PAOLO I

PAOLO I (? - 569)

patriarca di Aquileia

Tra la metà del secolo VI e i primi anni del secolo seguente sulla cattedra, dapprima vescovile e, da P. in poi, patriarcale di Aquileia, si succedettero cinque personalità che, in condizioni politicamente molto critiche, nel passaggio dal dominio ostrogoto a quello romano-bizantino (552 ca.) e da questo all’avvento del regno longobardo (568), si trovarono a difendere la “fides patrum” contro le decisioni filomonofisite di Giustiniano e del concilio ecumenico costantinopolitano secondo (553) e con ciò a identificare le tradizioni aquileiesi molto radicate e a rivendicare la fondatezza di una propria fede, di un dottrina solida, nell’adesione all’ultimo concilio ecumenico, quello di Calcedonia del 451 (offuscato a Costantinopoli). Tutti, ma in modo più documentato tre patriarchi, Paolo, Elia e Severo, furono autori di lettere ai papi e agli imperatori e di documenti apologetici, a cui corrisposero lettere papali, di Pelagio I, Pelagio II e Gregorio I, e imperiali. Il conflitto si accese subito dopo la chiusura del concilio costantinopolitano, alle cui decisioni si era dovuto piegare, dopo una lunga resistenza, anche il papa Vigilio; a quelle decisioni si era opposto anche colui che sarebbe divenuto papa col nome di Pelagio I, che scrisse In defensione trium capitulorum e che poi invece, sollecitato da Giustiniano, intervenne presso il “magister militum” Giovanni e presso Narsete per far recedere la Chiesa di Aquileia dalla condanna del concilio ecumenico e per agire in modo repressivo contro P. e contro altri vescovi della Liguria, della Venezia e dell’Istria che ugualmente, come altre chiese occidentali e africane, resistevano a quelle decisioni. Guidava allora la Chiesa di Aquileia Macedonio (542-557) che tra l’altro «fundavit ecclesiam sancti Iohannis evangelistae et apostoli in Gradensem civitatem»: è accertato che si trattava della basilica tuttora parzialmente visibile in piazza della Corte, più rifondata che fondata e probabilmente ricuperata al culto cattolico dopo una eventuale confisca agli ariani. ... leggi Sia con Macedonio, sia col successore, P. si pose la questione dell’ordinazione episcopale: per Aquileia e per Milano vigeva l’antica consuetudine della consacrazione reciproca, ma Pelagio I condannò questa prassi nel caso di P., consacrato dal metropolita di Milano nel 557 e, in occasione di un sinodo dei suffragenei aquileiesi tenutosi probabilmente nella stessa circostanza, o convocato poco dopo, chiamato «Venetiarum ut ipsi putant, atque Histriae patriarcha». Il sinodo aquileiese, da cui P. spedì al papa un messaggio («relegentes autem litteras» di Paolo, premise il papa in risposta) aveva ribadito l’attaccamento irremovibile ai deliberati di Calcedonia e il rifiuto della condanna dei Tre Capitoli: il papa perciò, dopo aver ricordato che nessun vescovo di Aquileia aveva mai partecipato a concili generali, contro i quali nessun sinodo particolare poteva pronunciarsi, definì il vescovo di Aquileia “pseudoepiscopus” e forse intenzionalmente usa per il suo nome il diminutivo “Paulinus” in senso spregiativo; del resto il papa dubitò anche dei suoi precedenti di monaco, inserendo il tutto in una serie di contestazioni che miravano a sminuire tanto la figura del vescovo/patriarca di Aquileia, quanto la stessa sede. Venanzio Fortunato, nella Vita Martini (4. 661 s.), definì P. «pio» e lo ringraziò perché lo aveva convinto ad abbracciare la vita monastica. I due autori di educazione aquileiese, Venanzio Fortunato e poi Paolo Diacono (che chiama P. «beatus», H. L., II, 10) non usano il diminutivo e hanno espressioni di stima verso il patriarca; Paolo Diacono ricorda inoltre che P. dovette fuggire a Grado «secumque omnem suae thesaurum ecclesiae deportavit» per timore della barbarie dei nuovi sopraggiunti nel continente. Il titolo patriarcale, che si era andato diffondendo in segno d’onore durante il secolo VI e che fu proibito da Giustiniano nel 540, riservandolo ai cinque patriarchi “legittimi”, proprio nella lettera di Pelagio I conferma che era usato ad Aquileia per P.: dopo di lui fu usato regolarmente dai vescovi di Aquileia (e poi da quelli di Grado) con un’accettazione di fatto da parte di Roma fin dal secolo VIII. P. morì nel 569 a Grado e il suo «sepulchrum usque hodie ibi manet», come dice la Cronaca Gradense (rr. 348-349). Anche il successore, Probino (569-571) fu sepolto a Grado e così ebbe inizio una consuetudine che le cronache ricordarono molto a lungo.

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Bibliografia

PAULI Historia Langobardorum, II, 10, 25; DE RUBEIS, MEA, 203-222; Cronache, a cura di G. FEDALTO - L. A. BERTO, Roma, Città nuova, 2003 (Corpus Scriptorum Ecclesiae Aquileiensis, 12); P.S. LEICHT, Le elezioni dei patriarchi aquileiesi, «MSF», 11 (1915), 1-19; PASCHINI, Storia, 140-159; CUSCITO, Cristianesimo antico, 31-37, 293-294, 313-314; ID., Fede e politica ad Aquileia, Udine, Del Bianco, 1987; V. PERI, Aquileia nella trasformazione del titolo patriarcale, in Storia e arte del patriarcato di Aquileia, Udine, AGF, 1992 (Antichità altoadriatiche, 38), 41-63; R. BRATOŽ, Venanzio Fortunato e lo scisma dei Tre Capitoli, in Venanzio Fortunato e il suo tempo, Treviso, Fondazione Cassamarca, 2003, 363-401.

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