PORENZONI ANTONIO

PORENZONI ANTONIO

notaio

Il suo nome si lega alla trasmissione di Piruç myo doç, uno dei più antichi testi poetici friulani. Notaio a Cividale, la sua attività si situa tra il 1365 e il 1430 (numerose le vacchette conservate nelle buste 692, 693, 694 dell’Archivio notarile antico presso l’Archivio di stato di Udine), pur se qualche sconcerto suscita un esercizio così protratto. Nel 1423 P., detto anche Percacino o Porcacino, è deputato della sua città. Ma si guardi la sottoscrizione: «Antonius de Civitate Austria quondam domini Francisci de Porentionibus de Mediolano», che disegna un ineccepibile ramo genealogico, evocando nel contempo un aspetto cruciale: la mobilità geografica. I Porenzoni sono famiglia ragguardevole giunta in Friuli al seguito del patriarca Raimondo della Torre (1273-1299): già nel 1274 “Iacobus Porenzonus de Mediolano” si insedia come “potestas” di Udine (e negli anni 1320-1322 la stessa carica è coperta da Guido de Porentionibus). È verosimile che i contatti con la terra d’origine non venissero meno, ma la formula “de Mediolano”, per quanto riferita al padre in termini oggettivamente descrittivi, imprime il segno della separatezza, esibita marca di trafila illustre: l’interesse per il friulano nel notaio Porenzoni è consapevole cifra di preziosismo. Il foglio che contiene la ballata è stato sottoposto da G. B. Corgnali a una ispezione sottile: «La poesia è scritta sopra un quarto di foglio, tagliato nel senso verticale (mm. 298 x 112), alquanto deteriorato. A tergo, della stessa mano, abbiamo le minute (‘imbreviature’) di tre atti notarili, colla data di Cividale 14 aprile 1380. In corrispondenza delle piegature della carta si possono osservare […] tracce della scrittura di tali minute: ciò significa che le pieghe della carta sono anteriori alle ‘imbreviature’. Questa considerazione, congiunta a qualche altro particolare, mi dice che la poesia è stata scritta sul recto del foglio, quindi ‘prima’ delle imbreviature». Un serrato confronto delle carte notarili dell’ultimo Trecento ha consentito a Corgnali una ineccepibile identificazione della mano. ... leggi La scrittura è investita da pentimenti forti come la cassatura di due versi, rimpiazzati in sequenza da altra redazione, mentre vo e vus subentrano nell’interlinea ai precedenti te e chy, modificando il tono della dichiarazione (all’emendamento sfuggono «del to doç lial amor» “del tuo dolce leale amore”, e «chi vyot» “ti vedo”). Lo statuto degli allocutivi nella poesia delle origini non sembra perentorio, ma il mancato conguaglio delle forme pronominali si direbbe indizio di sensibilità introspettiva, a esprimere con deliberata strategia il fibrillare della condizione amorosa. Si trascurano ulteriori pentimenti, meno vistosi. I ritocchi peraltro, pur problematici, non denunciano la “copia da lavoro”: il manoscritto non si dà come “minuta”. Ma i due versi depennati e il conguaglio parziale degli allocutivi non sono nemmeno inquadrabili (non sono ragionevolmente inquadrabili) come errori da copista e indicano la mano dell’autore, garantita per di più dall’assenza di guasti e dalla relativa regolarità metrica, incompatibile con la trasmissione orale. La ballata esibisce con generosità, soprattutto in rima, il lessico del codice cortese: «ardit», «ardiment», «vigor», «dipartiment», e via via. Con tale lessico non è però solidale “Piruç” (che avvia componimento e ripresa: «Piruç myo doç inculurit, / quant yo chi vyot, dut stoy ardit», “‘Piruç’ mio dolce colorito, quando io ti vedo, tutto sto ardito”), per il quale si sono esperite letture diverse (“pera” la più ovvia, “bacca di biancospino” la più sofisticata): dissonanza ad ogni modo non gratuita, prova anzi di declinazione riflessa, in armonia con l’ipotesi di un prodotto autografo, non di una scheggia della deriva orale. Una declinazione riflessa che sfrutta con abilità il particolarismo linguistico: il friulano impiegato esempla rigorosamente le caratteristiche del cividalese antico (femminile in –o, cancellazione della laterale in doç, mentre è solo grafica – nella pronuncia tace – la vibrante di “amor”, “timor”, “vigor”).

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Bibliografia

Ms BCU, Principale, 369.

Edizione “funzionale” della ballata, con apparato, in A. CUNA - F. VICARIO, Altri testi e frammenti friulani dall’Archivio di Stato di Udine, «Ce fastu?», 72 (1996), 1, 37. Sulle edizioni precedenti con puntualità ID., Testi e frammenti friulani del Trecento e del Quattrocento dall’Archivio di Stato di Udine, «Ce fastu?», 71 (1995), 1, 28-33.

Si citano ad ogni modo alcune voci essenziali: A. LÅNGFORS, La plus ancienne chanson frioulane, «Ce fastu?», 9 (1933), 11-118; G.B. CORGNALI, A proposito della canzone “Piruç myo doç” e del suo autore (1933), in Scritti e testi friulani, a cura di G. PERUSINI, Udine, SFF, 1968, 35-43; C.M. SANFILIPPO, A proposito di “piruç”, «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», s. III, 11 (1981), 257-268; C. SCALON, La biblioteca dei frati minori di Cividale in un inventario del 1423, «MSF», 62 (1982), 62, n. 4.

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