PIAZZA VITTORIO UGO

PIAZZA VITTORIO UGO (1903 - 1992)

poeta, pubblicista

Immagine del soggetto

Il poeta Vittorio Piazza.

Benemerenze sociali hanno procurato a P. (Andreis, Pordenone, 19031992) riconoscimenti significativi: medaglia d’oro per le molteplici attività nella cooperazione provinciale, dal 27 dicembre 1975 cavaliere della Repubblica italiana. Pubblicista e autore di versi nella particolarissima varietà di Andreis, il suo ritratto più compiuto – nella inevitabile procedura a dittico, nel parallelismo con Federico Tavan – si deve a uno snodo di Microcosmi di Claudio Magris, che nel breve disegna anche un contesto: «Appartata e laterale, Andreis ha una sua regale e tranquilla indifferenza, anche il dialetto ha una sua individualità autonoma. C’è chi intaglia e intreccia ceste di legno e chi intaglia e intreccia parole. Andreis ha due poeti, che si fronteggiano idealmente, quasi ripetendo la contrapposizione – che fu anche duro scontro – fra il tradizionalismo della Filologica Friulana e l’innovazione arcaico-rivoluzionaria dell’Academiuta di Pasolini. Federico Tavan è il poeta ‘maudit’ trasgressivo-innocente, socialmente irregolare e indigesto, segnato da emarginazioni e incline, come molti autori del suo stampo, a farne uno stile ostentato di vita – l’indifesa labilità psichica può essere pure uno scudo efficace ma capace di scendere al fondo delle parole e di andare a picco nel disagio. ‘Anc’jò ’e ven jù’, anch’io vengo giù. Ugo Piazza, novantenne, è il verseggiatore di buoni sentimenti e belle parole messe in rime decorose. Ma quando legge, commuovendosi, una sua lirica su un fiocco di neve che scende su un fanale, ci si accorge che pure nella casa della poesia, come in quella del Padre, ci possono essere molte dimore. Anche se ‘tutti vogliono far versi, ma l’Europa vuole cose più sode e vere della poesia’, scriveva Leopardi nel 1826, deprecando che tanti andassero dietro ‘ai versi e alle frivolezze’». Dove lo scetticismo sul ruolo della poesia che si annida nella citazione finale da Leopardi non cancella un effettivo riconoscimento della personalità di P., della sua grana umana, della sua genuinità, fermo restando il giudizio sui suoi modi attardati, riluttanti allo scarto, ai quali neppure la varietà dialettale assicura sospensione e sapore di nuovo. ... leggi I suoi versi sono stati ospitati con relativa continuità – alternati a prose, macchiette e storielle paesane – nello «Strolic furlan» della Filologica, per essere riuniti in un quaderno, prezioso e defilato, nel 1984. Quartine di ottonari, ad assecondare lo schema classico della villotta, con isolate escursioni nel decasillabo (ancora quartine a rime incrociate o alterne), nel segno di una cantabilità fondante – La cesila [La rondine], del 1929, è stata musicata da Domenico Montico e diffusa nei “Fogolârs furlans” delle due Americhe. I titoli possono anche promettere un contatto con la realtà (Al è cjadut ’n alpin in guera [È caduto un alpino in guerra], del maggio 1941; Zornada de sciopero in Andreis [Giornata di sciopero ad Andreis], del 1951, che però in punta si risolve in guizzo burlesco), ma dalla realtà deviano: «Non c’è, in queste poesie, né la crudezza né la durezza della vita, le quali vengono tenute nel sottofondo (e raramente filtrano attraverso le parole) e si stemperano in una atmosfera poetica rasserenata pacificata e priva di turbolenze inquietanti», e P. «sembra voler dare alla sua poesia l’incarico di attenuare, di tanto in tanto, con una sosta in luogo appartato e tranquillo, la fatica e l’ansia del vivere» (Colonnello). Non senza motivi di interesse: immagini di un tempo perduto («Al feral ge mançia al vuole / al lumin al fai stizzon…» [Alla lanterna manca l’olio / il lucignolo si fa brace…], del 1939), un gerundio con funzione di infinito come nelle origini romanze («Ai vedut una ninuta / çiaminant su e giù d’un troi…» [Ho visto una ragazzina / camminare su e giù per un sentiero…], del 1930). Ma per riassumere in cifra la scrittura di P. basterà un fotogramma delicato, fragile e, insieme, risaputo, come «Poveuta blancia e rosa / che tu sgorle ator un flour…» [Farfallina bianca e rosa / che voli attorno a un fiore…], del 1942, l’anno di Poesie a Casarsa di Pier Paolo Pasolini.

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Bibliografia

Poesiutis, Presentazione di A. Colonnello, Montereale Valcellina, Biblioteca civica, 1984; Poesie e brani, in G. RIZZI, Analisi di un’unità geolinguistica: la varietà del friulano di Andreis, t.l., Università degli studi di Trieste, a.a. 1994-1995.

DBF, 633; Mezzo secolo di cultura, 211; G. D’ARONCO, Poeti minori da salvare, «Ce fastu?», 63/2 (1987), 378; C. MAGRIS, Microcosmi, Milano, Garzanti, 1997, 53-54.

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