PICHISSINO EUSEBIO

PICHISSINO EUSEBIO

notaio, letterato

Notaio gemonese attivo nel Cinquecento, figura tra i testimoni della storia letteraria in friulano grazie a un capitolo burlesco la cui edizione, commento e note sul contesto d’origine, si devono a Piera Rizzolatti. L’Index notariorum del della Porta per P. segnala un arco temporale di professione notarile dal 1554 al 1582 (la cronologia degli atti consultabili presso l’Archivio di stato anticipa però al 1529). Il capitolo, casualmente rinvenuto nell’Archivio di stato di Udine, è conservato nella busta che contiene «accanto ad un fascicolo di ‘istrumenti e civili (1521-23)’ e ad un protocollo sciolto (1543) del notaio Francesco Pichissino q. Biagio, anche nove fascicoli (1561), un protocollo di ‘istrumenti’ e un ‘plico istrumenti (1529) e testamenti (1581)’ del notaio Eusebio Pichissino». Entro il fascicolo autografo riportante la scritta «Pichissino Eusebio. Instrumenti e civile in epoche disordinate», datato 1560-61, è vergato in tre pagine il testo in friulano: sessantotto versi in terzine di endecasillabi. Per l’attribuzione del componimento non ci sono appigli, se non il suo celarsi tra le carte del notaio. Non manifesti neppure i trascorsi gemonesi del P., nonostante la continuativa attività che lo vede presente in pochi altri centri del circondario. Rizzolatti ipotizza la parentela del notaio con la famiglia omonima i cui componenti incorsero ripetutamente nelle morse dell’Inquisizione (in particolare Alvise e Marco Antonio, mentre Gian Francesco era notaio a Gemona negli stessi anni di E.). Al possibile legame tra idee eretiche velate dal tono burlesco del componimento, all’indubbio interesse linguistico, si può aggiungere «un circuito di scambi, di corrispondenze poetiche». In una lettera a destinatario anonimo il P. annuncia il prossimo omaggio «d’una pasquinata forlana della confederazione et civiltà con alcuni di Udene e Venzone». Il capitolo aggiunge inoltre una maglia alle rade notizie sul teatro sacro e profano nel Friuli delle origini. ... leggi La trama è semplice: dall’incontro e dalle scarne, ma stringenti battute di due abitanti del contado scaturisce la rievocazione in chiave parodica della sacra rappresentazione, alla quale uno dei due dialoganti ha assistito. Parodia e burlesco si addensano nel titolo, Interlocutors Montenares Baban e Chiamoz, con i nomi dei personaggi che richiamano la tipologia frusta dello sciocco. La metateatralità del componimento ha forse il contorno di un’effettiva rappresentazione, databile a Gemona nel 1561, che chiama in causa i modelli di dramma liturgico ancora in uso nel Friuli cinquecentesco, pur sotto controllo riformistico e in declino. La mimesi irriverente che caratterizza il capitolo può essere avallata dal logorio del genere, dalla declinazione carnevalesca (nel momento nel quale la partecipazione popolare supera la suggestione del sacro nel cerchio ludico della festa). L’autore usufruisce della prospettiva a distanza per rendere cronaca e caricatura della sacra rappresentazione, attingendo a trivialità non velate, insistenze calcate sul tema della flatulenza, sulla descrizione alterata di attori e pubblico (femminile in specie), coinvolgendo nell’intento grottesco scenografia (il sepolcro diventa arnia: «fa a Glemone la Surecion / e meti Iesu Christ sichu in un boz») e personaggi (lo stesso Cristo risorto). L’interesse del testo coinvolge l’analisi della lingua, che pare orientarsi sul friulano centrale più che documentare il gemonese vivo, mentre l’accostamento di tratti marginali, rustici, e letterari, cerca un ulteriore effetto straniante.

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Bibliografia

ASU, NA, 2258; ms BCU, Principale, 2849; G.B. della Porta, Index Notariorum Patriae Fori Iulii.

P. RIZZOLATTI, Un inedito testo gemonese del XVI secolo, in Glemone, 421-435; PELLEGRINI, Ancora tra lingua e letteratura, 111-121.

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