FLORIO FRANCESCO

FLORIO FRANCESCO (1705 - 1792)

ecclesiastico, giurista, letterato

Immagine del soggetto

Ritratto di Francesco Florio, incisione (Udine, Civici musei).

Nacque a Udine l’8 gennaio 1705 dal conte Sebastiano e dalla contessa Lavinia Antonini. La sua prima erudizione in belle lettere e filosofia fu affidata ai padri barnabiti; successivamente compì studi teologici presso il locale seminario dove, appena diciottenne, si fece apprezzare dal patriarca Dionisio Dolfin per una disputa filosofica. Studiò lettere greche presso l’Università di Padova e nel 1730 ricevette la laurea in “utroque iure” che gli sarebbe stata utile per assolvere agli importanti incarichi di natura giurisdizionale affidatigli dagli ultimi patriarchi. Appena laureato, il F., ordinato sacerdote nel 1727, fu nominato canonico teologo della Chiesa di Aquileia e, nel 1731, Dionisio Dolfin gli affidò la direzione della neonata Accademia di Scienze, incarico per il quale dimostrò indubbie capacità se il patriarca Daniele Dolfin, alcuni anni più tardi, lo nominò direttore della rinata Accademia Ecclesiastica (1747). Nel 1732 si trovava ancora una volta nella città del santo per ricevere la laurea in teologia. Lo studio dei padri della Chiesa e delle sacre scritture suscitò sempre in lui grande interesse, come pure la traduzione ed emendazione di autori religiosi greci e latini. Nonostante queste letture occupassero gran parte del suo tempo, egli non mancava di coltivare la lettura di Omero, Virgilio, Orazio, Dante e Petrarca, dei quali, insieme al fratello Daniele, acquistò varie edizioni. Nel 1748 si recò a Roma insieme con il canonico Antonio di Montegnacco per risolvere, dinanzi a papa Benedetto XIV, una controversia riguardante l’ammissione del patriziato udinese all’ordine gerosolimitano. ... leggi Nel soggiorno romano ebbe l’opportunità di stringere amicizia con importanti personaggi quali i futuri cardinali Garampi e Orsi e l’abate Ballerini, consultore canonista presso l’ambasciatore veneto Foscari, con il compito di seguire le sorti del patriarcato di Aquileia di cui, in quel periodo, si stava decidendo la soppressione. Il F. vi si oppose strenuamente ma inutilmente, visto che nel 1752 venivano istituiti, in luogo di questo, i due arcivescovadi di Gorizia e Udine del quale ultimo, nello stesso anno, fu nominato primicerio. Nella città eterna pubblicò la sua opera maggiore, il Bacchiarii monachi opuscola de fide, et de reparatione lapsi ad codices Bibliothecae Ambrosianae […] che gli valse i complimenti del Muratori, il quale per primo si era occupato di Bachiario, scrittore religioso spagnolo del V secolo, e l’elogio di papa Benedetto XIV per un’opera che rendeva giustizia all’antico autore del quale, fino ad allora, era incerta perfino l’origine. La grande passione suscitata in lui dall’antico patriarcato e dalla sua storia l’aveva portato, alcuni anni prima, a collaborare con Giandomenico Bertoli e con Bernardo M. de Rubeis nella realizzazione dei loro lavori più importanti, le Antichità di Aquileia (1739) e i Monumenti della Chiesa Aquileiese (1740), tanto che «[…] l’uno da lui avea le carte più interessanti all’uopo, e l’altro i lumi e le spiegazioni più acconcie in argomento principalmente di antichità cristiane» (P. Braida), ma la sua stessa attività di scrittore, almeno in parte, si orientò verso lo studio delle vicende e dei personaggi della sua diocesi. L’opera storica più rilevante è certamente la Vita del beato Bertrando patriarca d’Aquileia scritta anche per ottenere la rinnovazione del culto del prelato francese strenuo difensore dei diritti della Chiesa aquileiese. Contrario alla politica giurisdizionalista inaugurata da Venezia negli anni Cinquanta del Settecento, espresse il suo disappunto nello scritto: Le mani morte ossia lettera all’autore del Ragionamento intorno ai beni posseduti dalle chiese che era la risposta al teorico del giurisdizionalismo Antonio di Montegnacco nel cui Ragionamento intorno ai beni temporali posseduti dalle chiese […] (1766) contestava l’enormità dei beni in mano agli ecclesiastici e la loro inalienabilità, sostenendo, invece, la possibilità da parte dello Stato di confiscarli senza il permesso della Santa Sede. Nel 1766 fu nominato vicario generale dell’arcidiocesi udinese e, nello stesso anno, papa Clemente XIII lo insignì della carica di vescovo di Adria e Rovigo che il F. ricusò adducendo pretestuosi motivi di salute e di età che, molto probabilmente, celavano le reali motivazioni da ricercarsi proprio nella politica giurisdizionalista della Serenissima che lo avrebbe paradossalmente costretto ad asservirsi ad essa. Rimase quindi nell’amata città natale con la carica di preposito oltre a quella di vicario generale che mantenne fino all’ultimo dei suoi giorni, continuando a svolgere i suoi compiti con grande dedizione, meritandosi gli elogi dei contemporanei. Morì a Udine il 16 marzo 1792. Per tutto l’arco della sua esistenza non smise mai di scrivere: a lui si devono alcune biografie elogiative (tra esse vanno ricordate quelle di Francesco Beretta, Francesco Trento, del padre Sebastiano e del fratello Daniele) e dissertazioni, quasi tutte incentrate sulla difesa dei diritti della Santa Sede. Nonostante gli incarichi in seno alla Chiesa friulana e i suoi studi occupassero molta parte del suo tempo, il F., iscritto con lo pseudonimo di Poliandro Ecalio all’arcadica «Colonia Giulia», poté dedicarsi, con discreti risultati, anche alla poesia meritandosi, per la sua Canzone sacra il positivo giudizio di Apostolo Zeno. Fu iscritto anche all’Accademia “La Colombaria” di Firenze con il nome di Dotato. Fitta la rete dei suoi corrispondenti tra i quali spiccano, oltre ai già citati Bertoli e de Rubeis, il noto economista udinese Antonio Zanon e l’abate Domenico Ongaro, prefetto agli studi del seminario udinese, con il quale c’era un continuo scambio di notizie editoriali e letterarie: il F. ricorreva spesso a lui per ottenere informazioni e volumi utili ai suoi studi o a quelli dei suoi amici. I suoi svariati interessi, dalla storia, sacra e profana, alla letteratura classica, dalla filosofia all’archeologia si riflettono sulla composizione della splendida biblioteca, realizzata assieme al fratello Daniele nella seconda metà del Settecento, che può essere considerata la più importante collezione libraria privata friulana con i suoi oltre 11.000 volumi di tutti i secoli della stampa.

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Bibliografia

Numerosi manoscritti di Francesco Florio e lettere a lui indirizzate sono conservati presso l’ASU, la BCU, la BAU e presso la Biblioteca Florio di Persereano (Udine).

G. FAGIOLI VERCELLONE, Florio, Francesco, in DBI, 48 (1997) 366-369; P. BRAIDA, Orazione in morte di Monsignor Francesco Florio, Bassano, s.n., 1792; A. FABRONI, Francisci et Danielis Floriorum fratrum vitae, Firenze, Cambiagi, 1795; Lettere inedite d’illustri friulani del secolo XVIII […], Udine, Mattiuzzi, 1826, 96-146; R. NOGARO, Francesco Florio nell’ambiente friulano del Settecento, Udine, Del Bianco, 1966 (contiene la bibliografia delle opere edite e inedite del F.); L. CARGNELUTTI, La Biblioteca di Daniele Florio in Udine, in Nel Friuli del Settecento: biblioteche, accademie e libri, a cura di U. ROZZO, II, Udine, AGF, 1996, 9-21.

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