Nata a Udine il 1° settembre 1907, insegnante elementare, crebbe in una famiglia con inclinazioni artistiche: la sorella Anita Scoziero Baldissera era pittrice e scultrice. Mancò il 19 gennaio 2009. Gli scritti di S., i quali palesano molto spesso finalità pedagogiche, compaiono in piccola parte ne Il Tesaur de leteradure pai fruts (1988) per quanto attiene all’infanzia, mentre gran parte della produzione in versi e soprattutto in prosa è rintracciabile alla spicciolata nelle riviste della Società filologica friulana, sul periodico «Friuli nel Mondo», su «Int furlane», e nei «Quaderni della FACE». «Gli sperimentalismi letterari non la interessano e la semplicità è il suo stile», secondo D’Aronco, che cita De Amicis. Nella letteratura destinata ai più piccoli, si incontra la continuazione in contesto carnico di Scufute Rosse [Cappuccetto Rosso]: si tratta della sorella Turchinute che si reca dalla nonna «cul geut plen: une strece di pan cu la uve, cuatri milučs di chej deČhargne, un toc di formadi di mont, un fiascut di lat apene molgˇût e un veri di medisine colôr dal rosoli» [con il cestino pieno: una treccia di pane con l’uva, quattro mele di quelle di Carnia, un pezzo di formaggio di montagna, un fiaschetto di latte appena munto e una bottiglia di medicina color rosolio]. Turchinute fa tesoro della brutta esperienza della sorellina e mette fuori gioco il lupo addormentandolo con la medicina destinata alla nonna. Il cacciatore che passa di lì per caso trova la bestia dormiente e decide di risparmiarla («Biele braure a copâ un che nol pò difindisi!» [bella prodezza ammazzare uno che non può difendersi!]), poi pensa alla lepre e agli uccelli che si appresta a cacciare e «al volte il tac e al decîd di tornâ a čhase cul carnîr vueid» [gira il tacco e decide di tornare a casa con il carniere vuoto]. Nella galleria dei personaggi che animano le narrazioni di S. si incontrano figure allegre, come «Rico, il cjaliâr» [Enrico, il calzolaio], anziano e innamorato della vita, che «al rit cun che sô bocje sdenteade, indulà che la lenghe e’ à tant puest par balâ e tantis busis par cucâ» [ride con quella sua bocca sdentata, dove la lingua ha tanto posto per ballare e tante buche per sbirciare], e figure dolenti, che però trovano sollievo nei rari momenti di luce dell’esistenza che ne risarciscono le oscurità, come «Sunte, la vedue» [Assunta, la vedova], che odia la neve perché le ricorda la morte da soldato in Russia del suo «Jàcun» [Giacomo], finché una mattina il nipotino la invita a giocare con lui «e pe prime volte, dopo tant timp, su la coltre blancje ‘e viodè la vite al puest de muart» [e per la prima volta, dopo tanto tempo, sulla coltre bianca vide la vita in luogo della morte]. Innegabilmente votata al mondo dell’infanzia per professione e per vocazione letteraria, S. è stata autrice di canzoni, ha partecipato ai festival della canzone friulana di Pradamano e di San Giovanni al Natisone, nonché alle iniziative di “Scuele libare furlane”. Ha firmato anche testi teatrali.