CONCINA (DE) DANIELE

CONCINA (DE) DANIELE (1687 - 1756)

domenicano, predicatore, polemista

Immagine del soggetto

Frontespizio della Vita del padre Daniello Concina che serve di compimento alle celebri Lettere teologicomorali di Eusebio Eraniste, Brescia 1768.

La fonte delle notizie su D. C. e la sua famiglia resta ancora oggi un’opera in latino: De Danielis Concinae vita et scriptis commentarius, scritta dal domenicano Vincenzo Fassini, pubblicata in Brescia nel 1767 sotto lo pseudonimo di Dionigi Sandelli e tradotta in italiano l’anno successivo da Giammaria Rizzardi. Il C. nacque a Clauzetto, un paesino a ridosso delle Prealpi Carniche in provincia di Udine, il 10 ottobre 1687, da Pietro da Clauzetto e Pasqua Cecconi da Vito d’Asio, una famiglia lungimirante che doveva disporre di buone risorse economiche se, in quei tempi, poté dare ai propri figli una formazione scolastica superiore. Sforzo ampiamente ripagato se si pensa che, oltre al primogenito D., che fu in Italia tra i teologi più dotti del suo tempo, raggiunsero posizioni sociali importanti anche i fratelli Pietro dottore in utroque e Leonardo – Niccolò da frate domenicano – che fu professore di metafisica all’Università di Padova, mentre l’ultimogenito, Giacomo, ebbe il merito di accrescere il patrimonio familiare acquistando il feudo del castello di San Daniele del Friuli, che era stato dei conti di Varmo, da allora fino ad oggi dimora principale della famiglia. Sappiamo che D. compì i suoi primi studi a San Daniele, dove esisteva, fin dal secolo XIV una rinomata scuola di grammatica e retorica. La biografia gli attribuisce due maestri: Giovanni Battista Mozzi, che risulta fra i rettori della scuola di San Daniele dal 1698 al 1720 e Giovanni Ellero da Invillino, in Carnia, dal quale apprese il latino. Nel 1704 proseguì gli studi superiori nel collegio dei gesuiti di Gorizia, come tanti altri giovani friulani in quel periodo, sotto la guida di maestri come i padri Ravina, Smelzer e Somavilla, non senza qualche difficoltà, forse più che per profitto per motivi di carattere dottrinale. ... leggi Nel 1707, infatti, egli lasciò collegio e ordine per farsi frate domenicano nel convento dei SS. Martino e Rosa di Conegliano e passare poi nel 1711 nel collegio del Rosario di Venezia, dove poté perfezionarsi negli studi di filosofia e teologia sotto lo guida, tra gli altri, del padre Domenico Andreuzzi, anch’egli originario di San Daniele. Dopo il diploma (1716), passò nel 1717 a Cividale, come professore di filosofia nel convento dei domenicani, dove rimase per tre anni, alternando l’attività scolastica con quella di predicatore. In quel periodo diede le sue prime prove di oratore, prima a Cordovado e poi a Pordenone, ma ben presto vennero anche richieste da Lucca, Genova, Napoli, Firenze e Roma, dove strinse un legame di solida amicizia con il cardinale Passionei che lo avrebbe sostenuto spesso nelle sue controversie presso la curia romana. Era il Settecento il secolo delle polemiche letterarie e antiquarie, spesso anche molto accese, se non addirittura feroci sulla scia dei “bella diplomatica”, che videro contrapposte figure come Jean Mabillon e Van Papenbroek. Il motivo del contendere era, in questo caso, la morale religiosa, dove la corrente rigorista dei domenicani si scontrava con quella probabilista e lassista dei gesuiti. Il C. si batteva per la restaurazione della povertà evangelica nella vita conventuale contro il lusso che, a suo parere, vi si era insinuato, soprattutto nella Compagnia di Gesù: un argomento ricorrente nella storia della Chiesa. Solo che, a quanto pare, il C. lo faceva con una forza polemica esagerata, «col garbo classico dell’elefante entrato nel magazzino di porcellane», tanto che persino papa Benedetto XIV, pur suo sostenitore, fu sul punto di vietare la stampa delle troppo intransigenti osservazioni del frate a seguito dell’enciclica sul digiuno, nella convinzione che mai un commento può andare oltre a quello che il testo stesso commentato afferma. Sul tema della povertà religiosa si segnala un primo opuscolo del C. intitolato: Commentarius historico-apologeticus in duas dissertationes tributus […] (Venezia, Occhi, 1736), in cui l’autore confuta un precedente libretto sullo stesso argomento del padre Raffaele da Pornasio. Le osservazioni dell’autore risultarono talmente radicali da suscitare reazioni persino tra i confratelli. Altrettanto accadde alcuni anni dopo, quando, nel 1743, venne pubblicato il suo trattato Della storia del probabilismo, dopo che per più di un anno l’opera era stata trattenuta sotto il vaglio dei superiori dell’Ordine. I probabilisti sostenevano che per compiere un’azione moralmente corretta non sarebbe necessaria l’assoluta certezza della sua liceità, ma basterebbe l’ipotesi probabile, vale a dire quella sostenuta da almeno un teologo. Contro i probabilisti si pone il C. che, richiamandosi a Tommaso d’Aquino, sosteneva la liceità di un’azione solo come adesione alla legge. L’opera ebbe uno strascico interminabile di polemiche, comprese azioni legali presso il Santo Uffizio e le più velenose accuse. Fatica sprecata visto che il probabilismo è attualmente un sistema morale comunemente accettato dalla Chiesa. Ma non solo in questo genere di importanti discussioni si inseriva l’indomito e battagliero frate: altri scritti trattano per esempio dell’opportunità per gli ecclesiastici di partecipare alle mascherate o di consumare la cioccolata in tempo di Quaresima. Nel 1744 apparvero le Epistolae theologico-morales (Venezia, Occhi) in risposta ad alcune perplessità espresse dall’arcivescovo di Brescia Angelo Maria Querini circa una pubblicazione del gesuita veneziano Bernardino Benzi. Anche in questo caso ci fu una lunga serie di polemiche, per non dire risse tra il C. e i gesuiti. Per rendere l’idea di quanto alcune tesi del domenicano fossero anacronistiche basterà citare la polemica sul rapporto prestito-usura, da quando nel 1743 era apparso il libro di Nicolas Broedersen De usuris lecitis et illecitis, dove la richiesta, fatta a persone facoltose, di un modico interesse su un prestito in denaro era considerata lecita. Questa interpretazione, sostenuta in Italia anche da Scipione Maffei, fu vagliata da una commissione nominata dal papa di cui faceva parte anche il C. Si concludeva con un’enciclica papale, nella quale ogni interesse per un prestito doveva essere considerato come usura, tranne qualche caso particolare. Il C. ebbe l’ardire di andare oltre le stesse decisioni del papa non ammettendo alcuna deroga nemmeno se dettata da situazioni particolari. Migliore e più duratura fortuna ebbe l’opera più ampia e impegnativa da lui scritta: la Theologia christiana dogmatico-moralis, stampata in Venezia tra il 1749 e il 1751, in dodici volumi, che, ristampata successivamente in cinque e poi in due volumi, servì da manuale in alcuni istituti ecclesiastici. Egli fu stimato dai più grandi personaggi del Settecento: a Lodovico Antonio Muratori indirizzò una settantina di lettere, anche se non ne ricevette certo altrettante. Tuttavia ben poco resta della sua continua e incessante attività, ben poco si salva dei suoi tanti e ampi trattati. Di lui scrisse bene il conterraneo Pietro Nonis, riportando il giudizio di un altro biografo: «Sarà perché vengo anch’io da gente friulana, sarà per l’aderenza che, leggendolo, ho riscontrato fra alcuni dei miei e dei suoi aspetti personali, strutturali e funzionali: devo ammettere che l’uomo Concina sa farsi ascoltare […] In ogni sua pagina egli rivela un entusiasmo così fresco e sincero, da rendere ancor oggi non pesante la lettura delle sue estesissime opere. Egli è mosso da un fervido, sincero desiderio di veder rifiorire un cristianesimo che nella profondità della fede e nella purezza dei costumi ricordi i secoli d’oro; e pertanto è contrario ad ogni transazione, ad ogni accomodamento, alla menzogna di coprire con un intonaco di religiosità il distacco da Dio, ed ha in odio il tipo di “devoto” qual è concepito da troppi tra gli uomini di Chiesa». Consumato da una vita intensa durante la quale aveva sempre combattuto, senza risparmio di energie, per la sua intransigente concezione morale, il C., già da tempo affetto da artrite, dopo essersi stabilito a Venezia non migliorò certo la sua salute: colpito da un male ai polmoni, si spense nel convento delle Zattere il 17 febbraio 1756.

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Bibliografia

Sul carteggio fra il Muratori e il Concina si veda la t.l. di M. SCHIESARO, Università degli studi di Padova, Facoltà di Magistero, a.a. 1968-1969.

D. SANDELLI (i.e. V. FASSINI), Dionysii Sandelli Patavini De Danielis Concinae vita et scriptis commentarius, Brescia, Rizzardi, 1767; Vita del padre D. C. dell’ordine de’ Predicatori, che serve di compimento alle celebri Lettere teologicomorali di Eusebio Eraniste, Brescia, Rizzardi, 1767; LIRUTI, Notizie delle vite, IV, 369-380; G. DE CONCINA, Cenni storici sulla nobilissima famiglia degli signori conti de Concina di San Daniello nel Friuli, Roma, Bourlié, [1833]; A.C. JEMOLO, Il giansenismo in Italia prima della rivoluzione, Bari, Laterza, 1928, passim; MARCHETTI, Friuli, 473-477; P.G. NONIS La morale religiosa di Daniele Concina, «MSF», 55 (1975), 195-266; M.E. PALUMBO, Per la storia del riformismo religioso e culturale del ’700 italiano. Daniele Concina: rapporti e influenze di autori friulani nell’opera di Ludovico Antonio Muratori, «MSF», 66 (1986), 231-236; P. PRETO, Concina, Daniele, in DBI, 27 (1996), 716-722; DBF, 222; G. PILLININI, Cultura e impegno religioso in alcuni esponenti del clero originari della pieve d’Asio, in Âs, int e cjere. Il territorio dell’antica pieve d’Asio, a cura di M. MICHELUTTI, Udine, SFF, 1992, 441-448; G. FLOREANO, Scuole pubbliche a San Daniele, in L’antica scuola pubblica di San Daniele e altri studi, Udine, Comune di San Daniele del Friuli, 2002 (Quaderni guarneriani, n.s., 2), 11-48.

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