SCANDELLA DOMENICO DETTO MENOCCHIO

SCANDELLA DOMENICO DETTO MENOCCHIO (1522 - 1599)

mugnaio

Immagine del soggetto

Parte conclusiva della sentenza capitale contro Domenico Scandella (Udine, Archivio curia arcivescovile, S. Officio, 14, fasc. 285).

Nacque a Montereale Valcellina nel 1532 circa e vi passò quasi tutta la vita, eccetto due anni di bando trascorsi ad Arba e in Carnia nel 1564-65. Era sposato ed ebbe undici figli, quattro dei quali morirono presto; faceva il mugnaio ed esercitava vari altri mestieri, ma soprattutto insegnava a leggere e a fare di conto. Era una persona fuori dell’ordinario e aveva una grande passione per i libri. Fu anche amministratore dei beni della chiesa parrocchiale e nel 1581 podestà del comune. Frequentava regolarmente la chiesa da buon cristiano, parlava con tutti in ogni occasione e tutti sapevano quali fossero le sue idee. Discuteva anche con il pievano, un prete che si sforzava di seguire il rinnovamento portato dal concilio di Trento. Lo S. non solo criticava la Chiesa e i preti, ma non credeva nella divinità di Cristo né nella verginità di Maria. Bestemmiava molto e insegnava che per salvarsi bastava essere onesti e amare il prossimo, senza bisogno di sacramenti o preghiere, e sosteneva che ognuno poteva salvarsi nella propria religione, che fosse cristiano, turco o ebreo. Le sue critiche alle credenze tradizionali trovavano fondamento in una cultura religiosa a suo modo coerente. M. aveva un’idea originale della cosmogonia, collegata al problema della salvezza. Secondo lui all’inizio c’era il caos e Dio era coeterno con il caos. Da questo caos si svilupparono gli spiriti, come i vermi nascono dal formaggio e il più importante fu lo Spirito Santo, che attraverso gli angeli ordinò la materia e l’uomo. Gli uomini furono creati dallo Spirito Santo perché potessero riempire i posti lasciati vuoti in cielo dagli angeli caduti al seguito di Lucifero. Attorno a questo nucleo ruotavano le idee di M., alcune delle quali si richiamavano vagamente alle concezioni della Riforma, dell’antitrinitarismo e dell’anabattismo, che circolavano da molti anni in Italia e anche in Friuli, ma di cui egli non si mostrò molto consapevole al processo. ... leggi Altre disse di aver trovato nei libri, una decina, tutti in volgare – per la maggior parte testi medievali – compresa la Bibbia. Ma erano libri del tutto ortodossi, che egli lesse selettivamente trovandovi conferma alle proprie idee. Una parte di queste, in particolare quelle riguardanti la natura dell’uomo, il suo spiritoangelo, la concezione della salvezza, la morale e la mancata resurrezione dei corpi al giudizio universale, mostrano una notevole parentela con alcune dottrine catare, diffuse nel tardo medioevo anche in Friuli. Lo S. non era in ogni caso un cataro perché non accettava il dualismo tra materia (il Male) e spirito (il Bene). Il suo nome comparve in una denuncia anonima, presentata al Sant’Ufficio di Aquileia e Concordia tra 1580 e 1583, contro alcuni di Fanna. Egli venne denunciato dal pievano al vicario generale di Concordia nel settembre del 1583. Fu arrestato e interrogato quattro volte tra febbraio e maggio del 1584, confessò ampiamente le proprie credenze eretiche e accettò di abiurare. Alla fine di maggio fu condannato al carcere e ad altre pene minori, nonostante la gravità di alcune eresie che comportavano la morte al primo processo. I parenti dello S. e i compaesani si rivoltarono allora contro il pievano: lo denunciarono all’Inquisizione come eretico e protettore di eretici, cercarono perfino di ammazzarlo durante una festa popolare il 24 giugno e riuscirono alla fine ad allontanarlo definitivamente dalla parrocchia, facendolo processare, nell’autunno, dal visitatore apostolico Cesare de Nores. Due anni più tardi lo S. ottenne la sostituzione del carcere con il domicilio coatto a Montereale. Riprese il lavoro al mulino, continuò a suonare nelle sagre, un anno fu perfino eletto amministratore della fabbriceria. Non riusciva tuttavia a tacere le sue idee. Fu di nuovo denunciato all’inquisitore di Aquileia e Concordia il 7 marzo 1596, ma solo il nuovo inquisitore fra Girolamo Asteo aprì il secondo processo nell’ottobre del 1598. M. fu nuovamente arrestato il 21 giugno 1599. Interrogato due volte, confessò, ma non volle rivelare i nomi dei complici nemmeno sotto tortura. Venne condannato a morte come recidivo l’8 agosto dal vescovo di Concordia e dall’inquisitore e la sentenza fu eseguita pochi giorni dopo a Portogruaro dal provveditore veneziano con l’uccisione e poi il rogo. La Congregazione del Sant’Ufficio, intervenuta all’inizio del processo, non decise né approvò la condanna capitale, ma venne solo informata dell’avvenuta esecuzione. A Montereale sono intestati a lui il Centro civico e il Circolo culturale, uno dei più importanti del Friuli.

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Bibliografia

DBF, 728; Mille protagonisti, 443-445; C. GINZBURG, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500, Torino, Einaudi, 1976; Domenico Scandella detto Menocchio. I processi dell’Inquisizione (1583-1599), a cura di A. DEL COL, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1990; Uno storico, un mugnaio, un libro. Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, 1976-2002, a cura di A. COLONNELLO - A. DEL COL, Trieste, Edizioni Università di Trieste, 2003.

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