POVO (DI) PELLEGRINO

POVO (DI) PELLEGRINO (? - 1161)

patriarca di Aquileia

L’elezione di P., della casata trentina dei signori di Povo-Beseno, pose fine nel 1131 alla controversia sorta dopo la deposizione del patriarca Gerardo (1129). Corrado, arcivescovo di Salisburgo, si era infatti impegnato a sostenere la candidatura di Enghelberto, canonico di Bamberga. L’arcivescovo, grande sostenitore della riforma del papato, vide ben presto fallire il suo piano che, se coronato da successo, avrebbe determinato una definitiva svolta nella politica tradizionalmente filoimperiale dei metropoliti aquileiesi. Altrettanto sfortunato fu il tentativo di quanti, oppostisi ad Enghelberto, non riuscirono ad imporre il loro candidato, Ulrico di Ortenburg, arcidiacono di Aquileia, a sua volta sostenuto dall’imperatore Lotario e dall’antipapa Anacleto II. Ulrico, privato dell’appoggio di Lotario, impegnato a riavvicinarsi ad Innocenzo II, fu costretto a rinunciare al titolo patriarcale e le due fazioni si accordarono sul nome di P. Innocenzo ebbe quindi modo di dimostrare il suo favore nei confronti di P. e, già nel 1132, recatosi a Pavia a rendere omaggio al pontefice di ritorno dalla Francia, concesse al patriarca una bolla con la quale gli era confermata la giurisdizione spirituale sui sedici vescovadi e sulle numerose abbazie della vastissima metropoli patriarcale. P. sostenne Innocenzo II, impegnato contro Anacleto II che ostinatamente continuava ad opporsi al pontefice, così come fu al fianco dell’imperatore Lotario III. Il metropolita accolse ad Aquileia Corrado III quando questi, nel 1149, dopo la disastrosa spedizione in Terrasanta, fece ritorno in Germania. P. si impegnò a sanare i contrasti sorti con Salisburgo all’epoca della lotta per le investiture e, nel 1132 a Gurk, giunse ad un accordo con l’arcivescovo Corrado. ... leggi Si recò quindi a Pisa dove il concilio indetto da papa Innocenzo II depose Anacleto II (1135). Con P. emersero le prime avvisaglie del secolare conflitto che oppose i patriarchi ai loro avvocati, i conti di Gorizia. Il metropolita aquileiese fu catturato da Enghelberto, riottenendo la libertà solo grazie all’intervento del margravio di Stiria; P. riuscì quindi, nel 1150, presso Ramuscello, ad imporre al suo antagonista un trattato che, limitando le pretese goriziane, salvaguardava i diritti feudali del patriarcato. P. favorì, con privilegi e donazioni, numerose fondazioni monastiche (Moggio, S. Maria di Aquileia, Viktring, Sankt Paul im Lavantal, Ossiach). Nel 1136 P., grazie ai beni donati da Dietrich, Enrico e Meinhalm di Weichselburg, facendo giungere i primi monaci dal monastero di Reun (Stiria), fondò la prima comunità cistercense della diocesi aquileiese, l’abbazia di Štična/Sittich (Slovenia) e, nel 1140, l’abbazia benedettina di Gorni Grad/Obernburg (Slovenia), dotandola delle proprietà cedute da Diepold di Kager e da sua moglie Truta. Nonostante le prime notizie risalgano al 1160, quando il patriarca era ancora in vita, pare invece che la fondazione della certosa di Žiče/Seitz, favorita da Ottocaro III, margravio di Stiria, debba essere attribuita ad Ulrico di Treffen, successore di P. Questa politica contrasta tuttavia con i soprusi che il patriarca esercitò a danno delle comunità benedettine di Sesto e Rosazzo; si ha così modo di osservare come nel patriarcato gli ideali della riforma fossero ancora osteggiati, oltre che dai laici, dagli stessi vertici del clero. Lo stesso P. del resto si schierò senza esitazione con Federico I e, dopo la dieta di Roncaglia (1158), nel momento più acuto dello scontro dell’imperatore con Crema e Milano, partecipò con il duca di Baviera alle trattative del Barbarossa con il comune di Crema (1160). Ma, avendo riconosciuto, probabilmente in buonafede, l’elezione di papa Vittore IV (1159), opposto dal partito imperiale ad Alessandro III (1159-1181), incorse nelle censure della Santa Sede. A P. deve essere riconosciuta una vera e propria riorganizzazione della cancelleria patriarcale. I diplomi emanati dai suoi predecessori si discostavano assai poco dai caratteri propri degli atti privati, mentre con P. i privilegi assunsero una tipologia solenne che riflette i modelli elaborati nell’ambito della cancelleria imperiale e, per altri versi, si ispiravano alle bolle pontificie. Si osserva così, in alcuni atti di P., non solo la presenza di una sorta di “rota” che rimanda alle bolle emanate da Innocenzo II, ma anche l’elaborazione di un personalissimo “signum manus”. Tuttavia molti degli usi affermatisi all’epoca di P. non furono accolti dai suoi successori che optarono per modelli più tradizionali e, ovviamente, meno solenni. Non si esclude poi che proprio al tempo di P. possa essere ricondotto il ciclo di affreschi della cripta della basilica di Aquileia, esempio fra i più alti della sintesi fra la cultura artistica occidentale e quella bizantina elaborata da maestranze veneziane di formazione bizantina allora attive in area altoadriatica. L’8 agosto del 1161 la morte colse P. che fu sepolto nella basilica di Aquileia. La memoria del metropolita, come si apprende dai necrologi del capitolo di Aquileia e delle abbazie di Rosazzo, Ossiach e Millstatt e dal Liber confraternitatum del monastero di S. Pietro di Salisburgo, era affidata alle preghiere di numerose comunità benedettine e canonicali, confermando la persistenza di quelle relazioni che, fra contrasti e riavvicinamenti, segnarono i secolari rapporti del patriarcato di Aquileia con istituzioni ecclesiastiche dell’area austro-bavarese.

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Bibliografia

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