ROTA FRANCESCO

ROTA FRANCESCO (1756 - 1820)

pubblico perito, agrimensore

Immagine del soggetto

Ritratto di Francesco Rota, olio su tela di Ezio Marzi (San Vito al Tagliamento, palazzo Altan-Rota, sede municipale).

Nato a Udine nel 1756, fu agronomo e perito fiscale. Anche il padre Alessandro fu perito pubblico e fino al 1785 «ragionato» del comune di Udine. Dal 1786 R. risulta inserito nel «registro dei proti, computisti, agrimensori» di Udine, sia pure iscritto nei ruoli d’imposta più modesti; effettuava consulenze private e riceveva occasionali incarichi pubblici. Benché sia stato autore, per lo più nel periodo 1798-1810, di numerosi saggi e memorie accademiche su materie tecnico-scientifiche ed economico-sociali conservati in diversi archivi e biblioteche non solo regionali, non molto si conosce della sua vita e della sua attività. «Accidentato» è stato definito il suo itinerario professionale; probabilmente la svolta decisiva sotto questo profilo avvenne nel 1787, quando il perito udinese entrò a far parte del comitato direttivo istituito a Gorizia per la realizzazione del catasto giuseppino nei domini austriaci, la qual cosa gli consentì di lavorare sul campo e lo indusse ad affinare conoscenze teoriche e pratiche. L’approccio con le parlate slave e col tedesco indusse il governo veneziano ad affidargli nel 1793 l’inchiesta sull’epidemia di epizoozia, da cui erano stati colpiti i comprensori dell’alta Schiavonia. Egli conseguì una certa notorietà, risultando uno dei pochi tecnici udinesi in grado di utilizzare la strumentazione più moderna, come la tavoletta pretoriana; dal 1787 al 1793 fu commissario a Udine per gli esami di perito agrimensore. Nella fase del tramonto del regime veneziano maturò i suoi convincimenti “ideologici” circa il ruolo dello Stato, i compiti del funzionario, il rapporto tra principe e sudditi. Tuttavia furono soprattutto le trasformazioni imposte dai nuovi governi subentrati alla caduta della Repubblica di Venezia a consentirgli di valorizzare capacità professionali e risorse intellettuali, di “far carriera” operando a vari livelli «con caparbia ostinazione»: concretamente avanzò proposte di riforma, elaborò progetti su molteplici materie, si propose al servizio di vari ministeri. ... leggi I suoi scritti, che rappresentano un’importante fonte per analizzare «quella fase convulsa della storia di molta parte degli ex domini veneziani in cui il processo di modernizzazione delle istituzioni, della società e dell’economia tradizionali acquistò una brusca accelerazione», furono solo parzialmente pubblicati; essi vennero per lo più presentati a magistrati e uomini politici per conseguire benemerenze e incarichi nei comparti amministrativi dei governi austriaco e francese. La vicenda di R. sembra confermare come anche nel periferico Friuli le nuove correnti illuministe del pensiero politico, economico e scientifico abbiano influito sulla formazione del personale tecnico, dando impulso al riformismo e stimolando un ammodernamento agricolo che non implicasse peraltro radicali mutamenti né dei rapporti di produzione né degli assetti statuali. Il «pubblico perito e agrimensore» si mostrò pienamente consapevole della strutturale arretratezza dell’agricoltura friulana, intervenendo su temi quali la libera circolazione delle merci, la riforma tributaria, lo smantellamento dei demani collettivi. I suoi numerosi contributi e memorie rientrano nel voluminoso materiale prodotto da uffici austriaci e napoleonici, da utilizzare però con cautela per la discutibile affidabilità della nascente scienza statistica, per le congetture non sempre sostenibili formulate e per le finalità politiche della documentazione raccolta. R. entrò con ampi poteri, come «ragionato capo», nella commissione incaricata nel 1798 dal nuovo governo austriaco di sottoporre a revisione i resoconti finanziari del precedente governo democratico e di verificare la legittimità dei crediti vantati da privati e amministrazioni locali. Gli furono affidati il coordinamento dell’ufficio contabile e la predisposizione di un piano organico per accertare titoli dei creditori e notifiche fiscali, compito estremamente delicato e defatigante, svolto – sembra – con rigore e forte senso dello Stato, sottraendosi ai condizionamenti clientelari. Tuttavia i tempi di lavoro, avendo il perito udinese aperto una nuova istruttoria onde realizzare un impianto documentario più omogeneo e attendibile, si prolungarono oltre il dovuto, suscitando nei suoi confronti aspre critiche e accuse di inadempienza. Nel maggio 1803 un’inchiesta condotta dai deputati della città e della patria screditò pubblicamente il quinquennale operato suo e della commissione, determinando la sospensione dei commissari stessi. Nondimeno nel novembre successivo una relazione dell’autorevole deputato Giovanni Battista Flamia «salvava in extremis» R., riproponendolo come coordinatore sia pure di un ristretto staff di contabili, onde rivedere i «conti democratici» in tempi rapidi e senza ricorrere a nuovi moduli di accertamento. Il dissidio emerso in questa occasione con l’aristocrazia fondiaria e la classe dirigente locale si sarebbe ulteriormente acuito durante il governo napoleonico, allorché R. accentuò i toni della sua polemica contro i privilegi fiscali, l’avidità e l’inettitudine della possidenza friulana. Tra le tematiche affrontate nei suoi studi, alcune erano già emerse nel dibattito delle accademie agrarie, come la “nuova agricoltura”, la valorizzazione dei beni comunali, l’espansione della gelsi-bachicoltura, la produzione e il commercio della seta; in particolare su quest’ultimo comparto produttivo, reputato il più importante per l’economia friulana, egli auspicava l’abolizione di ogni «gravezza» e la libera circolazione. Altre tematiche trattate da R., a carattere più congiunturale, erano riconducibili a iniziative intraprese dal governo austriaco in ambito fiscale e amministrativo. Affrontò tali problematiche sia nelle loro implicazioni teoriche, sia con evidente correlazione alle ragioni politiche connesse con la modernizzazione dei fatiscenti apparati statuali ereditati dal regime veneziano. Sottolineò, tra l’altro, la necessità indifferibile di superare gli intralci che impedivano ai «periti agrimensori» di svolgere con competenza i nuovi compiti richiesti da un’amministrazione moderna ed efficiente; a tal fine occorreva in primis un codice «di discipline, di regole, di leggi» che servissero loro di norma e impedissero l’iscrizione all’albo sulla base di cognizioni rudimentali e del tutto inadeguate; occorreva inoltre far acquisire al personale friulano, onde colmarne le inaccettabili carenze, le cognizioni tecniche indispensabili e la strumentazione idonea. Nelle sue argomentazioni, in aggiunta all’apparato dottrinale tipico delle memorie accademiche, egli forniva il supporto delle sue esperienze dirette e l’ausilio di elementi contabili. Divenne un interlocutore privilegiato del potere politico, pur attirandosi i risentimenti, imputabili anche al suo protagonismo, alla sua intransigenza e scarsa duttilità, delle vecchie dinastie fondiarie. Nei suoi scritti R. manifestò piena consapevolezza dei problemi connessi con lo sviluppo agricolo regionale. Riguardo alla questione dei «beni comunali», che da secoli erano un fattore di coesione comunitaria ancorché ormai isteriliti da un pascolo depauperante, egli propugnò nella Memoria per la riduzione a coltura dei beni comunali nel Friuli ex Veneto e loro divisione e riparto, pubblicata nel 1798, la necessità, alla luce di ragioni essenzialmente economiche, di privatizzare larga parte di tale ingente patrimonio fondiario, dissodando i pascoli di uso collettivo per incrementare la produzione e offrire maggiori opportunità di lavoro e sussistenza ai tanti agricoltori senza terra. Suggerì, tra l’altro, di alienare una quota dei beni comunali ai creditori dello Stato, onde indennizzarli delle contribuzioni forzose, devastazioni belliche e requisizioni subìte. Con le privatizzazioni lo Stato si sarebbe assicurato, oltre che consistenti entrate immediate, un costante flusso di risorse finanziarie derivanti dall’imposta fondiaria sui nuovi terreni iscritti a catasto. Ispirandosi del resto ad autorevoli economisti settecenteschi – Antonio Genovesi risulta tra i più citati, ma non mancano i riferimenti al Filangieri, al Mirabeau e ad altri –, sottolineò l’interdipendenza di espansione agricola, crescita demografica, aumento dei tributi, prosperità dello Stato. Invero il suo forse troppo drastico progetto di smantellamento dei demani collettivi peccava di astrattezza: difficilmente la popolazione rurale sarebbe stata disposta a rinunciare a diritti consuetudinari e a forme di comunismo agrario che sino ad allora avevano assicurato gli essenziali livelli di consumo familiare. Nel 1801 R. presentò un proprio Piano finalizzato alla perequazione fiscale e all’individuazione della corretta rendita imponibile. I princìpi ispiratori sembrano prefigurare un catasto moderno, per il quale l’autore si richiamava ai capisaldi delle grandi realizzazioni catastali del Settecento fondate sul rilevamento cartografico, la classificazione, la stima peritale, l’estimo censuario. Il contenuto centrale della sua trattazione consiste nell’accertamento della «naturale fertilità» dei terreni e della loro dislocazione, «giacitura», altimetria, esposizione e «qualità geologiche». In tale Piano, nel quale sono rinvenibili evidenti accenti fisiocratici, i richiami agli studi effettuati s’intrecciano con le sue personali esperienze al servizio del Censo imperiale. Le novità teoriche e tecniche dell’impostazione di R. appaiono rilevanti anche in rapporto alle tradizionali catasticazioni realizzate in Friuli. In una memoria probabilmente coeva, Delle gravezze e pubbliche imposte nel Friuli dal tempo dei Longobardi al presente, R. criticava ingiustizie e disfunzioni soprattutto del passato regime patriarcale e in misura minore di quello marciano, imputando l’arretratezza dell’economia friulana al colpevole immobilismo dell’aristocrazia fondiaria, che aveva potuto mantenere un elevato tenore di vita grazie agli estesi privilegi goduti, alle esenzioni fiscali e alla compressione dei redditi colonici, nonché riversando sul ceto meno abbiente l’intero carico tributario. Non poche critiche subì il suo studio pubblicato a Udine nel 1807, Estensione e reddito censuario del Dipartimento di Passariano, segnatamente da Leonardo Pontoni e dal Flamia, poiché la sua valutazione del reddito imponibile del settore agricolo fu reputata «esorbitante» e avrebbe contribuito a legittimare, da parte del governo napoleonico, un intollerabile inasprimento della pressione tributaria a carico del Friuli. Durante il periodo napoleonico R. operò alle dipendenze della prefettura di Udine, giovandosi dell’incondizionata fiducia dell’allora prefetto Teodoro Somenzari, e assunse nel 1808 un ruolo importante nella Commissione dipartimentale del censo, incaricata di provvedere a una più equa ripartizione dell’imposta fondiaria e alla realizzazione di un nuovo estimo provvisorio. In tale veste firmò numerose relazioni economico-sociali, di cui fu materialmente l’estensore a conclusione di perizie e sopralluoghi effettuati personalmente o con la collaborazione di informatori alle sue dipendenze. A tali relazioni, attinenti ai vari circondari del Dipartimento di Passariano, allegò quadri statistici, posti poi a fondamento dell’estimo provvisorio emanato dal governo. Le conclusioni della Commissione dipartimentale, precedute da un’articolata relazione, furono spedite a Milano nel febbraio 1810; R. stesso ne fu l’estensore. L’inchiesta, oltre a gettare una prima luce sulle condizioni dell’agricoltura friulana, determinò per il Dipartimento di Passariano un estimo ben inferiore, pari a poco più di 12 milioni di scudi, rispetto a quello indicato solo pochi anni prima dall’ingegnere milanese Gaetano Maspoli e dallo stesso R., tanto che il governo mantenne in vigore l’estimo di 21 milioni di scudi decretato nel marzo 1809. Già nel corso del 1811 il perito udinese, seppur uscito sostanzialmente indenne dai pesanti addebiti imputatigli nell’ottobre 1808 dal commissario Giulio Duodo in relazione alla sua attività di dirigente del Censo, veniva progressivamente emarginato all’interno della Commissione dipartimentale, specie dopo il trasferimento a Brescia del Somenzari, suo “protettore”, cui era stato legato anche dalla comune appartenenza alla massoneria. Lasciando permanere una qualche ombra sull’integrità morale di R., se ne trasse l’occasione per esautorarlo da ogni incarico. Anche dopo il ritorno degli austriaci, l’«agrimensore» udinese non assunse più alcun pubblico impiego, continuando a svolgere l’attività professionale tra il Friuli e la contea di Gorizia. Morì a Udine nel 1820.

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Bibliografia

F. BIANCO, Nobili castellani, comunità, sottani: accumulazione ed espropriazione contadina in Friuli dalla caduta della Repubblica alla Restaurazione, Udine, Casamassima, 1983, 96-118; R. CORBELLINI, Il Dipartimento di Passariano (1805-1813), in L. STEFANELLI - R. CORBELLINI - E. TONETTI, La provincia imperfetta. Il Friuli dal 1798 al 1848, Udine, Accademia di scienze, lettere e arti, 1992, 77-169; EAD., La costruzione di una capitale, in L. CARGNELUTTI - R. CORBELLINI, Udine napoleonica. Da metropoli della Patria a capitale della provincia del Friuli, Udine, AGF/Comune di Udine, 1997, 193-314: 255-260; F. BIANCO, Riforme fiscali e sviluppo agricolo nel Friuli napoleonico. Francesco Rota pubblico perito e agrimensore «con il coraggio della verità e nell’interesse della Nazione», Udine, Forum, 2003.

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