ZORZI PIER ANTONIO

ZORZI PIER ANTONIO (1745 - 1803)

arcivescovo

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L'arcivescovo Pier Antonio Zorzi (Udine, Civici musei, Fototeca).

Nato a Novigrad, nella diocesi di Zara, il 7 novembre 1745 da una famiglia appartenente al patriziato veneto, studiò all’Accademia dei nobili di Venezia, diretta dai somaschi, ordine del quale vestì l’abito nel 1764. Quindi studiò a Vicenza e il 17 dicembre 1768 venne ordinato sacerdote a Verona. Lettore di teologia a Verona e più tardi al Seminario di Venezia, si interessò in particolare allo studio delle scienze sacre, della retorica e della poetica. Nel 1774 era direttore del collegio dei nobili di Brescia e più tardi di quello di Venezia. Fu esaminatore sinodale a Brescia e superiore di S. Maria della Salute a Venezia. Su proposta del Senato veneto, avanzata il 3 aprile 1786, fu consacrato vescovo di Ceneda (Vittorio Veneto) a Roma, nella chiesa dei Ss. Nicola e Biagio, dal cardinale Carlo Rezzonico il 17 aprile 1786, permanendovi per un settennio. Dapprima in ambiente veneziano e successivamente in quello lombardo, Z. maturò simpatie filogianseniste. Si conserva una corrispondenza di dodici lettere inviate o ricevute da lui ai giansenisti di Utrecht tra il 1789 e il 1793. Il 24 settembre 1792, su proposta del Senato veneto, venne nominato arcivescovo di Udine. A seguito della sua supplica del 20 gennaio 1793 ai provveditori sui feudi, con il giuramento di fedeltà alla Serenissima, il doge Ludovico Manin con ducale del 28 gennaio concesse in feudo a Z. il territorio dell’abbazia di Rosazzo, col titolo di marchese. A pochi mesi dal suo ingresso inviò al clero diocesano una lettera pastorale dichiarando come imminente una sua visita, che il 15 dicembre 1793 iniziò dalla cattedrale. ... leggi … leggi … leggi L’attività si svolse durante i tre anni successivi, toccando quasi tutto il territorio dell’arcidiocesi, che includeva le enclavi nel Goriziano e quella del Monfalconese; il 13 giugno 1794 piogge violente e scosse replicate di terremoto interruppero la visita in Carnia, ripresa di lì a un mese. Il percorso terminò – ironia della sorte – il 17 settembre 1796, con la visita alla parrocchia di Campoformido (Campoformio), paese che il 17 ottobre 1797 sarebbe stato sede del trattato tra Napoleone e gli austriaci. Durante il suo episcopato, la società e la Chiesa friulana furono scosse dai grandi mutamenti politici e dalle vicende militari determinate dall’invasione dell’esercito francese. Il 23 giugno 1797 Bernadotte istituì il governo del Friuli, applicando la legge repubblicana che chiudeva monasteri e sopprimeva confraternite. Il Seminario fu requisito come caserma. Da marzo ad agosto dello stesso 1797 si svolsero i primi “incontri” tra il Governo centrale provvisorio e la Chiesa udinese. Di fronte alla nuova politica ecclesiastica, inaugurata dai francesi, l’arcivescovo assunse un atteggiamento pacato e prudente, nella convinzione che fosse indispensabile mantenere un certo distacco dai problemi politici, per ottenere qualche risultato positivo da parte del vincitore e giovare così alla diocesi, preservando clero, fedeli e beni ecclesiastici e religiosi da maggiori sventure e ritorsioni. Benché legato da molteplici ragioni alla casa imperiale austriaca, Z., durante il soggiorno udinese del generale, intrattenne con Napoleone rapporti di deferente ospitalità, per cui dallo stesso Bonaparte ricevette attestazioni di gratitudine. Il 23 maggio concesse al generale e al suo Stato maggiore di alloggiare nei locali del palazzo arcivescovile, appartandosi egli nella residenza di Rosazzo (sarebbe ritornato a Udine il 21 novembre), mentre fu costretto a far uscire gli insegnanti, con ben centodieci chierici e studenti, dal Seminario ubicato presso l’episcopio, perché in esso erano acquartierate le truppe francesi. Da settembre a dicembre del 1797 si svolse il drammatico dibattito inerente alle abolizioni dei diritti e alle requisizioni forzose dei beni ecclesiastici, fatto di ricorsi e di suppliche; ad esso fece seguito la «commedia» del compenso. Nell’acquiescenza generale alle ingiunzioni dei commissari municipali, solitarie furono le voci che protestarono un’indipendenza di giudizio, tra le quali quelle di alcuni canonici della metropolitana, e una non supina accondiscendenza alle perentorie richieste di prestiti forzosi in denaro e in beni preziosi. Il governo francese ebbe termine nel novembre 1797. Firmato il 17 ottobre il trattato di Campoformido, nel Friuli veneto entrarono gli imperiali: vi sarebbero rimasti dal gennaio 1798 al novembre 1805. L’imposizione di contributi straordinari, il sequestro delle argenterie delle chiese, l’abolizione di censi e quartesi, sarebbero stati interpretati da Z. quale severo richiamo di Dio ad una vita di pietà e a una maggiore attenzione «ad ornare il tempio interiore dell’anima». Il 2 febbraio 1798 il clero e i capifamiglia giurarono fedeltà alla Casa d’Austria e il Capitolo fu reintegrato negli antichi diritti e nelle prerogative di cui godeva il primo gennaio 1796. Fiorì una produzione letteraria mirante a rivendicare il ripristino di censi e quartesi. Il canonico Pietro Braida raccolse in volume memorie e decreti, documenti riguardanti le «violenze» democratiche del 1797 nei confronti del Capitolo, come le successive riparazioni ottenute sotto il governo di Francesco II. Nella lettera pastorale per il Natale del 1798, mentre le «tribolazioni» dell’anno precedente erano lette in chiave provvidenzialistica, Z. spronava all’obbedienza verso l’imperatore, per i cui successi militari riconosceva quanto largo fosse stato il consenso di preghiera da parte dei fedeli (lettera pastorale dell’8 aprile e dichiarazione del 29 maggio 1799). Nel frattempo però, inascoltate restavano le sue reiterate suppliche per la restituzione dell’edificio del Seminario, che era già stato requisito dai francesi e adibito a caserma e poi a ospedale militare. Benché Z., durante il suo episcopato, avesse mantenuto relazione con ambienti giansenisti italiani e olandesi, non era più animato dall’entusiasmo degli anni precedenti. Il rispetto dell’ortodossia diventò un modo per salvaguardare la tradizione cattolica in quei trapassi epocali e culturali particolarmente turbinosi. È del 7 maggio 1799 l’invito alla preghiera per Pio VI, deposto e condotto prigioniero in Francia. A seguito di una protratta siccità, inviò la pastorale del 4 giugno 1801 con il pressante invito alla diocesi per una colletta a favore degli indigenti, presenti diffusamente e non solo nella classe popolare. Due suoi componimenti poetici di carattere agiografico, Sonetti in lode della b. Benvenuta vergine di Cividale del Friuli e Lo specchio de’ penitenti ovvero Atti di s. Margherita di Cortona, furono editi anonimi a Udine nel 1802. Nel 1803, su proposta dell’imperatore d’Austria, Pio VII promosse Z. alla porpora cardinalizia. Creato cardinale nel concistoro del 17 gennaio 1803, avrebbe dovuto ricevere il cappello cardinalizio il 29 gennaio 1804, ma le sue precarie condizioni di salute non gli permisero di recarsi a Roma per l’investitura. Ne diede egli stesso notizia con la lettera pastorale del 28 gennaio. Il 17 dicembre 1803 l’arcivescovo morì a cinquantotto anni nella sua residenza di Udine e fu sepolto nella cattedrale.



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Bibliografia

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