SPAGNOL DANTE

SPAGNOL DANTE (1933 - 2008)

prete, missionario, poeta

Immagine del soggetto

Il missionario Dante Spagnol in Kenya, fotografia di Elio Ciol.

Nato a San Giovanni di Casarsa (Pordenone) il 25 ottobre 1933, negli anni del secondo conflitto mondiale frequentò la scuola di Pier Paolo Pasolini a Versutta; in seguito, con il fratello Tonuti, partecipò all’Academiuta costituita dal poeta casarsese. Completò la formazione presso l’Istituto magistrale di Udine, dove ebbe l’opportunità di seguire le lezioni di Giuseppe Marchetti. Dopo un paio d’anni di insegnamento entrò in seminario, e nel 1960 venne ordinato prete. Nei primi anni di ministero fu vicario parrocchiale a Maniago, dove stimolò alcuni giovani a dare vita a un’esperienza simile a quella dell’Academiuta. Nel 1968 si trasferì a Londra per compiere ulteriori studi in vista dei successivi incarichi; il 10 aprile 1970 venne infatti inviato in Africa per iniziare, alle falde del monte Kenya, la missione di Naro Moru, che era stata affidata alla diocesi di Concordia-Pordenone. Negli anni seguenti S. venne destinato a Gatarakwa e quindi a Dol Dol, sempre in diocesi di Nyeri, nella quale rimase fino al 1994 prestando il proprio servizio, in qualità di missionario “fidei donum”, con spirito di collaborazione e impegno incondizionati. La sua produzione letteraria edita non è molto ampia, e comprende principalmente alcune poesie e due testi teatrali. La raccolta poetica Un cristian pal mont. Laudis furlanis dal Kenya (1985) sin dal titolo pone significativamente in primo piano almeno una componente – quella della distanza dal Friuli – fondamentale per cogliere lo sguardo di S. sulla propria terra d’origine e sull’uso della propria lingua madre; una componente che genera non semplice nostalgia o prevedibile richiamo alle radici, ma soprattutto indagine acuta e penetrante su mondi lontani nel tempo e nello spazio: «Lassàimi muri / par no patì-pì / spalancàs / i vuj al me Friùl / bessòul / strenzìnt ’na crous / destin di furlans / scunìs / cussì / coma crisc’ africans / marturàs / di sec e di fadìs / lavris viers / di cera screpolada / cussì» [Lasciatemi morire / per non patire più / spalancati / gli occhi al mio Friuli / da solo / stringendo una croce / destino di Friulani / sfiniti / così / come cristi africani / martoriati / di siccità e fatiche / labbra aperte / di terra screpolata / così] (Testamìnt [Testamento]). Un «poeta d’emigrazione», osserva Amedeo Giacomini in una delle premesse, ma emigrante in una «‘terra d’uomini’ da amare e da aiutare in nome di una salvezza ultramondana», in un’Africa avvertita come affine alla Casarsa pasoliniana. ... leggi Se di nostalgia si può parlare per S., essa si connota sulla pagina poetica non come desiderio del Paese lontano, ma come «bisogno di aderire a una realtà ‘fissata’ nel cuore», a «una precisa umanità duplicemente ‘fuori storia’». E dunque non poteva che essere il friulano – e in particolare la lingua della giovinezza, quella che non ha sofferto i traumi della società industriale – il codice che permette di istituire, nel segno del riconoscimento di una comune umanità, l’identificazione tra i luoghi d’origine e quelli della missione. Una corrispondenza ribadita costantemente, talora in scoperto legame con un tema – quello dell’infanzia – denso di eloquenti sottintesi pasoliniani: «Vivi a’ è cjatàmi frut / spielàt / ’n tal vuli dolz di un neri» [Vivere è ritrovarmi fanciullo / riflesso / nell’occhio dolce di un negro] (Voja di vivi [Voglia di vivere]). A Pasolini è dedicato uno dei brani più intensi della plaquette, un Corot [Lamento funebre] che si apre con il «De profundis / par un sorèli svampìt / ’n tal calìgu d’un’Europa cristiana / belzâ fràida!» [De profundis / per un sole illanguidito / nella nebbia di un’Europa cristiana / ormai marcia!] e si chiude con un’altra immagine ricorrente, quella delle mani: «Ombris di mans / spasimàdis s’un tambur / a’ si fan lùs e speransa / serèn african / par un sèil e ’na cera nova» [Ombre di mani / frenetiche s’un tamburo / si fanno luce e speranza / sereno africano / per un cielo e una terra nuova]. Al centro, l’aperto contrasto tra la «cera vergina di speransa» [terra vergine di speranza], dove «la muart ’a è vita» [la morte è vita] e dove si danza il «bièl avegnì» [bell’avvenire], e il vecchio continente della «siviltàt consumada» [civiltà consumata], della «societàt patòca / di costùms e di ideài» [società fasulla / di costumi e di ideali] nella quale si è spezzato «il sigu di profeta» [il grido di profeta] del maestro «crodut eretic / par la novitàt dal to Vanzèli» [creduto eretico / per la novità del tuo Vangelo]. Ma è uno dei rari momenti in cui il tono flette verso una solennità accorata («Pietàt par chistu dì dai muàrs!» [Pietà per questo giorno dei morti!]), mentre a prevalere è la freschezza di una poesia intrisa di Lus serena [Luce serena], come chiosa il titolo di una delle prove più riuscite. Alis di colomba [Ali di colomba] (1993), tre atti ambientati a Versutta nel 1350, è «un dramma di colpa, pentimento e riscatto, una vicenda di fantasia inserita nella storia e nel contrastato clima politico del Trecento, alla vigilia dell’uccisione del patriarca Bertrando di Saint Geniès» (dalla presentazione di Novella Cantarutti), la cui figura si staglia sullo sfondo dell’opera in quella veste di rivendicatore dei diritti delle plebi oppresse tramandataci dalla tradizione agiografica. La morte violenta del patriarca si incrocia infatti con la vicenda di due giovani, il figlio dei conti di Mels-Prodolone e una serva plebea orfana di madre, innamorati e divisi dalle condizioni sociali e dalla colpa del padre di lui. Il dramma, steso in un friulano casarsese impreziosito da alcuni termini desueti o addirittura arcaici, è intessuto di rinvii biblici, in particolare ai Salmi e al Cantico dei cantici. Nel 1994 S. rientrò a Pordenone, dove diresse l’Opera esercizi spirituali e Casa Madonna pellegrina fino al 1997, quando diventò rettore della chiesa della Sacra Famiglia. Nel 2001 fu data alle stampe una sua nuova opera teatrale, La not dai muars [La notte dei morti], due atti collocati sul tragico sfondo degli eventi della grande guerra. Ritiratosi nel 2003 nella Casa del clero di San Vito al Tagliamento a causa della salute precaria, morì in quella cittadina il 17 marzo 2008 e venne sepolto nel paese natale.

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Bibliografia

D. SPAGNOL, Un cristian pal mont. Laudis furlanis dal Kenya, Pordenone, Concordia Sette, 1985; ID., Alis di colomba. Dramma in tre atti ambientato in Versutta nel 1350, Pordenone, Concordia Sette, 1993; Il carnevale a Maniago, testi a cura di D. SPAGNOL - A. TOMÈ - P. MASSARO, Maniago, Comitato per il carnevale/Casa della gioventù parrocchia di S. Mauro, 1994; Pasolini maestro di poesia, «Sot la nape», 47/4 (1995), 65-67; D. SPAGNOL, La not dai muars. Dramma in due atti ambientato nella prima guerra mondiale, Presentazione di L. Padovese, Pordenone, Concordia Sette, 2001.

DBF, 756; Sac. Dante Spagnol, «Rassegna diocesana di Concordia-Pordenone», 96/2 (2008), 58.

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