ZANUSSI LINO

ZANUSSI LINO (1920 - 1968)

industriale

Immagine del soggetto

L'industriale Lino Zanussi (Archivio Elettrolux Italia Spa).

È considerato uno degli industriali italiani più significativi del secolo scorso. Nato a Pordenone il 15 febbraio 1920, morì tragicamente di ritorno da un viaggio di lavoro in Spagna, con alcuni dei suoi collaboratori, per lo schianto dell’aereo contro una montagna nei pressi di San Sebastian, il 18 giugno 1968. Era stato appena insignito dal presidente della Repubblica italiana, il 2 giugno di quell’anno, del titolo di cavaliere del lavoro in riconoscimento dei meriti eccezionali per lo sviluppo di una industria che, ereditata dal padre come piccola azienda di cucine economiche (le famose “Rex”) con cento operai, era diventata il prestigioso Gruppo Zanussi di elettrodomestici. Nel 1968 tale realtà esprimeva in Italia il top della tecnologia nel proprio settore, con linee di produzione che facevano scuola in Europa. Il Gruppo comprendeva anche una serie di aziende concorrenti, entrate in crisi nel 1967 (Becchi, Stige, Castor) e acquisite dall’industriale pordenonese. Tutte le tipologie di elettrodomestici Zanussi, dai fornelli alle cucine ai frigoriferi, dominavano ormai il mercato europeo, anche conservando lo storico marchio Rex delle cucine del padre. Dal 1965 aveva iniziato ad operare la consociata spagnola Ibelsa, che doveva costituire la tappa finale dell’ultimo tragico viaggio della sua vita. Il Gruppo industriale, alla morte di Z., contava ben 13.000 dipendenti, dopo appena ventidue anni da quando, con il fratello Guido, alla morte del padre Antonio (1946), egli aveva assunto la guida della piccola fabbrica di cucine con cento operai. Nei mesi antecedenti alla sua scomparsa, la stampa inglese – come con orgoglio ricordava lo stesso Z. – parlava della Zanussi come «la prima industria del mercato comune» europeo. ... leggi Era partito facendo, si può dire, la sua vera e propria “università” nell’azienda del padre. Dopo le medie, infatti, aveva potuto frequentare solo un corso di avviamento professionale, cominciando tuttavia nel contempo a lavorare con il padre, da semplice apprendista operaio, a quattordici anni. Avrebbe ricevuto la laurea honoris causa in ingegneria dall’Università di Padova nella primavera del 1963, riconoscimento prestigioso per un uomo nel frattempo diventato personaggio sempre più in vista, senza dubbio per l’escalation di obiettivi eccezionali raggiunti nello sviluppo della sua impresa, ma anche per l’illuminata visione con cui diventava una sorta di modello di industriale moderno. Significativi e anticipatori di un nuovo metodo di autoformazione per i protagonisti emergenti dell’industria europea sono stati i suoi viaggi all’estero e in particolare negli Stati Uniti, per studiare in diretta le più moderne tecnologie di produzione e i criteri di conduzione manageriale. La sua proiezione nel mondo dell’industria non lo aveva sottratto dall’impegno di formare una famiglia. Si sposò, infatti, a venticinque anni con Gina Pavan, nel 1945, e diventò subito dopo padre di Paola e Antonia (Andrea sarebbe arrivato diversi anni dopo), proprio mentre sempre più stava esprimendosi il suo impegno di capitano di industria. Del resto era appunto un tratto della personalità di Z. quello di coniugare la sua formidabile operatività e creatività imprenditoriale con un senso straordinario della famiglia, che in qualche modo si allargava a tutti quanti lavoravano con lui. Gli stretti collaboratori, innanzitutto, con cui faceva gruppo e che si era scelto anche attingendo al meglio della Bocconi di Milano e della Olivetti di Ivrea, allora all’avanguardia nell’ambito industriale. Con loro aveva avviato un sistema di quadri scegliendo tra i migliori giovani del Nordest; quadri dirigenziali, quindi, praticamente costruiti dal nulla, ma capaci, come si esprimeva Z., di «pensiero creativo» oltre che di studio e riflessione in ogni settore del lavoro industriale; vera e propria «struttura pensante», gente «caricata» – attraverso un contatto quotidiano con il capo – di una tensione in certo senso «utopica» fatta di «aggiornamento e inquietudine» per una «continua ricerca del confronto e quindi del nuovo e del meglio». Si era andato creando anche il “clima Zanussi”: un tipo di “solidarietà” che caratterizzava le relazioni di Z. e dei suoi di una presenza capillare in mezzo ai lavoratori, nelle linee di produzione, per cogliere osservazioni e indicazioni, informazioni e intuizioni della base; ma pure per verificarne di continuo le condizioni di lavoro e anche di spirito. Si trattava, infatti, di operai che si trovavano a fare un’esperienza nuova: lavorare nell’industria, venendo prevalentemente da una condizione ben diversa e mantenendo, almeno in certa misura, l’impegno e l’attaccamento alle proprie realtà contadine soprattutto del Friuli e del Veneto. Da qui si era coniata l’espressione “metalmezzadri”, talora usata anche per evidenziare una certa maggiore flessibilità delle maestranze degli stabilimenti pordenonesi nell’affrontare le questioni sindacali. Per questo, forse, girava un’altra espressione che qualificava i rapporti tra azienda e sindacati: si parlava di “pax zanussiana”, che aveva senz’altro contribuito allo sviluppo del Gruppo Zanussi. Operai-contadini, oltre che tanti altri lavoratori accorsi da varie parti d’Italia, Nord e Sud, contribuendo a una straordinaria integrazione di realtà interregionali, da cui il territorio pordenonese è risultato definitivamente e positivamente segnato. Tutta gente non abituata a “padroni” con cui dialogare quasi alla pari. E così divenne proverbiale il tratto dell’umanità del “sior Lino” (così lo chiamavano tutti in fabbrica), una umanità attenta alla qualità della vita nel mondo del lavoro, una anticipazione nel modo di concepire l’impresa. Oggi, infatti, parlando molto di “responsabilità sociale” d’impresa, si intende che questa non solo deve fare profitto, ma deve farlo garantendo la qualità della vita di chi lavora, promuovendo la creatività di base, preoccupandosi del territorio. Tutti elementi di cui Z. fu esplicito assertore, oltre che pratico attuatore, senza però quegli aspetti paternalistici propri di altri industriali del tempo. In proposito si può cogliere la sua esplicita filosofia imprenditoriale in un documento che può essere considerato il testamento dell’industriale pordenonese: un protagonista vincente, lungimirante anche per l’impegno con cui sosteneva e promuoveva le «risorse umane». Era, infatti, convinto che «la capacità, il rendimento, il comportamento del personale hanno un peso notevole nel rendere un’impresa più competitiva di altre». Parole che si traggono dall’intervento da lui letto all’Università popolare di Udine l’8 maggio 1968, esattamente quaranta giorni prima della sua morte, in cui elencava una serie di punti nodali del suo pensiero. Come responsabile di una grande industria, ormai proiettata verso dimensioni mondiali, parlava innanzitutto di una competitività da intendersi nel senso che un’«impresa è viva e vitale» solo quando non concepisce la competizione come lotta e aggressività per affermarsi a tutti i costi nel mercato, bensì come impegno di «confronti, alternative e continue scelte». Si capisce che, in queste parole, si esprime quel concetto di “innovazione” che oggi va per la maggiore e che Z. concepiva non solo come progressione continua sul piano scientifico e tecnico, ma anche come organizzazione della struttura produttiva e come continua verifica e rilancio dei propri obiettivi. In questo senso fa parte integrante dell’ottica Zanussi l’importanza primaria dell’«alta qualità del prodotto» attraverso la «innovazione della dimensione industriale che contemporaneamente cura la specializzazione e pure l’integrazione verticale». Per cui prodotti, processi, metodi gestionali, secondo Z., hanno qualità solo se l’impresa viene investita da un’«anima interna, intesa come vita interiore dell’azienda ricca di motivazione e di ambizione» che si ammoderna di continuo nelle sue funzioni, e dimensiona all’essenziale i meccanismi burocratici interni e i metodi di direzione. Tutto ciò per Z. e la sua filosofia, etica prima che industriale e, forse per questo, particolarmente vincente, in concreto significa grande attenzione alle persone e al loro «modo» di lavorare. Persone mai confuse con la catena di montaggio. Per questo l’industriale pordenonese insisteva sulla formazione del personale, sul suo addestramento, come pure sulla disciplina di tutti i componenti della sua «cittadella aziendale». La disciplina, peraltro, era un tratto di tutta la vita di Z., sostanzialmente condotta tra lavoro e famiglia, con qualche parentesi di montagna e di sport. Tanto sensibile ma altrettanto esigente, pure nei confronti dei suoi familiari. Anche perché si sentiva responsabile di una linea di condotta e di una immagine che dovevano essere coerenti con tutto l’impegno espresso dal suo Gruppo industriale. Di questi tratti si caratterizzava anche il suo impegno nei riguardi del territorio. Sentiva la grande responsabilità di aiutare a crescere innanzitutto la città di Pordenone, che avvertiva sbilanciata in rapporto al peso e alle dimensioni dell’industria che aveva creato. Pur avendo avuto un ruolo fondamentale nella decisione del parlamento di istituire la nuova provincia del Friuli occidentale (1° marzo 1968), si dimostrava rigoroso e inflessibile nello spingere istituzioni pubbliche, associazioni di categoria, colleghi industriali, politici perché non si accontentassero del risultato ottenuto, ma si dessero da fare per la soluzione di una lunga serie di problemi. Da parte sua contribuiva a far nascere e crescere scuole professionali e tecniche, carenti in Pordenone e territorio; aveva avuto contatti con l’Università di Padova per un decentramento a Pordenone di studi ingegneristici; pensava al potenziamento di un quotidiano regionale che meglio avrebbe dovuto servire la parte occidentale del Friuli; contribuì a far nascere, facendone costruire la struttura, il primo vero centro culturale di caratura regionale nel territorio pordenonese: la Casa dello studente intitolata al padre, Antonio Zanussi. Di questa incoraggiò l’impostazione aperta e dialogante, sostenendo fino al giorno prima di partire per la Spagna orientamenti e progetti, pur astenendosi dal concedere qualsiasi contributo economico, volendo che fosse il territorio a farsene carico, prendendo coscienza del primato della formazione e della cultura in una realtà territoriale altrimenti troppo sbilanciata sull’aspetto economico. In sostanza Z. era una persona che puntava sull’originalità e pensava in grande; non amava contrapposizioni localistiche. In questo, forse, era «unico» rispetto a tanti personaggi del Nordest di allora, meritandosi non poco la definizione di «profeta solitario».

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Bibliografia

B. ANASTASIA - S. GIUSTO, Il caso Zanussi. Evoluzione storica, situazione dei mercati, prospettive del gruppo Zanussi, Udine, IRES Friuli-Venezia Giulia/Cooperativa editoriale Il Campo, 1984; R. DIEMOZ, Dal decollo industriale alla crisi dello sviluppo. Il caso della Zanussi, Bologna, il Mulino, 1984; Zanussi 1916-1991. 75 anni di storia da protagonista nella costruzione dell’industria italiana, a cura di A. PEPE - P. MARTINUZZI, Pordenone, Industrie Zanussi, 1991; P. MARTINUZZI - N. NANNI, Lino Zanussi, Pordenone, Studio Tesi, 1993 (dal libro la Propordenone trasse nel 2005 il dvd: Lino Zanussi. Il secolo americano a Pordenone); Lino Zanussi, «Eventi», numero monografico, 1998; L. PADOVESE, Nulla da buttare, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2007; Ricordando Lino Zanussi a 40 anni della sua scomparsa, a cura del Centro iniziative culturali, Pordenone, Concordia Sette, 2008 (contiene anche il testo della lezione tenuta la sera dell’8 maggio 1968 all’Università popolare di Udine: L. ZANUSSI, Come vive un’impresa competitiva); O. COLUSSI, Il grande Lino, Treviso, Santi Quaranta, 2009; A. BURELLO - A.F. DE TONI - M. PARUSSINI, Dalla Zanussi all’Electrolux. Un secolo di lezioni per il futuro, Bologna, il Mulino, 2010.

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