ALEANDRO GIROLAMO IL VECCHIO

ALEANDRO GIROLAMO IL VECCHIO (1480 - 1542)

cardinale, umanista

Immagine del soggetto

Ritratto del cardinale Girolamo Aleandro il Vecchio, incisione.

Nacque a Motta di Livenza il 13 febbraio 1480, da Francesco, di professione medico, e dalla veneziana Bartolomea Antonelli dei Bonfigli. La notizia secondo cui gli Aleandro sarebbero stati d’origine ebraica o plebea, divulgata con intenzione diffamatoria nell’ostile ambiente luterano e quindi spesso ripetuta, fu con forza smentita dallo stesso A. il quale, per converso, affermava che i suoi avi erano nobili provenienti dall’antico castello di Pietrapelosa – che è traduzione dell’antico toponimo tedesco Ravenstein, oggi Kaštel – sito nella valle del fiume Brazzana, nell’Istria centro-settentrionale. La ricostruzione genealogica proposta dal Fontanini secondo il quale la famiglia era effettivamente d’origine nobiliare e avrebbe derivato il cognome dall’acquisizione del castello d’Antro in Friuli, fu variamente discussa: giudicata poco credibile dal Liruti, è stata invece accreditata da successivi studiosi e in particolare dal Paquier. Tredicenne, A. si recò a Venezia per studiare con Benedetto Brugnoli e Petronillo da Rimini e vi rimase un anno, per tornare quindi a Motta. Nel 1495 era a Pordenone, alla scuola dell’umanista e poeta latino Cornelio Paolo Amalteo. Nel 1498 a Motta ebbe l’occasione di apprendere l’ebraico da Mose Perez, «unus ex iis qui fugerunt ex Hispania» come scrisse nel diario. Ripartì quindi per Venezia dove risedette senza continuità fino al 1508. Qui ebbe la protezione e l’amicizia del patrizio Maffeo Leoni e conobbe alcuni fra i massimi promotori della cultura umanistica, tra cui Aldo Manuzio che gli indirizzò le due epistole prefatorie all’edizione dell’Iliade e dell’Odissea (1504), nella quale si decanta l’eccezionale dottrina di A., all’epoca giovane, ma già raffinato cultore di greco e di latino, nonché studioso appassionato di ebraico, arabo e caldeo (interessante testimonianza della sua attività filologica in seno all’Accademia aldina sono due zibaldoni autografi custoditi presso la Biblioteca nazionale di Napoli, segnalati e studiati dal Vecce). Sempre in Venezia conobbe Erasmo da Rotterdam, al quale per tutta la vita fu legato da un rapporto intenso, ma controverso e sofferto. ... leggi Pur avendo ricevuto presto dalla curia romana un rilevante incarico diplomatico (nel 1501 fu inviato da Alessandro VI in Ungheria come nunzio apostolico, per recarvi un’ingente somma di denaro), la passione per gli studi prevalse, almeno in questa fase della vita, sull’ambizione di una brillante carriera ecclesiastica. Nel 1508, accompagnato da Maffeo Leoni, Leonardo Venier e Ludovico Braga, lasciò Venezia alla volta di Parigi per inaugurare una fortunata e originale esperienza culturale. In Francia divenne celebrato promotore e divulgatore dell’umanesimo filologico italiano, e insegnò dapprima privatamente quindi pubblicamente, tenendo corsi presso l’Università parigina, della quale divenne anche rettore per il trimestre 23 marzo-16 giugno 1513. In questo periodo furono stampati a Parigi cospicui lavori frutto del suo impegno di classicista. Tra questi vi sono l’edizione dei Moralia di Plutarco (presso Gourmont, in tre volumi databili tra il 1509 e il 1513), del De divinatione di Cicerone (s.d.), degli Opera di Ausonio (presso Bade, 1511), di Sallustio (presso Bade, 1513); diede inoltre alle stampe una Gnomologia, id est moralium sententiarum collectanea (presso M. Bolsec, 1512), un Lexicon graecolatinum multis et preclaris additionibus locupletatum (ancora presso Bolsec, 1512), e un manuale elementare di greco: Tabulae sanequam utiles graecarum Musarum adyta compendio ingredi cupientibus, presso Gourmont, [1513?], più volte ristampato. Nel 1513 abbandonò l’insegnamento per un più remunerativo incarico dapprima presso il vescovo di Parigi, Etienne Poncher, e quindi presso il principe vescovo di Liegi, Erard de la Marck. Quest’ultimo, che aspirava a ottenere il cardinalato, lo inviò a Roma come suo fiduciario (1516). Il rientro in Italia diede ad A. l’opportunità di nuovi e più ambiziosi incarichi. Senza rinunciare al mandato del de la Marck, il 2 dicembre 1517 divenne segretario del cardinale Giulio de’ Medici e il 27 luglio 1519 fu nominato bibliotecario della Palatina (l’odierna Biblioteca Apostolica Vaticana). Ma la svolta decisiva si ebbe quando, nel 1520, A. si recò in Germania con il compito di pubblicare e dare effetto alla condanna di Lutero, sancita da Leone X con la bolla Exurge Domine. In qualità di nunzio pontificio straordinario nella dieta di Worms (tenutasi dal 27 gennaio all’8 maggio 1521) fece approvare la condanna di Lutero e il suo conseguente bando; predispose inoltre il testo dell’editto conclusivo della dieta. Durante il breve pontificato di Adriano VI fu confermato bibliotecario della Palatina; quindi, sotto il pontificato di Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, di cui già era stato segretario, A. ebbe ulteriormente accresciuti potere e prestigio; ma anche, in seguito alla frequentazione di Giampietro Carafa, parve maturare una più autentica vocazione religiosa e adottare una più sobria condotta di vita, la quale, in precedenza, era stata tutt’altro che irreprensibile (nel 1501, a seguito di un’occasionale relazione amorosa, puntualmente registrata nel diario, aveva contratto una grave malattia venerea; aveva inoltre avuto alcuni figli naturali, di cui gli sopravvisse il solo Claudio, che fu legittimato). Nel 1522 A. copiava nell’attuale manoscritto Napoli, Biblioteca nazionale, II D 44 un ampio ed erudito commento ai primi due libri dell’Antologia Planudea; è noto che il perduto antigrafo era stato redatto a Padova tra il 1505 e il 1506; la paternità del commento è invece incerta, ma – stando alle complesse indagini in merito compiute da Anna Pontani – è plausibile attribuirla, almeno parzialmente, allo stesso A. Insignito dell’arcivescovado di Brindisi l’8 agosto del 1524 e consacrato il 9 ottobre dello stesso anno, A. non si recò subito nella propria diocesi. Ottenne infatti un nuovo incarico diplomatico, e in qualità di nunzio raggiunse nel nord Italia il re di Francia Francesco I. Il 24 febbraio del 1525 era presente alla battaglia di Pavia, ed ebbe qui la ventura di essere catturato da soldati lanzichenecchi i quali, incuranti della sua dignità episcopale, lo lasciarono libero solo a prezzo di un ingente riscatto. Nell’agosto dello stesso anno era di nuovo a Roma, ove rimase fino al marzo del 1527, quando, finalmente, decise di partire alla volta della diocesi brindisina. Ma la sollecitudine per il mandato pastorale durò due anni appena: nel 1529 A. risiedeva tra Venezia e Murano, e nel 1531 partiva nuovamente alla volta della Germania per partecipare, a fianco del cardinale Campeggi, alla dieta di Ratisbona. I documenti relativi a questa nunziatura – di cui l’Alberigo non poté disporre nella stesura della voce per il Dizionario biografico degli Italiani, in quanto pubblicati solo successivamente in Nuntiaturberichte 1 e 2, sono costituiti in maggioranza da missive indirizzate da A. a Giovanni Battista Sanga e, dopo la morte di questi, direttamente al pontefice. L’autorevolezza che in materia luterana era allora riconosciuta ad A. è provata dalla lettera con cui Clemente VII, il 23 agosto 1531, gli affidò l’incarico. Nel carteggio A. descrive spesso e dettagliatamente i popoli riformati; nella prima fase della missione usa toni in genere caustici («teneno la biblia per mostra et ita falluntur a demonio meridiano, che poi li effetti non spirano se non impietà»), che divengono successivamente meno severi e addirittura indulgenti (Ibid., 2, 39 s.: «fui in Norlinghen […] et ancorché sii terra lutherana, nondimeno, allogiato in casa del borgomastro […] fui onorato […] che più honor non mi sarria stato fatto in qual se voglii catholica città». Anche i sentimenti del nunzio oscillano. Talora sono improntati a una rigidità che giunge ad auspicare guerra contro gli eretici («Et io credo che […] la heresia non se extinguerà per altra via che per il sangue», subito, però, rettificato: «Non do tal conseglio, non lo vogli Idio, ma dico quello ch’io dubito et parmi veder»); talora sono più concilianti, e rivolti al dialogo e alla moderazione. Notevoli anche le informazioni che l’A. trasmette sulla sua stessa personale condizione e frequenti le sue lagnanze economiche. Particolare importanza è attribuita al ruolo esercitato da Melantone sui riformati: le sue novità editoriali sono acquisite da A. che ne riferisce al Sanga e che spererebbe in un abboccamento con lo stesso Melantone «per veder et tentar cum ogni dextrezza quello che al ultimo si pol sperar di questo huomo». Ma è la temuta avanzata dei Turchi a essere ben presto avvertita quale variante cruciale negli equilibri fra imperatore, principi cattolici e principi protestanti, e diviene pertanto l’argomento più discusso e dibattuto del carteggio («la cosa nostra è molto più debile, adcedente etiam ad id timore rerum Turcicarum […] per il che S. Mtà è constretta per ragion humana a carrezzar non meno gli heretici che gli Catholici»). Il punto sostanziale è che, causa la temuta invasione, l’atteggiamento dell’imperatore rispetto al passato è più conciliante nei confronti dei luterani. Sicché è evidente il pericolo, poi concretatosi, di un’intesa fra Carlo V e i protestanti indipendente dall’autorità pontificia e temibile per i suoi risvolti politici e dottrinari. Di fatto l’accordo conclusivo fu stilato a Norimberga fra legati imperiali e luterani; prevedeva un comune sforzo bellico contro i Turchi, ma anche l’impegno a convocare nel prossimo futuro un concilio, prospettiva questa sempre avversata da A. La lettura del carteggio pare nel complesso confermare il giudizio espresso su A. da vari studiosi, tra cui Alberigo, secondo cui dell’eresia luterana egli considerò gli aspetti strettamente politici, senza volerne o senza saperne valutare la reale portata storica e il significato religioso. Terminata la sua seconda missione in Germania, A. fu destinato alla nunziatura pontificia presso Venezia, alla quale egli stesso aveva sperato di essere preposto. Svolse l’incarico segnalandosi per la tenacia con cui contrastò il diffondersi dell’eresia, finché, nel 1535, il nuovo papa Paolo III lo richiamò a Roma, perché partecipasse alle attività preliminari al concilio. Era ormai tra i curiali di maggior esperienza nei rapporti sempre più tesi e difficili con il riformismo religioso d’oltralpe e, benché la sua nomina al cardinalato, lungamente attesa e desiderata, avvenisse relativamente tardi (il 18 marzo del 1538), A. rivestì un ruolo decisivo nell’azione riformatrice della curia. Anche di tale ruolo i moderni hanno piuttosto sottolineato i limiti anziché i pregi, rilevando come l’azione di A. si sia attuata a un livello esteriore invece che sostanziale, e sia stata focalizzata a reprimere gli aspetti formalmente più compromessi della curia, senza tuttavia promuovere alcuna innovativa istanza religiosa. Successivamente all’elevazione al cardinalato A. fu inviato a Vienna come nunzio presso l’imperatore (1539), nell’ennesimo tentativo di trovare un accordo con la parte luterana. Fallita la missione e rientrato a Roma, fu incaricato di guidare, assieme al Carafa, l’Inquisizione romana. Nel 1541 aveva dettato il proprio testamento; si spense a Roma il primo febbraio del 1542. Pur non risedendo che raramente e per brevi periodi nella nativa Motta (nel diario è registrata una visita del maggio del 1525: «pervenimus Mottam post tot annos, tot exantlata terra marique pericula»; nell’occasione fu anche a San Vito, a Udine e a Pordenone), A. ebbe relazioni intense non solo con i familiari, ma anche con i concittadini, i quali seguivano con orgoglio la sua brillante carriera. Quando seppero dell’elezione alla nunziatura presso la Serenissima, gli inviarono in segno d’omaggio un’ambasceria con ricchi doni per le imminenti feste pasquali, e grandi feste furono organizzate a Motta per celebrare la sua nomina cardinalizia. Continuativi e affettuosi furono i rapporti con Marcantonio Amalteo, sacerdote e maestro attivo a Pordenone e a Motta nella prima metà del Cinquecento, di cui ci resta una consistente raccolta di epistole, cinque delle quali sono indirizzate dall’Amalteo ad A. Cronologicamente la prima è del 31 luglio 1513: Amalteo vi ricorda una recente discussione intrattenuta con A. a proposito della testimonianza geronimiana sulla pretesa confessione cristiana di Seneca («cum essemus in foro causidicorum, si meministi, in moralis Senecae mentionem incidimus, ut miraremur potissimum cur divus Hieronymus […] L. Senecam intra sanctos christianae religionis viros connumeret»); a cominciare dalla seconda, del primo settembre 1528, l’Amalteo si rivolge ad A. quale suo patrono, chiedendogli di alleviare la sua difficile situazione economica con la concessione di benefici («oro […] ut istiusmodi vicariatum [scil. Portus Naonis in templo divi Marci evangelistae] vel renunties, vel honesta appensione […] mihi consignes possidendum»); nella terza, del primo ottobre 1533, gli presenta e gli dedica un «opusculum» cui ha lavorato per tre anni, ma di cui null’altro dice, richiedendogli che sia corretto ed eventualmente pubblicato; richieste d’aiuto economico sono contenute anche nelle due più tarde missive, del 5 settembre 1534 e del primo giugno 1538. Con la missiva del 13 aprile 1538 l’Amalteo si congratula con Giovanni Battista Aleandro per l’elevazione al cardinalato del fratello.

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Bibliografia

Tra le fonti manoscritte relative all’A., due particolarmente importanti sono custodite presso la BAU: si tratta di un’autobiografia autografa comprende gli anni dal 1480 al 1530: ms 189 e di un diario anch’esso autografo (comprende gli anni dal 1511 al 1515: ms 190). Questi documenti erano stati raccolti a Motta a principio del sec. XVIII da Giovammaria Bottoglia; furono quindi acquisiti da Bartolomeo Sabbionato e ceduti infine da Bernardino Tomitano nel 1799 alla Biblioteca arcivescovile. Il carteggio di Amalteo è contenuto nel ms BNMV, Lat., XI, 93 (= 4157), f. [2]r, 40v, 41v, 45r, 65v; la lettera a G.B. Aleandro al f. 38v.

LIRUTI, Notizie delle vite, I, 456-506; G. ALBERIGO, Aleandro, Girolamo, in DBI, 2 (1960), 128-135; H. OMONT, Journal autobiographique du Cardinal Jérôme Aléandre (1480-1530) publié d’après les manuscrits de Paris et Udine, Paris, Imprimerie nationale, 1895; J. PAQUIER, Jérôme Aléandre de sa naissance à la fin de son séjour à Brindes (1480-1529), Paris, Leroux, 1900 (= Genève, Slatkine Reprints, 1977); Nuntiaturberichte aus Deutschland 1533-1559 nebst ergänzenden Aktenstücken. 1. Ergänzungsband 1530-1531: Legation Lorenzo Campeggios 1530-1531 und Nuntiatur Girolamo Aleandros 1531, bearb. von G. MÜLLER, Tubingen, Niemeyer, 1963; Nuntiaturberichte aus Deutschland 1533-1559 nebst ergänzenden Aktenstücken. 2. Erganzungsband 1532: Legation Lorenzo Campeggios 1532 und Nuntiatur Girolamo Aleandros 1532, bearb. ... leggi von G. MÜLLER, Ibid., 1969; J. HOYOUX, Le carnet de voyage de Jérôme Aléandre en France et à Liège (1510-1516), Bruxelles-Rome, Academia Belgica, 1969 (Bibliothèque de l’Institut historique Belge de Rome, fasc. XVIII); SCALON, Biblioteca, 60-63; C. VECCE, Girolamo Aleandro a Parigi, in Passer les monts. Français en Italie - l’Italie en France (1494-1525). Xe colloque de la Société française d’étude du Seizième Siècle, a cura di J. BALSAMO, Paris-Fiesole, Champion-Cadmo, 1988, 327-343; A.M. TURCAN-VERKERK, L’Ausone de Iacopo Sannazaro: un ancien témoin passé inaperçu, «Italia medioevale e umanistica» 43 (2002), 231-312, in part. 280-295, a proposito del contributo di A. al testo di Ausonio; A. PONTANI, L’umanesimo greco a Venezia: Marco Musuro, Girolamo Aleandro e l’“Antologia Planudea”, in I greci a Venezia. Atti del convegno internazionale di studio (Venezia, 5-7 novembre 1998), a cura di M.F. TIEPOLO - E. TONETTI, Venezia, Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, 2002, 381-466.

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