ZANIER LEONARDO (1935-2016)

ZANIER LEONARDO (1935-2016)

sindacalista, scrittore

Immagine del soggetto

Leonardo Zanier in una ritratto di Daniele De Marco (Zurigo, 1995).

Nasce a Maranzanis il 10 settembre 1935 e muore a Riva San Vitale il 29 aprile 2016, a marcare subito, con gli estremi anagrafici, la coordinata areale: Maranzanis, frazione di Comeglians, nel cuore della Carnia, e Riva San Vitale, nel Canton Ticino. Z. è in Marocco al seguito del padre, poi in Svizzera. Conosce la realtà dei cantieri edili, dei calcoli in cemento armato, della pianificazione dei trasporti, ma dello Z. emigrato importa l’assiduità della partecipazione: presidente della Federazione delle Colonie libere italiane, dirigente dell’ECAP-CGIL in Svizzera e poi in Italia, segretario del COOP-SIND, emanazione della CGIL e della Lega delle Cooperative per la formazione e la promozione di imprese cooperative. Z. è anche ideatore dell’albergo diffuso in Carnia, progetto sostenuto dall’Unione europea. L’emigrazione segna e orienta la biografia di Z., come segna e orienta la sua scrittura, facce distinte e interconnesse di una stessa medaglia. L’esordio è del 1964: Libers… di scugnî lâ [Liberi… di dover partire]. Sono anni di espansione economica, che precipita in una spinta dissennata al consumo. L’editoria pubblicizza (e ben presto brucia) le parole d’ordine della neoavanguardia. Destino gramo per i dialetti, condannati alla subalternità o al silenzio. Libers… di scugnî lâ incide fin dal titolo la propria cifra dissonante, a negare l’ottimismo di facciata, disegnando l’immagine di un Friuli che si interroga, ad autonomia regionale appena acquisita. Versi destinati a una lettura idealmente (e non solo idealmente) orale, in una dialettica di scambi non arresa: dal perimetro di una osteria al cerchio non meno coeso di un comizio. ... leggi I testi rinunciano alla punteggiatura, le congiunzioni si diradano, ed è piuttosto l’anafora a tracciare (o suggerire) i legami. Promotore della stampa è un circolo culturale, che non garantisce una distribuzione a largo raggio, ma l’esordio di Z. imprime uno stacco: non solo rispetto all’icona codificata dell’emigrante, con i suoi precipitati di nostalgia. Altro significato riscuote l’edizione Tarantola-Tavoschi del 1972. I versi adottano una grafia che, non senza strappi, segue i criteri più diffusi, e hanno il sostegno di una traduzione italiana a piè di pagina, mentre i due brani di Brecht posti in esergo sono accompagnati dall’originale tedesco. Ma l’ambito locale, a dispetto delle parole d’ordine messe in piazza, sembra restio all’istanza di una poesia come strumento di analisi e di lotta. La lettura politica di Libers… di scugnî lâ si allaccia al terremoto. Paragrafo difficile da restituire, perché affidato alla tenuta effimera della parola recitata e urlata, ritmata nello slogan, perché mediato dal canto, perché consegnato a supporti fragili (manifesti, volantini, striscioni, cartelli), non destinati alla conservazione, emotivamente dirompenti, ma statisticamente (e materialmente) labili. Esemplare il rango assunto da Doman: «doman… / no è una peraula / doman a è la sperança / no vin che je / doprìnla / fasìnla deventâ / mans / voi e rabia / e j vinçarìn la poura» [domani… / non è una parola / domani è la speranza / non abbiamo che lei / usiamola / facciamola diventare / mani / occhi e rabbia / e vinceremo la paura], nell’ottica della volontà di cambiare. Parola chiave è mans, ma «mans / ch’a san strengi atas mans» [mani / che sanno stringere altre mani], «mans par fâ / e tantas / mans fuartas / como las vuestas / ch’a conossin / il presi e il sudôr / da vita» [mani per fare / e tante / mani forti / come le vostre / che conoscono / il prezzo e il sudore / della vita], in un nesso inscindibile di solidarietà e concretezza, di progetto. A Doman… si affianca un altro testo esemplare, Ma la int nas distes, che nel suo sillabato concentra i termini secchi di una analisi: «da nô / no ’nd’ è ce fâ / ma la int / nas / distes / … / e cuant / ch’a si capìs / bisugna lâ» [da noi / non c’è lavoro / ma la gente / nasce / lo stesso / … / e quando si capisce / bisogna andare]. Una analisi ruvida, categorica nel dichiarare i meccanismi che governano le partenze, efficace anche in virtù del ritmo percussivo. È una fase nuova per Libers… di scugnî lâ, sancita (e rilanciata) nel 1977 dall’edizione Garzanti, con prefazione di Tullio De Mauro. La grande stagione delle partenze è esaurita: Libers… di scugnî lâ non fissa più, per i friulani almeno, una realtà in atto, documenta un passato che è appena trascorso, ma che risulta già sfocato: incomprensibile nei luoghi un tempo di partenza, ma incomprensibile anche nei luoghi un tempo di arrivo. Linguisticamente incomprensibile: per i vecchi emigrati, assorbiti dalla società che li ha accolti, quella materna resta lingua del cuore, per i figli patrimonio privo di funzionalità. Lo schizzo, pur nei suoi modi elementari, è premessa per una fase ulteriore di Libers… di scugnî lâ. È del 1972 la traduzione svedese, esito di un impegno a più mani coordinato da Paolo Cattaruzza, che assorbe gli stessi emigrati. Con obiettivo duplice: ricucire una propria immagine, dotata di carisma letterario, per rompere le maglie dei cliché: del cliché pitocco, come del cliché turistico, del dépliant pubblicitario. Le spinte a tradurre sono varie. In David Katan e nel suo Free… to have to leave agisce la volontà di valorizzare il friulano come lingua in un rapporto paritario con le grandi lingue a beneficio di emigrati non più friulanofoni, a riscattare una esperienza che è alle spalle, a restituire unità nella diaspora, sfruttando la rete delle associazioni. Saranno ancora gli emigrati, cementati nei loro circoli, a dispetto dell’abbandono della lingua, i destinatari virtuali di altre imprese: dal tedesco al francese, allo spagnolo. Ma il senso vira con l’ultimo anello della trafila: la traduzione in arabo. Una Carnia ai limiti del mondo che si fa cifra di una condizione globale: il gommone stracarico di gente costretta a giorni sospesi, vite prosciugate e negate. La poesia di Z. «si costruisce nell’emigrazione e si nutre del tema dell’emigrazione ‘ma’ non si esaurisce in questo tema né si lascia circoscrivere da esso» (Raul Mordenti), pur se con Libers… di scugnî lâ si compie il senso decisivo, la funzione che Z. riveste nel tracciato della scrittura friulana. È peraltro netta la linea evolutiva: dal Friuli all’Europa alla ricerca di un nuovo volgare (è la formula di Mordenti), dove l’angolatura geografica interseca quella linguistica, che dal monolinguismo (il friulano) conduce all’incastro di lingue (e di codici non verbali), dove l’incontro stridulo di lingue non sempre comunicanti fotografa – o prefigura – la nuova società multietnica. Ma Z. procede senza abiure, con una disponibilità alla ripresa di titoli e testi che non è mai statica. Che Diaz… us al meriti [Che Diaz… vi renda merito], del 1976, incide il disincanto dell’ironia. Diaz evoca la miseria della guerra (e la raccolta segna un passo nell’accertamento del passato), ma la guerra non rimuove la prospettiva dei confini e anzi converge in una lettura della storia che produce l’emigrazione. Sboradura e sanc [Sperma e sangue], del 1981, esibisce in apparenza un prelievo brusco dell’oralità: il dialetto come natura. Nel 1982 le due raccolte si fondono in Cjermins [Confini], strade dell’emigrante e terreno del contendere, con il non sottaciuto valore della convivenza. Un libro nuovo, che concilia l’accento civile con la nota introspettiva. Cjermins ristruttura i materiali, li scandisce in capitoli e, a dichiarare la distanza dalla parola scabra di Libers, basterà uno stralcio di Was trinken Sie gern? dove, con l’intrecciarsi delle lingue, affiora una cantabilità alterata che rinuncia al significato: «o stâ a chì / o lâ a là / l’emigrazion l’emigrazion / ohi lai lâ lî / ahi lai lâ lâ / l’emigrazion nus tocja cjantâ», e qui tradurre sarebbe tradire. Tradire il gioco scanzonato, l’evasione dalla serietà, serietà che in Cjermins si assesta in modi vistosamente narrativi, specie nella prosa con la quale il volume si apre, dove l’umile e dolente epopea domestica si fa controstoria, lettura dal basso della Storia. Il câli [Il caglio], del 1989, e Usmas [Tracce], del 1991, si muovono in direzione dell’archetipo. Nella poesia eponima, Il câli appunto, il segno di croce tirato via da un passeggero allo staccarsi da terra dell’aereo evoca il gesto meccanico, ma sacrale, del casaro nell’atto di aggiungere il caglio al latte (e la nota si distende nella glossa). Il caglio è sedimento della memoria, ma quel senhal si carica di funzioni simboliche: lievito che fermenta e dà vita. La raccolta allinea ritratti di paese che è la durezza del tocco a salvare dai rischi dell’aneddoto. Il tempo che scivola nel rispetto della ciclicità contrasta con il rito del consumo balneare, che si irrigidisce nell’istantanea di Lignan. Usmas, ‘tracce’, ma anche ‘presentimenti’, «una sorta di parola ponte tra passato e futuro» (così l’autore), tende al recupero di residui inavvertiti, di presenze disperse e rimosse, in chiave progettuale e utopica. In Usmas il friulano vira a spettro largo: respinge il concetto di marginalità, irride la guerra (e la retorica della guerra), in un paese ormai vuoto registra la testimonianza superstite di una creatività stupefacente, denuncia l’asimmetria dei rapporti culturali, in un ventaglio aperto. Eppure, a contraltare dei deliri dell’industria vacanziera, filtrano tremori privati (La cjamêsa, dove il ricordo di un uso tradizionale neutralizza il panico nell’attesa di un intervento chirurgico) e la raccolta trova in Calicant un congedo inusuale: il profumo del calicanto che allunga «la so usma / sul treno par Zürich». Con Usmas andrà Camun di Dimpeç [Camuno di Ampezzo], del 1989, brevi prose che descrivono e annotano gli intagli di un anonimo pastore, con un richiamo alle incisioni rupestri dei Camuni, ‘tracce’ trasparenti e insieme enigmatiche. Ma importa tornare al nodo del confine, ipostasi di ostilità e di crociate. In Licôf, del 1993 (e poi in Licôf grant [Festa grande], del 1997), dei Cjermins Z. palesa l’inconsistenza in versi che hanno l’eccentricità del divertissement, del parossismo surreale. Un inventario che si dipana in litania tra antitesi e antinomie, per impuntarsi nella clausola che mina la sicurezza della soggettività: «tra bira e vin / tra sgnapa e gin / tra tè e cafè / tra mai e lafè / tra me e te // tra latins e todescs / tra todescs e sclâs / tra turcs e cinês / tra cjargnei e furlans / tra gjudeos e marans // … // tra sôra e sot / tra nord e sud / tra cemôt e parcè / tra te e me / tra me e me» [tra birra e vino / tra grappa e gin / tra tè e caffè / tra giammai e tant’è / tra me e te // tra latini e tedeschi / tra tedeschi e slavi / tra turchi e cinesi / tra carnielli e friulani / tra ebrei e marrani // … // tra sopra e sotto / tra nord e sud / tra come e perché / tra me e te / tra me e me]. Da integrare con il pannello di Identitât, feticcio di cui Z. evidenzia fluidità e relativismo: «che s’i fos su Marte / mi sintares cjericul / e co soi in Africa / mi sint european / co soi in Portugal talian / co soi a Roma furlan / co soi a Udin cjargnel / co a Tomieç comeljanot / e a Comeljans maranzanot / e s’i soi a Maranzanas: / no stin a confondi parplasê / la famea “Di Pasca” / la mê / cun chê di chei “Dal Ghet”» [che se fossi su Marte / mi sentirei terrestre / e quando sono in Africa / mi sento europeo / quando sono in Portogallo italiano / quando sono a Roma friulano / quando sono a Udine carnico / quando a Tolmezzo comeglianese / e a Comeglians maranzanese / e se sono a Maranzanis: / per favore non mettiamoci a confondere / la famiglia “Di Pasqua” / la mia / con quella di quelli “Del Ghetto”]. La figura del catalogo stralunato vanta precedenti illustri nella poesia burlesca, ma il dispositivo non si risolve nella estrosità e ancora una volta morde in pieghe profonde. Le raccolte di Z. rare volte si arrestano alla prima edizione e rare volte le riprese si danno come ristampe. Ha taglio particolare La seconda forma…, sezione (quattro soli testi) di Lôcs [Luoghi, del 2008], che vale come omaggio al Pasolini della Nuova gioventù. Ma il gusto della riscrittura (e del diverso montaggio di materiali noti) attraversa l’opera intera di Z. Ogni ritorno si fa motore di una sensibilità nuova: nel rispetto della lingua (o della grafia), ma anche dei fattori ritmici, delle pause di fine verso, del rapporto tra parola e bianco della pagina. Basterà un campione. Il câli / Il caglio esce per i tipi di Amadeus (Montebelluna) nel 1989. Riappare nel 1993 per i tipi di Ribis (Udine) come Il câli / Poesie 1981-1987 con Prefazione di Ottavio Besomi. Il câli 1989 si apre con un Preludio dell’autore, che Il câli 1993 pospone alle pagine di Besomi con una più densa articolazione dei paragrafi. Ma si osservi l’incipit di Come un anel di frêt / II: «sul scagnut / sot i arcs da l’ostaria / sentansci al ti poiava / chesta sô gjamba mata…» [sullo sgabello / sotto gli archi dell’osteria / sedendosi appoggiava / questa sua gamba matta…]. Così Il câli 1989, mentre Il câli 1993: «Sul scagnut / sot i arcs da ostaria / sentansi al ti poiava / chesta sô gjamba mata…» [Sullo sgabello / sotto gli archi dell’osteria / sedendosi appoggiava / questa sua gamba matta…]. Con tre scarti: «sul scagnut» > «Sul scagnut» (l’avvio minuscolo non è sistematico), «da l’ostaria» > «da ostaria» (che investe la morfologia) e sentansci > sentansi (la grafia rinuncia a un tratto tipico del parlato carnico). Si osservi ancora l’epilogo di A Jacum: «Par lôr vuê / i tiei porcos / a son il ricuart da l’afiet / di un compagn» [per loro oggi / le tue bestemmie / sono il ricordo dell’affetto / di un compagno], con iniziale di strofa maiuscola per il friulano, minuscola per la traduzione. Il câli 1993 per contro: «Par lôr vuê / i tiei porcos rabiôs / son denti al ricuart / di un mestri braurôs» [Per loro oggi / le tue bestemmie rabbiose / sono dentro al ricordo / di un maestro fiero], che rimuove compagn, instaurando una rima (rabiôs : braurôs) in un testo che per ritmo (e per significato) è altro. Il câli ha una terza edizione nel 2012 per i tipi di Kappa Vu (Udine): Il câli / Poesie e prose / 1981-2012, che dilata l’arco cronologico e rimpiazza i Testi pubblicati in precedenza con Cjasa Fenice di Pasca, prose in friulano, maggioritario, e italiano. Il volume fa perno su una Presentazione dell’autore, che coincide con il precedente Preludio, e disloca in coda come Postfazione le pagine di Besomi aggiornate. I versi non si sottraggono alla revisione e basti ancora il sondaggio indicativo: «cjatâts / sul colm / dal Talm / doi di Ludario / vegnûts cassù / da Uster / a fâ / -come ogni an- / il plen di Cjargno» [trovati / sulla vetta del Talm / due di Ludaria / venuti quassù / da Uster / a fare / -come ogni anno- / il pieno / di Carnia]. Un appunto sincopato, immerso nel silenzio della pagina, che allude (o implica) alla condizione dell’emigrato. Quasi impalpabili i ritocchi del 2012: «cjatâts / sul colm / dal Talm / doi di Ludario / vegnûts cassù / da Uster a fâ / -come ogni an- / il plen di Cjargno» [trovati / sulla vetta del Talm / due di Ludaria / venuti quassù / da Uster / a fare / -come ogni anno- / il pieno / di Carnia]. Due versi accorpati («da Uster a fâ», pur se la traduzione in calce continua a distinguere), a incrementare l’ossitonia, e como che subentra a come, a incrementare il colore locale. Colore locale garantito con puntualità dal femminile in –o (Ludario, Cjargno), che è tratto geolinguisticamente marcato. Una delle prose offre un utile commento/parafrasi: «emigrati da molti anni in Svizzera, ritornavano ogni estate e salivano fin lì ad aggiornare, quasi ricaricare, il loro immaginario, a vedere i loro paesetti, i prati, i boschi, le strade, i torrenti lì sotto, concludendo come rassicurati: tutto è al suo posto, anche noi…». La scrittura di Z., che sembrerebbe frutto dell’istinto (e forse nei suoi inizi lo è), conosce i vincoli di una disciplina ferma (ed è garanzia di consapevolezza il gioco paronomastico: «sul colm / dal Talm»). È agevole notare la tenuta del tema dell’emigrazione, ma è agevole notare anche come il filo si faccia più introspettivo, raccorciandosi nel non detto, nel nervo più geloso, abbandonando i toni militanti. La quotidianità più dimessa ha un suo spazio, uno spazio crescente. Come In tuna not como chesta [In una notte come questa], versi terminali (e titolo eponimo dell’ultima sezione) di Cjermins: «in tuna not como chesta / sentât tun murut / movevi i dêts dai pîts / denti das scarpas / plen di gust di vivi» [in una notte come questa / seduto su un muretto / muovevo le dita dei piedi / dentro le scarpe / pieno di gusto di vivere]. Una volta notturna che si cala in uno sfondo modesto (murut non è la siepe leopardiana) e nel benessere del corpo (i dêts dai pîts…). Il minimalismo di un flash in una solitudine appagata. Apice della introspezione è Il dolore e la grazia, del 2015. Il volume unisce versi e prose in un confronto serrato con le tecniche miste così materiate del pittore Marco Casolo: due lingue remote che pur si incontrano e si parlano. La memoria della moglie che preme, che si sottrae all’archiviazione, in un dettato spoglio, repertorio asciutto (e incrinato) di realtà. Per sondare: «rivât in Cjargna / tu ses encja chì prescint / pardut / planta e aredo da cjasa / palments di lavagna / disegn da cuscina / puartas e mûrs viers i prâts / planelas coloradas sui tets / propi pardut / massa / encja massa invisibil / massa» [arrivato in Carnia / sei presente anche qui / dappertutto / piante e arredo della casa / pavimento in ardesia / disegno della cucina / porte e muri verso i prati / tegole colorate sui tetti / proprio dappertutto / troppo / anche troppo invisibile / troppo]. E le domande si inseguono nel tentativo di coinvolgere l’assente: «Ma tu sintitu?», «Ma tu joditu?», «Ti rivel chel zigo?», «Lu savevitu?». Domande che del monologo pretendono di rompere gli argini. Ma c’è una pagina che ha il sapore del consuntivo. A procurare il bandolo è un raccordo cruciale di Libers… di scugnî lâ: «E cuant ch’a si capis / bisugna lâ». Dove risulta ovvio il senso della lettera: «È chiaro che volevo dire: “Se dove sei venuto al mondo il lavoro è merce rara (e quella poca strumento di ricatto e discriminazione), uscito dall’infanzia, o poco più, ti tocca andare a incontrarlo dove c’è”. Per questo l’emigrazione dalla Carnia ha avuto dimensioni da esodo. Se lì parli di emigrazione, che ha coinvolto se non tutti, tantissimi, non parli di o a un campione, ma all’universo». Già in altra occasione Z. aveva valicato il senso della lettera (e i moduli della protesta, dello spirito ribelle): «perché se una lettura più immediata è quella dell’emigrazione, l’altra è quella della condizione umana, di tutti e di ciascuno: “E cuant ch’a si capis / bisugna lâ”; come cantava Brassens: “Le temp d’apprendre a vivre / il est deja trop tard”, ecc. All’altro estremo del segmento vita c’è l’anziano che ritorna (a morire) e si accorge che ha vissuto “per procura”». E qui, citando ancora (e forse forzando) Brassens (e Aragon): «Ma la lettura può avere un’altra chiave. La seconda essendo ancora più drammatica e universale. Non dipende dal luogo e riguarda assolutamente tutti, l’universale assoluto: la fine del viaggio. Non da Udine a Zurigo, come è successo a me e a tanti altri, ma da Alfa a Omega. La vita come viaggio, la fine del viaggio, la fine della vita. / La vita: quando la si è capita, quel che si è riusciti a capire, è finita. Ecco volevo che quel libro, quei testi, venissero letti anche con quella chiave. Lâ / partire, nel senso di uscire. / “Le temps d’apprendre à vivre il est déjà trop tard” / “Il tempo di imparare a vivere ed è già troppo tardi”. Così canta Brassens, musicando una grande poesia di Louis Aragon: “Il n’y a pas d’amour heureux”. È esattamente, in meglio, quello che avevo scritto allora. / Anche se Brassens ha tralasciato (senza dirci perché, chiudendo fuori una delle poche speranze, un’apertura alla condivisione) l’ultimo verso: “Mais c’est nôtre amour à tous le deux”». La crudezza del disincanto nel dialogo postumo con la moglie ammette il correttivo: «Mais c’est nôtre amour à tous le deux». Il paesaggio si è fatto tutto interiore.

 

 

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Bibliografia

BIBLIOGRAFIA  DI LEONARDO ZANIER Libers… di squignii laa. Poesie 1960-1962, Prefazione di T. Francato, Ovaro, Circolo Ricreativo Culturale “Val Degano”, 1964; Circolo di Cultura Sociale di Prato Carnico - Val Pesarina, [1969]; Aiello del Friuli, Circolo “Arturo Colavini”, [1971]; Libers... di scugnî lâ, Postfazione di O. Burelli, Udine, Tarantola-Tavoschi, 1972; Prefazione di T. De Mauro, Milano, Garzanti, 1977; Prefazione di S. Cofferati e postfazione di R. Pellegrini, Roma, Ediesse, 1998; Prefazione di G.P. Carbonetto e postfazione di R. Pellegrini, Udine, La Biblioteca del Messaggero Veneto, 2003; Fria… vara tvungna atta ka bort, Traduzione in svedese a cura di G.P. Cattaruzza, Stoccolma, Istituto italiano di cultura, 1972; Slobodni… da odu, Traduzione in croato di J. Tkalec, Presentazione di A. Parmeggiani Dri, Udine, Campanotto, 1990; Free… to have to leave, Traduzione in inglese di D. Katan, Prefazione di N. Perini. 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Den Wasserspiegel schneiden / Sot il pêl da l’âga, Antologia di poesie 1960-2000, Traduzioni in tedesco di L. Pradissitto, U. Hermann, F. Spescha, M. Puorger, Prefazione di O. Besomi, Postfazione di M. Puorger, Zürich, Limmat Verlag, 2002. Committenze / Poesie su ordinazione, 1957-2000, Prefazione di E. Guagnini, Chiusaforte, Edizioni La Chiusa, 2002. Punta secca, Racconti e articoli, Postfazione di M. Mona, Balerna, Ulivo, 2003. Dipende... Racconti e articoli, Balerna, Ulivo, 2005. Precipitando comunque / Sturzend so wie so, Traduzione in tedesco di S. Hyner, Mendrisio, Edizioni Josef Weiss, 2005. Lôcs, Prefazione di E. Guagnini, Pordenone, Biblioteca Civica, 2008. Cantîrs, Presentazione di M. Franzolini e P. Petrucco, Udine, Cassa Edile di Mutualità ed Assistenza e Centro Edile per la Formazione e la Sicurezza, [2009]. Allora vi diciamo alla nazione, Racconti e poesie, Prefazione di M. Chierici, Mercato S. Severino, Il Grappolo edizioni, Collana sulla letteratura di emigrazione, 2010. Ce êsel sucedût?, Montereale Valcellina, Circolo culturale Menocchio, 2012. La voce della poesia, Udine, block nota, 2014. Il dolore e la grazia, Dipinti di M. Casolo, Testi di A. Colonnello (La vita: un viaggio) e P. Venti (La poetica del concreto), Pordenone, Media Edizioni, 2015. Curatele. La lingua degli emigrati, Firenze, Nuova Guaraldi, 1977; Solidarietà e innovazione / Solidarität und Innovation, Roma, Ediesse, 1997; Immigrati e disoccupati / Einwanderer und Arbeitslose, Roma, Ediesse, 1999; Mediazione culturale / Kulturelle Vermittlung, Roma, Ediesse, 2002.     BIBLIOGRAFIA SECONDARIA Prefazioni e postfazioni soddisfano le prime esigenze. Si segnalano F. BREVINI, Le parole perdute. Dialetti e poesia nel nostro secolo, Torino, Einaudi, 1990, 288-290, e R. MORDENTI, La poesia di Leonardo Zanier: dal Friuli all’Europa alla ricerca di un nuovo volgare, in La letteratura dell’emigrazione. Gli scrittori di lingua italiana nel mondo, a cura di J.-J. MARCHAND, Torino, Edizioni della Fondazione G. Agnelli, 1991, 283-299. Z. è presente in tutte le antologie friulane e pertanto ci si limita a indicare: B. CHIURLO-A. CICERI, Antologia della letteratura friulana, Tolmezzo, Edizioni “Aquileia”, 19762, 820-832 (con il medaglione di Andreina Ciceri alle pp. 820-821) e La poesia in dialetto. Storia e testi dalle origini al Novecento, a cura di F. BREVINI, Milano, Mondadori, 1999, 3784-3785 e 4357-4358.Chiudi

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