Figlio di Giacomo, cavaliere di Malta, e di Teresa di Toppo, Giovanni Luigi Melchiorre d.P. era nato a Busco di Oderzo il 25 settembre 1828. Appartenente a una delle più antiche famiglie nobili friulane, ma nell’Ottocento in inevitabile e rapido declino economico, frequentò la scuola elementare maggiore a Cividale, il ginnasio vescovile a Udine e il liceo a Verona. Nel 1846 – a seguito del tentativo, respinto, di iscriversi all’Accademia Teresiana di Vienna – venne ammesso all’Università di Padova, ove, dopo essere stato “alunno” alla pretura di Cividale, si laureò allo Studio politico legale nel 1851. Dopo la laurea, sostenne ancora un paio di esami in storia austriaca nell’ambito della Facoltà di studi filosofici a Padova, per poi dedicarsi esclusivamente alla carriera professionale: nel 1854 fu dichiarato idoneo all’esercizio dell’avvocatura e nell’anno successivo al notariato. Nel 1860 vennero pubblicate le sue prime corrispondenze da Cividale per la «Rivista friulana» di Camillo Giussani, ove si può già rimarcare la sua sensibilità di futuro amministratore della città, funzione che continuò a coinvolgerlo – dopo una breve ma significativa esperienza patriottica in una “banda” organizzata nei primi di luglio del 1866 a Cividale per contrastare la polizia austriaca durante la terza guerra d’indipendenza – anche successivamente alla sua esperienza di sindaco (1867-1878) e di parlamentare (1870-1874), come assessore e consigliere comunale fino a tutto il 1880, finché, il 5 gennaio 1881, vennero accolte le sue dimissioni per ragioni di salute. D.P., attraverso la testimonianza dei suoi non numerosi scritti, fu un amministratore che si sentì sempre legato anche affettivamente alla città ducale e ai suoi antichi e pregevoli beni culturali, e che associò la sua figura a una delle istituzioni educative più importanti e ambiziose della città, il collegio-convitto municipale, da lui istituito nel 1876 e oggetto di attacchi politici sulla sua gestione economica solo tre anni dopo. Riformista, ma con saldi legami nella storia e nella cultura friulana, non poteva non rimanere affascinato dalla figura di Antonio Zanon, che eresse ad esempio contro la povertà dominante nelle campagne del tempo, cui affiancava quella di Cavour, ricordato per il suo pragmatismo di statista in politica e invidiato per le riforme che aveva avviato anche in agricoltura, sollecitando in questo ambito l’associazionismo e la cooperazione. Notevole anche il suo interesse, come sindaco di Cividale, per la pubblica istruzione, dall’auspicato (benché non attuato) passaggio della Biblioteca e dell’Archivio capitolare – dopo la soppressione del Capitolo, avvenuta per applicazione della legge 15 agosto 1867, n. 3848 – al patrimonio bibliografico e archivistico comunale, all’attenzione per le biblioteche popolari e per l’istruzione elementare, giunta eccezionalmente a Cividale fino alla quarta classe, o a quella per l’istituzione di un asilo infantile. Altrettanto interessante, anche se non di particolare spicco (si definiva deputato «di seconda linea», «moderato per indole e per convincimento», ma sostenitore dei principi di indipendenza e libertà), la sua attività di parlamentare nei quattro anni in cui alla Camera sedette al centro, eletto nel collegio elettorale di Cividale per la XI legislatura del Regno d’Italia (governi Lanza e Minghetti II), subentrando a Pacifico Valussi, deputato nelle due legislature precedenti. Il programma elettorale di d.P. si incentrava su una più limitata centralizzazione burocratica nel nuovo Stato italiano, pur nel riconoscimento dell’esercito come elemento di forza e unità, su una maggiore equità nella ripartizione delle imposte per il pareggio di bilancio, nonché su un governo forte, ma rispettoso delle leggi, perché «se base della libertà è il rispetto delle leggi, il Governo più d’ogni altro deve mostrarsene ligio osservatore». Si adoperò per attuare le riforme dell’ordine giudiziario (unificazione legislativa, riforma delle preture e delle cancellerie giudiziarie) e per risarcire le popolazioni dei danni subiti nella terza guerra d’indipendenza (a questo proposito fece parte, tra il 1868 e il 1871, della Commissione centrale per l’amministrazione del Fondo territoriale). Lavorò, in una prospettiva di forti economie nella spesa pubblica tesa al pareggio di bilancio, per la semplificazione dell’azione amministrativa, che l’unificazione dello Stato rendeva oltremodo urgente, sforzandosi di abolire decime, quartesi e altri vincoli feudali in agricoltura, e adoperandosi per la perequazione dell’imposta fondiaria e il riordinamento del personale di custodia carceraria. La ricandidatura alle elezioni politiche dell’autunno 1874 non fu fortunata (d.P. si vide sconfitto al ballottaggio nel collegio di Cividale da Antonio Pontoni), in quanto egli aveva sostenuto fin dalle elezioni del 1870 – come tutto l’ambiente cividalese, ma anche triestino, in particolare con Carlo Grubissich ed Edoardo Foramiti già dal 1865 – che il collegamento ferroviario tra il porto di Trieste e Villacco (e da qui verso i mercati del Centro Europa), anziché svilupparsi lungo la direttrice Udine-Gemona-Pontebba-Tarvisio – quella che nel 1879 si sarebbe realizzata come la “strada ferrata della Pontebba”, ovvero la “Pontebbana”, patrocinata da Valussi e approvata con legge 30 giugno 1872, n. 896 –, non toccando Gorizia e non percorrendo la stretta valle dell’Isonzo per Canale, si dovesse svolgere dapprima lungo la valle del Natisone e poi, raggiunta Caporetto, lungo quella dell’alto Isonzo, per sboccare a Tarvisio attraverso un tunnel in difficile pendenza al valico del Predil, attuando così una “versione cividalese” dell’originario progetto della ferrovia “Prediliana” per Gorizia. Tale tracciato, la cui definizione appassionò il dibattito politico a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del XIX secolo, e che veniva favorito da Trieste, ma evidentemente contrastato da Udine e Gorizia, avrebbe spostato su Cividale, anziché su queste ultime, il baricentro dei trasporti ferroviari in Friuli. La Prediliana via Cividale, che poteva annoverare degli indubbi vantaggi dal punto di vista della distanza chilometrica rispetto alla Pontebbana e che attraversava territori più sicuri geologicamente, era però sentita da Venezia – dopo il 1866 l’unico porto italiano nell’alto Adriatico – come troppo favorevole agli interessi commerciali di Trieste, che preferiva di conseguenza la Pontebbana, linea attraversante territori più popolosi rispetto alla Prediliana e che poteva mettere in più rapido contatto, rispetto a quest’ultima, la Carinzia con Udine e il Friuli, e quindi con il Veneto. Se così d.P. vide tramontare il sogno di molti cividalesi di fare della città ducale un centro ferroviario di importanza strategica nell’economia friulana, vent’anni dopo, nel 1886, poté però celebrare il primo collegamento ferroviario di Cividale con il resto della rete: quello con Udine, che Pacifico Valussi, il suo antico avversario politico, aveva largamente preconizzato. D.P. morì a Cividale il 22 gennaio 1895.