LIRUTI GIAN GIUSEPPE

LIRUTI GIAN GIUSEPPE (1689 - 1780)

storico, bibliografo

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Ritratto di Gian Giuseppe Liruti, olio su tela di Giovanni Battista de Rubeis, XVIII secolo (Udine, Accademia di scienze lettere e arti).

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Frontespizio del primo tomo delle "Notizie delle vite ed opere..." di Gian Giuseppe Liruti.

Nacque a Villafredda (castello posto nelle vicinanze di Tarcento, a venti chilometri da Udine) il 28 novembre 1689, da Natale e da Bernardina Podari, in una famiglia di origine mantovana, che nel corso del Quattrocento era entrata a far parte della piccola nobiltà del Friuli. Il cognome deriverebbe dal friulano “Lirùt”, diminutivo di “Elar”, cioè Ilario, un antico ed illustre esponente del casato. Per la ricostruzione delle sue vicende biobibliografiche risulta documento fondamentale l’Autobiografia (anche se qualche dato lì riferito appare impreciso), scritta in terza persona dallo studioso friulano, probabilmente in diversi momenti della sua vita, dato che un certo passaggio si può datare verso il 1770 (a pagina 11 si dice ancora inedita la Storia di Gemona, stampata poi nel 1771), mentre a pagina 19 leggiamo un «sinora (1779)». Questo testo venne pubblicato ad Udine dal tipografo Giobatta Seitz nel 1869, a cura di Vincenzo Joppi, con la dedica «A Giacomino De Toni quando dava la mano di sposo alla gentile signora Anna Bearzi», come si legge sul frontespizio dell’opuscolo. Dopo i primi rudimenti di istruzione ricevuti da un precettore tra le mura domestiche, all’età di undici anni fu mandato a Venezia, dove studiò per due anni grammatica ed umanità presso i Gesuiti; poi per quattro anni apprese retorica e filosofia nel collegio di S. Cipriano dei Somaschi di Murano, avendo come insegnante il padre Pier Catterino, fratello di Apostolo Zeno; in seguito, per volontà familiare, seguì i corsi di diritto all’Università di Padova e nel 1708 di laureò “in utroque iure”. Tornato ad Udine, trascorse un paio d’anni ad apprendere la pratica forense e nel frattempo diede inizio ad una serie di letture abbastanza disordinate nei più diversi settori disciplinari, dalla matematica alla geografia, dall’ingegneria all’idrostatica, ma, non avendo interesse per la «pericolosa professione» giuridica, né necessità economiche, decise di tornare nel palazzo avito di Villafredda, per dedicarsi agli studi delle scienze fisiche. ... leggi Nella sua Autobiografia parla della lettura dei testi dei «Gassendisti, Cartesiani e Neutoniani», che dice di aver abbandonato dopo tre anni per essersi reso conto che «era un puro contrasto d’opinione di sistemi ideati senza fondamenti reali innegabili». Per questo, abbandonate quelle «incertezze», passò ai «fatti reali» e cominciò lo studio della storia, a partire da quella romana. Così iniziò a leggere gli storici greci e latini, tutti presenti nella biblioteca domestica; si dedicò anche a ricerche specifiche sulle monete e sulle iscrizioni antiche, studiando le opere di Gruytere, Muratori e Raffaele Fabretti, ma anche del cardinal Noris e del friulano monsignor Filippo Del Torre. Prese in questo modo avvio una Raccolta d’Iscrizioni romano-aquileiesi, alla fine ricca della trascrizione di cinquecento lapidi, per altro tutte comunicate al suo grande amico, il canonico Gian Domenico Bertoli (futuro autore delle Antichità di Aquileia). Allo stesso, del resto, donò in vari tempi monete romane «in ogni metallo», non essendone un collezionista. Ma per la scarsità dei reperti ritrovati relativamente all’età antica e dunque per l’impossibilità di dire qualcosa di nuovo su quell’epoca, passò allo studio del Medioevo, cominciando a raccogliere monete dell’epoca dei Goti, pergamene in originale e in copia e cronache; poi, valutata l’ampiezza dell’impresa se avesse puntato all’intera Italia e soprattutto considerando che già il grande Muratori aveva iniziato a pubblicare simili materiali (i Rerum Italicarum Scriptores cominciano ad uscire nel 1723), decise di utilizzare le sue precedenti ricerche per approfondire la storia e le vicende del Friuli: nacquero così i due tomi in folio degli Anecdota Foroiuliensia. Tale opera, nella quale i testi recano dotte prefazioni latine del L., è oggi conservata alla Biblioteca civica di Udine, dopo essere appartenuta all’abate Iacopo Pirona. Intanto il L. era diventato noto per la sua passione erudita e per le sue competenze: già nel 1717 Giusto Fontanini, in occasione di un suo ritorno nel paese natale di San Daniele, aveva voluto conoscerlo. Proprio nel loro primo incontro i due avrebbero parlato del manoscritto di Giuseppe Sporeno sul Friuli posseduto dal L., che lo stesso proprietario avrebbe pubblicato parecchi anni dopo. A quanto pare, il Fontanini, noto come persona permalosa, avrebbe anche accolto di buon grado la correzione del L. secondo il quale le “masnade” sarebbero esistite in Friuli fino al 1500, senza cessare alla metà del XIV secolo, come aveva affermato il Fontanini nell’opera omonima uscita a Roma nel 1698. Da allora il loro rapporto continuò, come dimostrano le numerose lettere scambiate tra i due nel corso degli anni; non a caso nella biblioteca del L. erano presenti ben diciassette opere del Fontanini. Non sappiamo su quale fondamento Giuseppe Marchetti scrivesse che il disincanto del L. per le scienze fisiche andrebbe messo in relazione alla probabile lettura dei Principii di una scienza nuova di Giovanbattista Vico, pubblicati per la prima volta nel 1725; in realtà, a quell’epoca la scelta del L. per la ricerca storica e in particolare per la storia locale, l’archeologia e la numismatica del Friuli, era ormai avvenuta da qualche tempo e l’erudito avrebbe approfondito quegli studi per tutta la vita. Dopo la morte, avvenuta nel 1736, di Giusto Fontanini, tramite i buoni uffici del conte Francesco Beretta e del L., nel 1738 il Muratori poté avere a disposizione la cronaca medioevale di Ailino di Maniago, posseduta dal vescovo friulano, che sarebbe poi stata pubblicata in appendice al volume III delle Antiquitates Italicae Medii aevi. In seguito i rapporti del L. continuarono con Domenico Fontanini, nipote di Giusto, come risulta da alcune lettere scambiate tra i due tra il 1739 e il 1745, pubblicate da Antonio Fiammazzo su «Pagine friulane» nel 1893 e 1894 e in seguito riunite in un suo volume edito nel 1898. Alcune missive vennero inserite da Domenico Fontanini nella sua Raccolta di lettere scritte in diverse materie all’abate Domenico Fontanini accademico udinese, e, anche se in questa prima edizione il testo non è integrale e vi mancano tutte le date, sono di grande interesse in relazione alla composizione della grande opera biobibliografica del L. Da un paio di queste lettere, del 1742, si apprende poi che Domenico Fontanini aveva in animo di pubblicare un’opera sugli uomini illustri del Friuli, mettendo a frutto le varie ricerche condotte dallo zio Giusto e rimaste manoscritte; ma il progetto dovette essere abbandonato abbastanza presto, avendo avuto conoscenza dell’analogo e più competente lavoro del L. Sembra però probabile, nonostante il L. lo neghi, che una parte delle carte di Giusto e Domenico Fontanini sia passata al futuro autore delle Notizie delle vite ed opere dei letterati friulani. Nella sua Autobiografia il L., indicando somiglianze e differenze tra la sua grande biobibliografia e l’opera progettata dal Fontanini, in qualche modo spiega il senso e gli obiettivi del suo lavoro che però sarebbe uscito molti anni dopo quegli eventuali scambi. Naturalmente il L. fu in rapporti di amicizia e di collaborazione con tutti gli intellettuali friulani contemporanei e anche con alcuni dei più importanti studiosi italiani ai quali spesso forniva informazioni mettendo a frutto la sua importante collezione libraria, nella quale poi confluivano le opere dei suoi corrispondenti. Per quanto riguarda i rapporti con Ludovico Antonio Muratori, il L., come racconta egli stesso nella Autobiografia, fu tra coloro che lo coinvolsero nella difesa dell’antica nobiltà udinese, premessa indispensabile per l’accoglimento del conte Federico Florio nell’Ordine di Malta; e per la causa friulana nel 1744 il Muratori stese un dotto e importante parere storico-giuridico. Una copia manoscritta di quel testo si trova nella raccolta delle carte del L. oggi conservate alla Biblioteca civica di Udine. La vicenda, come è noto, fu alla base della realizzazione del famoso quadro di Giambattista e Gian Domenico Tiepolo Consilium in arena. Però non si conoscono lettere scambiate fra il L. e il Muratori, perciò Pier Silverio Leicht ha ipotizzato che il L. corrispondesse con il grande storico tramite qualche comune amico, come appunto il Beretta. Tra coloro con i quali ebbe invece scambi epistolari più o meno intensi e prolungati, si possono ricordare i nomi di monsignor Giuseppe Garampi, futuro cardinale e prefetto dell’Archivio segreto vaticano, e di Gianmaria Mazzuchelli, il grande storico della letteratura italiana. Il L. fu naturalmente in amicizia con quel gruppo di intellettuali friulani che intorno alla metà del secolo XVIII costituivano una piccola “respublica litteraria”: il barnabita Basilio Asquini, mons. Gian Domenico Bertoli, mons. Giuseppe Bini, il domenicano Bernardo Maria de Rubeis, il conte Francesco Beretta, il canonico conte Antonio di Montegnacco, l’agronomo ed economista Antonio Zanon, il giurista Carlo Fabrizi, il canonico Lorenzo del Torre, lo storico Lucrezio Treo, il barnabita Angelo Maria Cortenovis residente ad Udine dal 1764. Per la sua prima produzione va ricordato che nel 1729 avrebbe scritto una dissertazione contraria a quanto affermato in un’opera indicata come Origine de Veneti in Italia (questo titolo dovrebbe indicare le Croniche di Marco Antonio Sabellico uscite nel 1508) e il barnabita Asquini, avendola letta, la lodò con molto calore. Anche per questo nel 1731 il L. venne inserito nell’Accademia di Scienze che il patriarca di Udine Dionisio Dolfin aveva appena fondato, chiamando a farne parte una cinquantina dei più prestigiosi intellettuali friulani e veneti; l’Accademia si estinse nel 1734 con la morte del patriarca. Le prime pubblicazioni scientifiche del L. si datano al 1740, quando nel terzo tomo della «Miscellanea di varie operette», stampata a Venezia dal li braio Giammaria Lazzaroni, comparve l’inedito Forumiulium dello scrittore cinquecentesco Giuseppe Sporeno, «a Ioh. Iosepho Liruti Utinensi illustratum»: introdotta da un Propyleon dello studioso friulano e corredata alla fine da note integrative, l’opera occupa 320 pagine. A questo testo segue la Dissertatio de Aquileia, che l’autore indirizzò al conte Francesco Beretta, con la data 30-IX-1739. L’anno dopo, nel quarto tomo della stessa «Miscellanea di varie operette» venne pubblicata la dissertazione De Iulio Carnico, nunc Zuglio in Carnis Foroiuliensibus, che in un centinaio di pagine ricostruisce la storia romana di questa località. Secondo Giuseppe Marchetti forse il L. conosceva la Lettera […] toccante l’antichità di Zuglio che don Floriano Morocutti, originario della Carnia, aveva indirizzato nel 1712 da Vienna a Giusto Fontanini, ma non vi è prova, mentre il manoscritto del Morocutti sarebbe stato pubblicato solo nel 1962 (in «Sot la nape», 14/2, 39-49). Da una lettera dello Zanon si ha notizia della data di composizione di un’altra opera che, dopo una lunga gestazione, sembra fosse sostanzialmente pronta nel 1738, ma sarebbe uscita solo nel 1749 a Venezia presso l’editore Gian Battista Pasquali. Si tratta della dissertazione intitolata: Della moneta propria, e forestiera ch’ebbe corso nel ducato di Friuli dalla decadenza dell’Impero romano sino al secolo XV. Come si legge sul frontespizio, «si dà un saggio della primitiva moneta veneziana»; vi erano aggiunte anche dieci tavole con le incisioni delle monete studiate. Nella prefazione l’autore dichiara che il grande Muratori aveva tracciato la strada e lui voleva seguirlo, sia pure da lontano. Questo contributo l’anno seguente venne tradotto in latino ed inserito da Filippo Argelati nel secondo tomo della sua raccolta De monetis Italiae variorum illustrium virorum dissertationes, edita a Milano. Ma a proposito di quest’opera e del suo “ritardo”, il L. narra anche una disavventura capitatagli, perché tra le tante carte da lui mandate al padre Bernardo Maria de Rubeis per collaborare alla redazione dei Monumenta Ecclesiae Aquileiensis (sarebbero uscite a Venezia nel 1740), fu inviata per errore anche una sua Notizia delle monete di Friuli e il domenicano, su quella base, non esitò a preparare una dissertazione sullo stesso argomento e a farla uscire prima, convincendo il tipografo Pasquali a tirare invece in lungo la stampa del trattato del L. Così, nel 1747 si stampò a Venezia, appunto presso Pasquali, il De nummis patriarcharum Aquileiensium dissertatio del de Rubeis. Relativamente al valore che il L. attribuiva alla pur importante opera del de Rubeis sulla Chiesa di Aquileia, in una lettera del 1762 all’amatissimo nipote Innocenzo Maria, monaco benedettino (e futuro vescovo di Verona), si legge che il lavoro non era completo, perché, ad esempio, parlava di sole tre abbazie benedettine friulane, mentre erano state sette; e tra le altre era stata dimenticata anche quella di Sesto al Reghena, «antica di mille anni». A buon conto, delle abbazie benedettine del Friuli il L. si occupò in una ricerca rimasta manoscritta. Fu in particolare l’opera sulle monete a meritargli l’associazione alla Accademia la Colombaria di Firenze, su proposta del suo presidente Anton Francesco Gori e l’elogio del canonico marchese Niccolini: le patenti di ammissione sono datate 30 agosto 1750 e il suo nome accademico fu quello di “Riposato”. Da allora il L. avrebbe indicato sempre sul frontespizio delle sue opere la propria natura di accademico colombario e poi anche quella di socio dell’Accademia di Udine, istituzione nella quale fu invitato ad entrare poco dopo la rinascita del 1758 (nell’aprile 1761 vi leggeva la sua lezione su Dell’uso dell’acqua lustrale e santa e particolarmente di quella che si chiama della Epifania). Ancora a proposito delle monete, ricordando come nel 1751 il conte Gian Rinaldo Carli avesse pubblicato a Venezia la sua ricerca su Dell’origine e del commercio della moneta e dell’istituzione delle zecche d’Italia dalla decadenza dell’Impero sino al secolo XVII, il L. non esita a dire che l’autore era quasi completamente «sfornito» dei materiali per rispettare il titolo che si era dato, mentre senza averne competenza criticava poi le posizioni del de Rubeis e del L. sulle monete friulane; il Carli fece anche «ridere» il L. quando gli chiese in prestito la sua collezione di monete per trasferirla da Villafredda a Capodistria. Le valutazioni del L. a proposito delle lacunose conoscenze del Carli in fatto di monete antiche sono conservate in una Lettera critica del nob. G.G. Liruti di Villafredda al sig. Carlo Fabrizi di Udine sull’opera “Delle zecche italiane” del conte Gian Rinaldo Carli (verrà pubblicata nel 1855 a Udine presso Doretti in occasione delle nozze Leonarduzzi-Franceschinis). Per riconoscenza verso gli accademici fiorentini che lo avevano accolto tra loro, il L. volle anche comporre una dissertazione latina dal titolo: De servis medii aevi in Foroiuli, con lettera di dedica alla suddetta Accademia, testo che il Gori fece inserire nel tomo IV delle sue Simbole Romane (così indicate dal L.), stampate a Roma nel 1752, dove occupa le pagine 151-235. Le Symbolae litterariae opuscula varia philologica scientifica antiquaria […] curate dal Gori uscirono in dieci volumi a Roma presso i Pagliarini negli anni 1751-54. Ma nel 1752 la ricerca sui “servi di masnade” del L. «Socii Columbarii Florentini» come si presentava sul frontespizio, usciva a Roma anche in edizione a parte «typis et sumptibus» di Nicolò e Marco Pagliarini. L’opera era costata al L. quattro anni di lavoro e per essa si era avvalso dei consigli di alcuni studiosi friulani come Giuseppe Bini, Marco Sebastiano Giampiccoli, Antonio Stanzil e Antonio di Montegnacco. Il grande giurista Friedrich Karl von Savigny cita più volte questo saggio nella sua Storia del diritto romano nel Medio Evo (Heidelberg, 1815-31; Firenze, 1844-45), anche se non sempre condivide le valutazioni del L. Sempre per il Gori e per una nuova serie di Symbola il L. preparò il suo De Lingua, sive Italico dialecto Foroiuliensi, ma per varie vicende la stampa non avvenne e poi l’editore Pagliarini interruppe la collezione. La De lingua Foroiuliensium dissertatio, conservata manoscritta alla Biblioteca civica di Udine, venne stampata negli anni 1954-55 nel periodico «Il tesaur» (numeri 6-7), a cura di Gianfranco D’Aronco e Nadia Pauluzzo; e se ne fece anche un estratto a parte. L’idea centrale del L. era quella che il friulano fosse derivato da una contaminazione tra il latino e la lingua dei Galli. Nel 1752 il L., coinvolto nelle discussioni relative alla beatificazione del missionario francescano Odorico da Pordenone, sostenne che l’unica sua opera era il De mirabilibus o Historia peregrinationis, comunque non autografa, ma da lui dettata ad un confratello nell’anno 1330 a Padova. Chiarita la questione, padre Odorico poté essere beatificato nel 1755, mentre il testo in questione sarebbe stato pubblicato a Venezia dallo Zatta nel 1761, «con alcuni piccoli errori ed ommissioni». Nella sua opera sugli scrittori friulani, il L. avrebbe scritto che il manoscritto in suo possesso con l’opera di Odorico era «migliore molto dell’adoperato dal padre Asquini» anche perché indicava il vero luogo di nascita del frate, cioè Pordenone, precisazione assente nell’altro codice. Per avere maggiore tranquillità di studio negli anni 1750-53 si era ritirato nel convento di Sant’Antonio di Gemona, ma nel 1753, per la morte del fratello Gian Andrea, il L. si trovò a dover provvedere a ben dodici nipoti (già orfani di madre, uno solo dei quali era maggiorenne). All’inizio il cambiamento di vita e di abitudini dovette pesargli molto, se ancora nel 1758 scriveva che si trovava «all’ergastolo, in cui la disposizione sovrana mi ha condannato di dover essere prigione in Villafredda, già da cinque anni compiti senza poter partirmi altrove». Ma poi la situazione migliorò dato che, come scrive lui stesso, nonostante gli assidui studi e gli impegni familiari, «distribuiva così bene il suo tempo, che gliene rimaneva una parte conveniente per due oneste sue soddisfazioni, […] di andare alla caccia di ogni selvaticina con l’archibuso e cani; e di avere una particolare attenzione al suo giardino […]», dove in ogni stagione si trovavano «i fiori più belli e più rari». Durante gli anni di Gemona per altro si impegnò nell’ordinamento dell’archivio e della biblioteca del convento e poi nello spoglio dei documenti dell’archivio civico, lavori che gli sarebbero stati utili al momento di stendere, anni dopo, la sua opera storica sulla cittadina. Naturalmente il L. riceveva anche numerose richieste di informazioni e chiarimenti da parte di altri studiosi impegnati in ricerche sul Friuli o di collezionisti di monete ed iscrizioni; così la sua lettera di illustrazione di un medaglione di Michele II, imperatore di Bisanzio, posseduto dal senatore Antonio Savorgnan, venne da quest’ultimo fatta pubblicare nel V tomo della «Nuova raccolta di opuscoli scientifici e filologici», apparsa nel 1755 sotto la direzione di Angelo Calogerà e poi proseguita, a partire dal volume XV, da Fortunato Mandelli. All’inizio del 1759 vi apparve dunque la Lettera del nobile signor G.G. Liruti di Villafredda indirizzata a S. E. il signor marchese Antonio conte di Savorgnano […] (pp. 357-370). Ma già a partire dal 1740, come precisa lui stesso in una lettera del 1742, a motivo delle continue richieste di informazioni da parte di amici e conoscenti sulla vita e le opere dei “letterati” friulani, aveva cominciato a raccogliere notizie in merito, anche sperando di poter utilizzare le precedenti ricerche di Giusto Fontanini, delle quali però, come dice nella presentazione dell’opera, non ebbe nulla. Molto spesso neanche le famiglie d’origine di molti dei personaggi studiati avevano notizie e materiali utilizzabili. Alla fine, dopo anni di lavoro autonomo, nacque la sua opera più importante e duratura, le Notizie delle vite ed opere scritte da’ letterati del Friuli. Il repertorio presenta la materia ordinata cronologicamente per “capi”, dedicati ai diversi protagonisti, ma per il periodo dal XV al XVII secolo si accorpano di seguito i letterati appartenenti ad una stessa famiglia: così nel secondo tomo ci sono i “capi” dedicati agli Amalteo, Luisini, Frangipane, Altan, Amaseo, ma anche Vecellio; nel terzo compaiono, tra gli altri, Paolini, Deciani, Mantica. Il L. nella sua Autobiografia scrive che l’opera era divisa «in cinque tomi in 4° […]. Il quinto tomo s’intitola: Supplemento ai primi quattro, e contiene il nome de’ letterati per ordine alfabetico, il che sarebbe stato bene farsi in tutto il corso della storia. In calce vi sono aggiunte notizie di alcune donne illustri per lettere in Friuli, e nel fine un indice universale». Quando l’autore faceva queste affermazioni per la verità della sua opera erano usciti solo i primi due tomi, rispettivamente nel 1760 e nel 1762 (Venezia, Modesto Fenzo, con bella antiporta allegorica, dovuta a M. A. Pitteri); il terzo sarebbe comparso solo nel 1780 presso gli editori udinesi Gallici, poco tempo prima della morte del L., visto che nella presentazione non si accenna alla sua scomparsa. Invece il tomo quarto (pure iniziato dai Gallici, che ne stamparono le prime otto pagine) uscì solo nel 1830 (Venezia, Alvisopoli), a spese di un gruppo di «letterati e signori Friulani» e comprende le ultime voci del lavoro, poi il «Supplemento» e un «Indice» generale di tutte le vite contenute nel volume; non ci sono invece le biografie delle donne letterate. Per quanto riguarda quest’ultima sezione, essa venne stampata ad Udine, a cura di V. Joppi, dal tipografo Seitz nel 1865, con il titolo: Delle donne di Friuli illustri per lettere (in un opuscolo per le nozze de Brandis-Salvagnini): sono in tutto diciassette le letterate presentate. I primi due tomi, ancora manoscritti, erano stati lodati nel periodico «Memorie per servire alla Storia letteraria» e anche questo spinse l’erudito udinese Antonio Zanon a finanziarne la stampa; dopo l’uscita dei suddetti volumi però lo Zanon abbandonò l’impresa e, pur continuando a corrispondere col L., neppure all’autore avrebbe comunicato i nomi degli associati all’edizione; da una sua lettera del 1766 a Francesco Florio, si apprende che la pubblicazione venne sospesa per la scarsa vendita dei due tomi stampati. Per la redazione delle voci dei letterati friulani una collaborazione importante per il L. fu quella dell’abate veneziano Giambattista Schioppalalba, il quale, secondo «G. B.» (Giuseppe Biasutti, imparentato con la famiglia Liruti), che nel 1901 pubblicò ad Udine una serie di missive di condoglianze scritte a suo tempo per la morte dello storico friulano, «era instancabile nel comunicare al L., lontano, le ricerche che per suo conto intraprendeva nelle biblioteche e negli archivi pubblici e privati di Venezia». Tra l’altro fu lo Schioppalalba a correggere le bozze dei primi due volumi delle Notizie, giungendo a modificare qualche espressione giudicata non elegante. Da segnalare che i due amici, in rapporto tra loro dal 1759, si incontrarono solo nell’ottobre 1771, quando lo Schioppalalba fu ospitato a Villafredda. Come dice il L. nella presentazione del Supplemento che seguiva le quattro parti delle sue Notizie, c’erano ancora molti letterati «de’ quali non aveva molta contezza», ma alla fine aveva deciso di far conoscere anche queste aggiunte, per segnalare agli studiosi futuri i personaggi meritevoli di ricerche ulteriori. Queste voci del Supplemento sono di ampiezza molto diversa tra loro: si va da poche righe alle undici fitte pagine dedicate al padre Daniele Concina. Si può parlare anche di qualche omissione, forse perché erano contemporanei viventi o defunti da troppo poco tempo per poter completare la raccolta dei dati. Da segnalare l’inserimento di alcuni letterati non friulani, come ad esempio l’emiliano Iacopo Caviceo, che troviamo nel primo tomo. Nel 1771 il L. pubblicava a Venezia presso il Pasinelli le sue Notizie di Gemona antica città nel Friuli, un’opera arricchita da dieci incisioni di soggetto archeologico e da cinque tavole fuori testo, di cui due ripiegate, riproducenti vedute panoramiche della città. Secondo Luigi Alpago-Novello l’autore delle incisioni sarebbe stato Marco Sebastiano Giampiccoli, che nel 1787 avrebbe anche pubblicato a Venezia presso il Fenzo le sue Notizie istoriche, e geografiche di Gemona antica città nel Veneto Friuli. Da notare che il permesso di stampa dei Riformatori di Padova si data al luglio 1767, ma l’opera del L. uscì solo alla fine del 1771: le ingenti spese, data la presenza dei rami, furono sostenute dal comune di Gemona, che solo in piccola parte le recuperò con le vendite. Questa ricerca su Gemona, tra l’altro dedicata all’arcivescovo di Udine «Gian Girolamo Gradonico [Gradenigo]», è l’unica delle sue opere che, per la proposta di certe etimologie e per l’interpretazione di alcuni documenti, sia stata decisamente criticata da studiosi contemporanei come Paolo Fistulario in un libretto di Osservazioni intorno alle “Notizie di Gemona”, pubblicato ad Udine nel 1779 e come Girolamo Gravisi nella sua opera Dell’Illirico forogiulese, uscita ad Udine nel 1789. Nella quaresima del 1772, all’età di ottantatre anni, il L. «per non stare inoperoso», si diede a «schiccherare una storietta Delle cose del Friuli»; l’editore udinese Giacomo Gallici, avendo saputo nel 1775 che il lavoro era finito, gli propose di stamparlo. Dopo qualche resistenza per timore di reazioni polemiche, il L. accettò le sollecitazioni degli amici e così tra il 1776 e il 1777 uscirono «5 Tometti in 8° grande» delle Notizie delle cose del Friuli scritte secondo i tempi, che costituiscono una storia della regione dall’antichità ai suoi giorni, rigorosamente distinta tra storia ecclesiastica e storia civile. Il lavoro è dedicato a mons. Giuseppe Garampi, allora nunzio a Vienna e corrispondente del L. Il testo manoscritto, tutto di pugno del L., venne sottoposto alla lettura del barnabita Cortenovis, il quale, pur lodando molto l’opera nel suo insieme, non mancò di fare osservazioni di merito (qualche volta anche sbagliando, perché riteneva che Forum Iulii corrispondesse a Zuglio e non a Cividale, come invece giustamente aveva scritto L.) o di opportunità (come quando, per ragioni “politiche”, consigliava prudenza nel sottolineare i diritti dei duchi di Carinzia su certe terre del patriarcato). Inoltre sollecitava il L. ad indicare in modo esplicito autori e testi con i quali non era d’accordo, evitando allusioni generiche, non sempre comprensibili al lettore. La ricerca, come dice il L., fu accolta con interesse e buon successo di pubblico, come stanno a dimostrare le liste dei sottoscrittori che compaiono alla fine dei singoli volumi: dopo i centonovantuno associati del primo volume, nel secondo se ne aggiungono altri trentasei (undici dei quali dimenticati nel primo elenco). Dal tomo terzo gli associati sono indicati per località di residenza, per un totale di duecentotrentasei nomi; e se per i primi due tomi i sottoscrittori erano quasi solo friulani più o meno illustri, ora troviamo anche adesioni di lettori di Padova (quattro), Treviso (uno), Trieste (due) e Venezia (dodici); col tomo quarto si aggiungono altre diciassette sottoscrizioni e nell’ultimo si associano un lettore di Padova e uno di Verona. Proprio il successo di vendite delle Notizie delle cose del Friuli spinse allora il Gallici a riprendere la pubblicazione della “Storia letteraria” e il L. nella Autobiografia accenna alla prossima stampa dei tomi successivi al secondo, senza però indicarla come avvenuta: come accennato, forse riuscì a vedere il volume III, comparso nel 1780. Nel frattempo, nel 1773, nel XXIV tomo della «Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filologici» era uscita la ricerca Dell’origine del patriarcato d’Aquileia. G.G. L. morì il 4 maggio 1780 e venne sepolto nella tomba di famiglia nella chiesa di S. Eufemia di Segnacco, presso Tarcento. Molti illustri contemporanei ed amici inviarono lettere di condoglianze, anche per sollecitare la stesura di un elogio funebre che ricordasse i grandi meriti dello studioso e dell’uomo: come si apprende dalla pubblicazione di alcune di queste missive, prima nella rivista «Pagine Friulane», presentate da Antonio Fiammazzo, poi in edizione a parte, nel 1901, a cura di Giuseppe Biasutti. Risulta che inizialmente l’incarico dell’elogio fosse stato conferito dalla famiglia al barnabita Cortenovis, ma la cosa non ebbe seguito. Qualche anno dopo, nel 1783, per ricordarlo si pensò di affidare le memorie autobiografiche stese dallo studioso friulano ad una revisione dell’abate veneziano Schioppalalba, antico collaboratore del L., ma anche questo progetto non ebbe seguito, come non lo ebbe una contemporanea offerta del conte Florio di incaricarsi dell’elogio. Si era anche pensato alla “Raccolta Mandelliana”, stampata a Venezia da Simone Occhi, cioè alla «Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filologici» (dove nel 1773 era uscito il lavoro del L. sul patriarcato di Aquileia) come alla sede migliore per accogliere l’auspicato e mai composto “elogio storico”. Alla sua morte il L. lasciava una ricca biblioteca, una raccolta di cinquecento iscrizioni friulane, molte pergamene e apografi, un patrimonio che però in pochi anni venne disperso; alcune delle ricerche rimaste manoscritte videro la luce nei decenni seguenti, talvolta come pubblicazioni per nozze. Nel 1851 ad Udine, presso il tipografo Vendrame, usciva un opuscolo intitolato: Due invasioni dei Turchi in Friuli, narrate dal conte Iacopo di Porcia, raccolte da Giovanni Giuseppe Liruti di Villafredda. Dal primo tomo della miscellanea degli Anecdota, indicata però come «Collezione di opuscoli friulani inediti», nel 1857 il dottor Giandomenico Ciconi, Nelle fauste nozze Comelli-Colussi, faceva stampare il racconto di Nicolò Monticoli relativo al sacco di Udine del 1511 e la prefazione che il L. vi aveva premesso. Nel 1873 alcuni amici, diedero alle stampe per le nozze Biasutti-Modena una Lettera inedita del L., indirizzata a Carlo Fabrizi e relativa alle antiche forme di giudizio nel Friuli, dove valeva il parere degli astanti alla causa (Udine, Zavagna). Nel 1897, per l’ingresso del nuovo arcivescovo Pietro Zamburlini, il Seminario di Udine faceva pubblicare la Descrizione della Patria del Friuli fatta nel secolo XVI dal conte Girolamo di Porcia (esattamente: Descrizione […] con l’utile che cava il serenissimo prencipe e con le spese che fa, datata al 1567), che è preceduta da un «Prolegomenon» del L. di inquadramento e valutazione del testo. L’opera originale era dedicata al nunzio a Venezia Giovanni Antonio Facchinetti (il futuro Innocenzo IX), che aveva sollecitato il Porcia a riunire quelle informazioni. Varie lettere del L., anche di carattere privato, vennero poi pubblicate sulla rivista «Pagine Friulane» a partire dal 1893, a cura di Antonio Fiammazzo e di Giuseppe Biasutti. La biblioteca raccolta nel corso degli anni a Villafredda ci viene descritta, qualche decennio dopo la sua morte, dal grande Emmanuele Antonio Cicogna, il quale presentando al neoeletto arcivescovo di Udine Giuseppe Trevisanato la realtà della città friulana degli anni 1811-12, quando lo storico vi risiedeva, scrive che: «la Libreria di Casa Liruti» conserva alcuni preziosi incunaboli (ne cita tre); e poi aggiunge: «Vidi assai manoscritti e anche opere originali inedite del chiarissimo Giangiuseppe Lirutti [sic] autore delle Notizie dei Letterati del Friuli, e in fine una bella collezione di opuscoli friulani. Da questi autografi, il mio amico Pietro Oliva del Turco, unito ad altri friulani letterati e signori, faceva imprimere il volume quarto dell’opera del Lirutti suddetta […]. Fu poscia dispersa questa ricca suppellettile, e il professore Pirona possiede alcuni dei manoscritti autografi di Giangiuseppe; ed io il pregevolissimo codice latino de’ Viaggi di Marco Polo, del quale diede notizia il chiar. Vicenzo Lazari a p. 448 de’ Viaggi di Marco Polo, Venezia Naratovich, 1847, 8o, fig.». Della biblioteca del L. oggi ci rimane solo un accurato catalogo steso di suo pugno, che pare databile alla metà del Settecento, ma con qualche aggiunta, l’ultima del 1777; con i suoi circa ottocento titoli ci dà l’idea dei vari e vasti interessi del proprietario; naturalmente non mancano opere di diritto, legate sia ai suoi studi universitari, sia alla documentazione sui testi giuridici fondamentali della Patria del Friuli, come le Constitutioni che dal Medioevo governavano la vita del patriarcato, sia alla raccolta delle pubblicazioni di alcuni illustri giuristi friulani. Ma il grosso della sua collezione è composto da libri sulla storia civile e religiosa del Friuli, sulle antichità di Aquileia e delle altre località della Patria; sono naturalmente presenti quasi tutti i libri dei principali intellettuali e scrittori friulani; possedeva anche manoscritti e testi rari, alcuni dei quali curò per l’edizione a stampa. Il L., abbastanza curiosamente, nella sua Autobiografia si presenta come valente numismatico, epigrafista e comunque studioso dell’Antichità e del Medioevo, accennando appena alle sue ricerche biografiche sugli intellettuali friulani dall’epoca romana fino ai suoi giorni, cioè all’opera più originale e indubbiamente più duratura della sua attività scientifica. Ma, a conferma della permanente validità delle sue ricerche, basti ricordare che tutte le sue principali pubblicazioni, a partire dagli anni Settanta del secolo XX, hanno avuto una o più ristampe anastatiche. Del L. esiste un bel ritratto, oggi di proprietà dell’Accademia di Scienze, lettere ed arti di Udine, dove viene rappresentato in piedi con la penna in mano, davanti ad una fornita libreria; forse è lo stesso che il conte Gasparo di Strassoldo nella sua lettera di condoglianze per la morte dello storico, dice di avergli fatto fare «anni sono» e dove risulta «naturalissimo».

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Bibliografia

Vari manoscritti del L. in BCU, Principale; ASU; ACAU, Bartolini, Mazzi, 501-506.

E.A. CICOGNA, A Monsignore ill. e rev. Giuseppe Trevisanato arcivescovo di Udine Narrazione, Venezia, Merlo, 1853, 17; G.G. LIRUTI, Autobiografia, Udine, Seitz, 1869; BALDISSERA, Degli uomini, 37; A. FIAMMAZZO, Raccolta di lettere inedite con un’appendice dantesca. Seconda ed ultima serie, Udine, Del Bianco, 1898, 17-34; G. BALDISSERA, Cittadini illustri e benemeriti di Tarcento, Gemona, Toso, 1934, 58-79; G. MARCHETTI, La più antica dissertazione sulla storia di Giulio Carnico, «Sot la nape», 14/2 (1962), 39-40; F.L. MASCHIETTO, Biblioteca e bibliotecari di S. Giustina di Padova: 1697-1827, Padova, Antenore, 1981, 252-261; M. DE GRASSI, L’editoria illustrata veneziana del Settecento. Gli autori friulani, Udine, Del Bianco, 1984, 62-67; L. CARGNELUTTI, Note sulla famiglia Liruti, «MSF», 45 (1985), 129-141; F. TAMBURLINI, Le biblioteche dell’erudito Gian Giuseppe Liruti e dei conti Tartagna di Udine. Note sulle edizioni udinesi del Settecento, in Nel Friuli del Settecento: biblioteche, accademie e libri, a cura di U. ROZZO, II, Udine, AGF, 1996, 43-49, 55-59; G. COMELLI, Gian Giuseppe Liruti numismatico, in Tarcint, 363-370; U. ROZZO, Liruti, Gian Giuseppe, in DBI, 65 (2005), 254-256; U. ROZZO, La fortuna editoriale di Gian Giuseppe Liruti, in Gian Giuseppe Liruti (1689-1780). Atti della giornata di studio (Villafredda, 19 settembre 2008), Comune di Nimis, 2010, 33-53.

 

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