MORO ULDERICO

MORO ULDERICO (1737 - 1804)

falegname, disegnatore, architetto

Immagine del soggetto

Coro iemale del duomo di Udine costruito nel 1778 da Ulderico Moro.

Immagine del soggetto

Veduta di piazza Contarena a Udine disegnata da Ulderico Moro e incisa da Francesco Del Pedro, 1771 (Udine, Civici musei).

Nacque il 20 settembre 1737 a Priola, località posta oggi in comune di Sutrio in Carnia (Udine), ultimo dei sette figli di Giacomo e Lucia. Non si possiede nessun’altra notizia del giovane M. fino all’età di ventitre anni quando, il 20 giugno 1761, è documentato a Udine come «marangone» iscritto nella fraglia dei SS. Fabiano e Sebastiano, la confraternita che riuniva i falegnami, i muratori e, dal 1724, i tagliapietra. Numerosi altri atti, come la presa in affitto e poi l’acquisto nel 1765 di alcuni vani per abitazione e bottega o l’assunzione di ruoli di rilievo all’interno della congregazione, testimoniano le sue intense relazioni con la città almeno fino al 1782. Nel 1766 il M. superò l’esame per ottenere la qualifica di «perito, calcolatore e agrimensore pubblico», intessendo un’amicizia, che in seguito divenne anche collaborazione, con Antonio Del Pedro e suo figlio Francesco: nel 1774 M. realizzò ad esempio il disegno preparatorio per l’incisione di Francesco raffigurante il Santissimo Crocifisso che si venera nell’Oratorio della confraternita eretta in Udine, la congregazione dei SS. Fabiano e Sebastiano di cui erano membri, e nel 1776 affiancò e poi sostituì Antonio nell’incarico di falegname e custode del Teatro Sociale. Tra il 1778 e il 1780 eseguì inoltre le porte della seconda sacrestia del duomo e i sedili del coro ligneo destinato allo stesso ambiente. Il lavoro più noto nel periodo udinese fu la realizzazione di quattro incisioni con le vedute dei luoghi più significativi della città (piazza Contarena, palazzo arcivescovile, loggia del pubblico palazzo, piazza Mercatonuovo) che impegnò il M. dal 1769 al 1771. Una prima versione della veduta di piazza Contarena, con i piccoli personaggi che affollano il luogo disegnati dal pittore veneziano Giuseppe de Gobbis, non piacque affatto ai committenti e pertanto, distrutto il rame, si dovette procedere a una nuova prova, affidando questa volta l’incarico per le “figurine” al pittore Francesco Fedeli detto il Maggiotto. ... leggi Il M. affidò l’incarico di intagliare i rami a Francesco Del Pedro mentre i disegni preparatori verranno eseguiti da lui stesso. L’impresa, subito segnata da molteplici difficoltà, si rivelò alla fine fallimentare dal punto di vista economico; le vedute realizzate dal M. costituirono comunque un punto di riferimento imprescindibile per la realizzazione di successive stampe, che rielaborarono o semplicemente copiarono tali punti di vista. Dal mese di marzo 1780 il M. fu presente a Gorizia per la costruzione del nuovo teatro Bandeu, che avrebbe sostituito il precedente edificio distrutto da un incendio. I lavori procedettero velocemente tanto che l’edificio venne inaugurato nell’estate del 1781. Nello stesso anno redasse un progetto anche per un teatro a Trieste e, benché il lavoro non gli sia poi stato assegnato, si trasferì in questa città. Sempre nel 1780 progettò palazzo Pitteri: una clausola del contratto, noto soltanto in parte, testimonierebbe come il committente fosse Domenico Plenario, facoltoso mercante, intenzionato a ricavare un appartamento per uso proprio nella nuova casa dominicale. La costruzione, al di là delle analogie con modelli aulici del barocco viennese, risente probabilmente di una doppia influenza: quella di Francesco Riccati, propugnatore di teorie classicistiche di matrice vitruviana, e di Giuseppe Piermarini, talvolta richiesto nella stessa Trieste per pareri o consulenze. L’abbandono, per palazzo Pitteri, dell’uso di superfici ondulate e ornamentazione esuberante testimonia l’avvicinamento del M. alle dottrine razionalistiche germogliate dalla cultura illuministica. Nel 1801 il M. presiedette la Commissione incaricata di sorvegliare la costruzione della Borsa, al cui progetto iniziale dovevano apportarsi delle modifiche suggerite dall’Accademia di Parma: sollevò un contraddittorio con l’architetto responsabile di tali varianti, ma non ottenne soddisfazione. Dopo queste prime realizzazioni, numerosi sono i documenti connessi alla sua attività professionale nel periodo passato a Trieste: stime, misurazioni di terreni, ristrutturazioni di edifici, perizie, rilievi, progetti. Con alcuni di questi partecipò, senza mai prevalere, a tutti i principali concorsi indetti nella città: il Teatro, la Borsa, la Lanterna per il molo Teresiano, la chiesa di S. Antonio Nuovo (progetto presentato postumo nel 1808). Tra i meriti maggiori del M. va sicuramente annoverata l’istruzione degli architetti Giuseppe Fister e Giacomo Ferrari, poi pervenuti all’affermazione locale, ma ancor più l’alunnato di Pietro Nobile, che egli formò alla veduta prospettica. È lo stesso M. a ricordarlo nella supplica presentata nel 1797 al Cesareo regio governo di Trieste per il posto vacante di «proto ossia di architetto» che si era reso libero dopo la morte di Carlo Dini. Nella presentazione del suo curriculum, oltre a citare con orgoglio i suoi alunni, ricorda con vanto tra le opere da lui realizzate il teatro Bandeu di Gorizia («è forse anche il più armonico dell’Italia: è opera mia»), alcuni disegni, uno scritto (Metodo con il quale si potrebbe stabilire un piano regolato per i periti di Trieste); tra i titoli allegati alla domanda presenta anche la nomina a pubblico perito, calcolatore e agrimensore conseguita a Udine nel 1766, l’attestato degli esami sostenuti a Trieste nel 1789 e la conferma a «pubblico perito di mobili, di case e di pitture» ottenuta nel 1792. Non sappiamo se la domanda del 1797 sia stata effettivamente accolta. Il 28 dicembre di quell’anno Moro chiedeva, se «per mia mala sorte non potessi ottenere la grazia implorata colla precedente mia supplica di proto», almeno di ottenere «qualc’altro onorevole impiego, se non in questa città, almeno nelli nuovi cesarei regi stati ex veneti come in Udine mia patria o in Venezia». Certo da Trieste non si mosse fino al 5 luglio 1804 quando nello svolgimento della sua professione morì travolto dal crollo di alcune travi mentre stava ispezionando un edificio.

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Bibliografia

G. BUCCO, La cultura “riccattiana” in Friuli e l’edizione del Vitruvio udinese, «Arte in Friuli. Arte a Trieste», 2 (1976), 91-116; F. FIRMIANI, Arte neoclassica a Trieste, Trieste, Fachin, 1989, 29-34, 202; ID., L’architetto Ulderico Moro (1737-1804). Documenti inediti, proposte, interrogativi, in Neoclassico. La ragione, la memoria, una città: Trieste, a cura di F. CAPUTO - R. MASIERO, Venezia, Marsilio, 1990, 182-189; A. L. FANTECHI, Ulderico Moro: precisazioni sul periodo udinese, «Arte in Friuli. Arte a Trieste», 15 (1995), 217-224; A. GIACOMELLO - P. MORO, Da falegname a architetto. Ulderico Moro da Priola a Trieste, in Mistrùts, 206-219; 509-511.

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