ASTEO GIROLAMO DA PORDENONE

ASTEO GIROLAMO DA PORDENONE (1560 - 1626)

minore conventuale, vescovo, inquisitore

Immagine del soggetto

Stemma della famiglia Asteo inciso sul piede di un calice nel 1609.

Nacque a Pordenone nel 1560 da Giovanni Battista, mercante di stoffe, e da Tarsia; aveva due sorelle, Marcia ed Elena, e un fratello, Tiberio, che, divenuto prete, gli funse da notaio e commissario a Pordenone durante il suo mandato inquisitoriale; nei documenti conservati a Udine compare anche Ottavio A., probabilmente un altro fratello che forse continuò l’attività paterna. La sua era una famiglia benestante che possedeva dei terreni a Pordenone sotto il borgo della Colonna. All’età di quindici anni entrò nell’ordine francescano dei minori conventuali e il 2 luglio 1581 pronunciò i voti a Pordenone. Si laureò in teologia, filosofia e diritto a Padova. Quindi fu trasferito a Belluno, poi a Serravalle. Venne mandato successivamente in qualità di maestro di studio a Venezia dove rimase per quasi tre anni, quindi alcuni mesi a Piove di Sacco ed infine dall’ottobre 1584 al giugno 1585 a Siena, sempre come maestro di studio. Durante quest’ultimo breve periodo subì un processo per sospetta eresia: fu detenuto nel carcere del convento e interrogato più volte, non fu riconosciuto colpevole, ma gli furono imposte delle penitenze salutari. Per i sei anni successivi non si hanno notizie precise salvo una denuncia da lui inoltrata al Sant’Ufficio di Pordenone risalente all’agosto 1589 dalla quale si deduce la sua presenza nella città natale. Nel 1591 gli fu conferita la carica di vicario del Sant’Ufficio da fra Giovanni Battista Angelucci da Perugia, inquisitore per le diocesi di Aquileia e di Concordia dal 1587 al 1598. Il primo procedimento nel quale fu citato con tale titolo risale al 21 settembre 1591: si tratta di un processo informativo svoltosi a Pordenone contro Claudio Rorai per cibi e libri proibiti. ... leggi Grazie alla mediazione del cardinale Francesco Mantica, la cui famiglia intratteneva buoni rapporti con quella di A., il 4 marzo 1598, dopo la morte di fra Angelucci, la Congregazione del Sant’Ufficio lo nominò inquisitore per le sedi di Aquileia e Concordia, incarico che mantenne sino al novembre 1608. Durante i primi anni di inquisitorato, dal 17 ottobre 1599 al 6 novembre 1602, ricoprì anche la carica di ministro provinciale di S. Antonio. In Friuli fu l’inquisitore che aprì il maggior numero di procedimenti: negli undici anni del suo servizio gli imputati furono oltre seicento e gli atti relativi sono conservati in 388 fascicoli che rappresentano circa un quinto di tutta l’attività svolta dal Sant’Ufficio friulano in 250 anni. Il caso più noto da lui giudicato, insieme con il vescovo di Concordia, fu quello contro Domenico Scandella, detto Menocchio. Il processo si concluse con la condanna a morte dell’imputato e la sentenza fu eseguita sulla piazza principale di Portogruaro dal provveditore veneziano nell’agosto del 1599. Fu questo l’ultimo rogo acceso dall’Inquisizione in Friuli. L’attività dell’A. fu caratterizzata sia dalla sua autonomia decisionale (la sentenza emessa contro Domenico Scandella senza consultare i cardinali romani ne è un chiaro esempio) sia dalla sua mobilità sul territorio (divideva il suo tempo risiedendo parte dell’anno a Udine e parte a Pordenone, senza trascurare i centri minori). E proprio per affermare la presenza del Sant’Ufficio costituì, per primo in Friuli, una rete di commissari subdelegati distribuiti sul territorio che, per la dislocazione e per le competenze loro affidate, possono essere considerati la prima genesi dei futuri vicari foranei dell’Inquisizione. La sua carriera di giudice di fede terminò di fatto nell’aprile del 1608 a causa di una contestazione da parte della Serenissima riguardo al suo comportamento durante il processo contro il segretario del provveditore generale veneziano nella fortezza di Palmanova. Fra G. si vide costretto a una rocambolesca fuga a cavallo dai territori della Repubblica di Venezia. Si rifugiò a Roma dove da maggio a novembre ricoprì l’incarico di consultore del Sant’Ufficio presso la Congregazione. Il dissidio fu così rilevante che venne trattato direttamente dalla Congregazione e alla fine Venezia ottenne il suo scopo, l’allontanamento dell’A. dal Friuli. Per ricompensarlo il 17 novembre 1608 il papa lo nominò vescovo di Veroli, diocesi ora in provincia di Frosinone. Il presule raggiunse la sede assegnatali all’inizio del 1609 e vi risiedé fino alla morte sopraggiunta il 13 agosto 1626. Durante gli anni trascorsi a Veroli non solo pose la prima pietra per la costruzione del convento francescano di S. Bartolomeo e S. Agostino a Ripi (1610), ma soprattutto realizzò le riforme volute dal concilio di Trento che prima non erano state applicate: si occupò dell’avvio del seminario, indisse un sinodo diocesano nel 1611 e, pur con un titolo diverso, continuò a fare l’inquisitore, come emerge dalla corrispondenza che intrattenne con la Congregazione del Sant’Ufficio. Della sua produzione di canonista ci restano numerosi manoscritti e due opere a stampa: De iurisprudentiae methodis ad Paulum V (Brescia, 1614) e Commentarii in l. diffamari c. de ingen. et manum (Padova, 1617).

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Bibliografia

Ms ACAU, Santo Officio; mss Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede.

C. GINZBURG, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500, Torino, Einaudi, 1976; G.G. SBARALEA, Supplementum et castigatio ad scriptores trium ordinum S. Francisci. A Waddingo, aliisue descriptos; cum annotationibus ad syllabum martyrum eorumdem ordinum, Roma, Nardecchia, 1980; Domenico Scandella detto Menocchio. I processi dell’Inquisizione, 1583-1599, a cura di A. DEL COL, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1997; A. DEL COL, L’Inquisizione in Italia dal XII al XXI secolo, Milano, Mondadori, 2006; G. ANCONA, Autonomia giudiziaria e dipendenza amministrativa del Sant’Ufficio di Aquileia e Concordia all’epoca di fra Girolamo Asteo (1598-1608), «Metodi e ricerche», n.s., 25/1 (2006), 11-46.

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