trasparire un programma di governo patriarcale strutturato; in ogni caso rimane traccia del suo tentativo di frenare le forze centrifughe del patriarcato riducendo il dissidio fra le città (Udine-Cividale) e tra le frazioni nobiliari, favorendo un nuovo modello di governo (sovranità sostenuta attraverso giurisdizione e potere esecutivo centralizzati). Il disegno fallì a causa della resistenza di Udine. La fama negativa del patriarca G. e il soprannome affibbiatogli di “faraone” sono probabilmente il risultato delle giustificazioni niente affatto convincenti dell’assassinio di Federico Savorgnan. Insieme alle accuse contenute nel “Libello degli Udinesi contro il patriarca Giovanni”, la mala reputazione del prelato tedesco di Moravia impedì la creazione di un culto, come in numerosi altri casi di assassinio di vescovi era successo.

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Bibliografia

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