BIASUTTI RENATO

BIASUTTI RENATO (1878 - 1965)

geografo, docente

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Il geografo Renato Biasutti.

Nato a San Daniele del Friuli il 22 marzo 1878 da Luigi e Teresa Savio, conseguì la licenza liceale a Udine nel 1897. Scelse per gli studi universitari l’Istituto di studi superiore di Firenze iscrivendosi alla sezione di filologia e filosofia. Con Cesare Battisti e Leonardo Ricci, irredenti trentini, frequentò i corsi di Giovanni Marinelli, che li introdusse alla geografia e al pensiero di Ratzel. Nel 1898 B. si iscrisse al III congresso geografico italiano di Firenze. Nel 1899, insieme con Battisti, fondò e diresse «La cultura geografica», rivista carica di entusiasmi marinelliani e ratzeliani, che, per dieci numeri, tentò di ripetere il successo della ghisleriana «Geografia per tutti». Nello stesso anno pubblicò sulla «Rivista geografica italiana» due articoli su ghiacciai e ricerche artiche, avviando una collaborazione che durò più di sessanta anni. Alla morte di Giovanni Marinelli (1900) B. si avvicinò a Carlo Puini e Paolo Mantegazza: etnologia e antropologia diventarono corollari della sua antropogeografia. Nel 1907, senza avere conseguito la laurea, ottenne la libera docenza in geografia, nel 1913 ricoprì la cattedra di geografia dell’Università di Napoli di cui divenne titolare nel 1917, dopo aver partecipato al primo conflitto mondiale come sottotenente. L’incontro con l’antropologo Vincenzo Giuffrida Ruggieri consolidò la scelta di una geografia etnoantropologica. Al IX congresso geografico italiano di Genova, nel 1924, propose un’inchiesta sui tipi di abitazione rurale in Italia e su questa linea nel 1926, ragionando sul modello che Albert Demangeon aveva tratteggiato per la Francia nel 1920, suggerì dalle pagine della «Rivista geografica italiana» un questionario che non ebbe seguito pratico, ma che servì per definire i problemi che la ricerca avrebbe dovuto affrontare. ... leggi Alla morte di Olinto Marinelli (1926), che aveva preso il posto del padre nella cattedra universitaria, B. fu chiamato a Firenze come degno successore dei geografi friulani nella più prestigiosa delle università italiane. Trasformato il Gabinetto di geografia in Istituto, egli avviò un ampio e complesso programma di studi sulla casa rurale. La geografia delle sedi non prese però il posto della antropogeografia etnologica, come appare evidente a chi considera le voci da lui curate per l’Enciclopedia Italiana: Abitazione (1929), Capanna (1930), Nomadismo (1934), Palafitte (1935), Pastorizia (1935), Tenda (1937). La casa rurale in Toscana (1938) inaugurò la collana, continuata con Bruno Nice (La casa rurale nella Venezia Giulia, 1940), con Luchino Franciosa (La casa rurale nella Lucania, 1942) e con Emilio Scarin (La casa rurale nel Friuli, 1943). Tra i collaboratori del volume-guida si distinse Giuseppe Gentilli, compaesano di B. e suo assistente fino al 1935, cioè fino al momento in cui, per essersi rifiutato di partecipare alla aggressione coloniale dell’Etiopia, fu cacciato dall’Università (Gentilli, 2001). B., che nell’occasione aveva cercato di difenderlo, continuò comunque ad avvalersi della sua opera anche oltre il 1938, vale a dire dopo la promulgazione delle leggi razziali. Il sostegno al Manifesto della razza, attribuito a B. dalla macchina propagandistica del regime, sul piano scientifico trovò inequivocabile smentita nei tre volumi Le razze e i popoli della terra (1941). Gentilli, costretto all’esilio in Australia, nel ricordare i «difficilissimi anni della guerra» sottolineò come il suo maestro «riuscì a mantenersi fedele ai suoi principi e a non prostituire gli insegnamenti razziali» (Gentilli, 1968). Ricordò anche le calunnie e i sospetti che gravarono su B. per aver accettato la presidenza della Facoltà nel 1944. I giudizi dell’allievo possono essere rivisti e discussi, ma una “coscienza razziale” non avrebbe potuto fondarsi sui testi di B. Più difficile negare cedimenti alle pressioni che la dittatura esercitò nei confronti del vicepresidente della Società italiana di antropologia, etnologia e psicologia. Anche le concessioni alla geopolitica, come propaganda delle avventure fasciste, non intaccarono la sua dottrina e furono scontate con il carcere e il pericolo di vita in cui incorse quando nello stesso 1944 fu arrestato insieme con altri colleghi come mandante morale del delitto Gentile (Francovich, 2007). Nel dopoguerra B. pubblicò Il paesaggio terrestre (1947), capolavoro assoluto, dove la classificazione di climi, suoli, vegetazione si confrontava con l’uomo dell’ecologia. Non si tratta neppure questa volta di una ricerca chiusa in se stessa, ma di un momento della riscrittura di Le razze e i popoli della terra cui B., ben oltre il pensionamento (1948), dedicò fino all’ultimo le sue energie, fino alla morte avvenuta a Firenze il 3 marzo 1965. La produzione scientifica di B. si concentra e converge in tre grandi opere di sintesi: La casa rurale in Toscana (1938), Le razze e i popoli della terra (1941-1967), Il paesaggio terrestre (1947). Possono considerarsi articolazioni di un’unica ricerca impostata tra la fine del secolo XIX e la conclusione della grande guerra. All’inizio Giovanni Marinelli, primo maestro, indicò al giovane studente universitario l’antropogeografia ratzeliana come lo strumento capace di imprimere logico e coordinato sviluppo alle indagini della scuola geografica che egli stesso aveva avviato. L’episodio de «La cultura geografica» (1899) diventa in proposito emblematico. La rivista, che per dieci numeri tentò – come si è detto – di rinverdire il successo de «La Geografia per tutti» di Arcangelo Ghisleri, faceva proprie le istanze marinelliane. Nel presentare la geografia come “moderna filosofia”, come lotta per l’incivilimento, B. adottò quindi schemi ratzeliani: ambiente ed evoluzione si configurarono come componenti interne e costanti del movimento storico. Anche l’amicizia con Cesare Battisti, socio nella temeraria impresa, rifletteva uno dei caratteri della scuola. La reciproca collaborazione all’interno della scuola fiorentina, come già all’interno della Società alpina friulana, fu condizione di crescita culturale, potenziamento delle capacità individuali. I forti legami che B. stabilì con i suoi allievi, per esempio con Giuseppe Gentilli, furono intensi e profondi almeno quanto quelli che i due Marinelli avevano instaurato con lui. Gli audaci articoli pubblicati sulla «Rivista geografica italiana», nel 1902 e 1904, illustravano le grandi scoperte geografiche e il colonialismo come lotta per lo spazio e le migrazioni di popoli, incrociando concetti ratzeliani con il materialismo storico di Achille Loria. Il magistero di Giovanni Marinelli è evidente nell’avversione per le avventure africane e nel radicalismo ideologico-politico, ma, a livello più profondo, si intravvede l’accettazione di Ratzel come vero continuatore di Ritter. B. tuttavia riconobbe altri due maestri: Paolo Mantegazza, l’antropologo di cui divenne assistente privato, e Paolo Ruini che, nel breve interregno fiorentino tra i due Marinelli, riportò l’attenzione dei geografi sull’etnologia e la storia. Nel periodo di formazione l’interesse per la geografia fisica, per l’indagine sul terreno, per la cartografia storica diventano così aspetti della originale “geografia antropologica” di B. La definizione di razza fu formulata senza equivoci già in Situazione e spazio delle provincie antropologiche nel mondo antico (1906): è «gruppo naturale della storia», «neanche lontanamente sinonimo di varietà e specie umane», «continuo divenire», in sostanza mai alcunché di immutabile e fisso. Il corollario, secondo il quale l’azione dell’ambiente non è creatrice o impulsiva, ma soltanto selettiva, consente di anticipare la convergenza dei rami di ricerca sviluppati da B., di cogliere nella prima produzione la complessa dialettica tra paesaggi naturali e cicli culturali. Sotto questo profilo gli Studi sulla distribuzione dei caratteri e dei tipi antropologici (1912) proponevano già una sistemazione delle razze, fondamento dei lavori successivi, originale non solo a livello nazionale per l’attenzione al momento geografico, alla diffusione dei caratteri somatici (Gentilli, 1968). Tra le due guerre maturò La casa rurale della Toscana (1938): è il risultato di progetti formulati nei congressi nazionali italiani fin dagli anni Venti, di discussione nei congressi internazionali del Cairo (1925), di Cambrigde (1928), di Varsavia (1934). La geografia dell’abitare, costruita sull’osservazione diretta di dettagli architettonici e sulla ricostruzione per via empirica di “tipi”, avrebbe dovuto descrivere le aziende agricole attuali e insieme scoprire le scelte etniche, ripetute da edifici e territori. Il modello della collana sulle case rurali, nei fatti, si interrogava più sulle funzioni agricole che sugli aspetti etnologici, accoglieva peraltro voci di diversi collaboratori, tra cui quelle di Gentilli e Scarin, non esasperava la classificazione per elementi formali delle abitazioni che erano pensate come essenziali «tracce topografiche» del paesaggio agrario, come cellule originarie dell’insediamento (Ortolani, 1965). Queste indagini nacquero con qualche ritardo rispetto a programmi e progetti di studio d’altri Paesi europei, ma la ricchezza di informazione e la larga partecipazione dei geografi italiani rendono l’iniziativa ancora oggi attuale e insostituibile. B. inoltre accompagnò la ricerca sulle case rurali, monografia dopo monografia, accettando, pur con qualche riserva, anche impostazioni non eterodosse come – per esempio – quella di Lucio Gambi sulla casa romagnola (Micelli, 2008). L’opera maggiore, quella entro il cui orizzonte culturale la ricerca sulle case rurali è inclusa, resta sempre Le razze e i popoli della terra (1941). In tre volumi B. tentava di integrare antropologia fisica e antropologia culturale, scienza delle razze e scienza delle culture. Anche in questo caso il confronto con la scienza europea del momento, con Egon von Eicksted e George Montandon in specie, fu diretto e costante. La classificazione delle razze è il risultato di una serrata disamina della produzione nazionale (Sergi e Giuffrida) e internazionale, di un ragionamento puntuale su tutti i classici del momento. La sintesi fu lentamente preparata da decenni di studi e da puntuali verifiche di geografia antropologica. Il punto di vista di Ratzel è costantemente presente nell’ampia e articolata esposizione dei “cicli culturali”, all’origine dei quali B. pone il saggio del tedesco sugli archi africani (1891). Secondo B., la «Voelkerkunde», tradotta maldestramente in italiano con «Razze umane» (1896), si limiterebbe tuttavia agli aspetti etnologici della presenza umana sulla Terra, non coglierebbe l’unità di popoli e razze, di storia e natura, non interpreterebbe quindi fino in fondo il legame tra Terra e Uomo che la «Erdkunde» ritteriana aveva proposto e di cui, proprio secondo Ratzel, l’antropogeografia dovrebbe essere concreto svolgimento. Gambi, come colui che lesse per intero, comprese nel suo tempo e nei suoi limiti la produzione biasuttiana, valutò in questi termini la grande sintesi all’interno della produzione geografica italiana: «L’unica opera che redime i geografi è l’impresa editoriale Le razze e i popoli della terra coordinata e per metà scritta da B. fra il ’35 e il ’40 (uscì al termine di questo anno), che esponeva una sistematica antropologica ed etnologica originale ed esauriente, in totale opposizione – specialmente per quanto riguarda la situazione nazionale – con i criteri razzisti del fascismo (che però erano inequivocabilmente adulati in una sgradevole prefazione di copertura)» (Gambi, 1973). Nel secondo dopoguerra B. pubblicò Il paesaggio terrestre (1949), che a livello internazionale resta «opera di riferimento fondamentale della geografia del paesaggio intesa in senso analitico e sistematico» (Farinelli, 2003). La distinzione tra paesaggio visivo e geografico, l’individuazione di pochi caratteri distintivi per ciascun tipo geografico, consentono di costruire e comparare secondo clima, suolo, copertura vegetale trentaquattro grandi tipi di paesaggi naturali, di definire da questa angolatura la fisionomia della Terra. Max Sorre, pur lamentando l’assenza di Vidal de La Blache in bibliografia, riconobbe lo sforzo di sintesi e le solide basi del discorso biasuttiano, sottolineò tuttavia soprattutto l’originalità dei capitoli dedicati ai gruppi umani in rapporto ai climi, l’efficacia della classificazione dei paesaggi umani secondo attività economiche e forme di cultura (Sorre, 1949). La definizione di B. come un «antropogeografo per vocazione» fu confermata nel momento in cui fu riedita l’opera, ora in quattro volumi, Le razze e i popoli della terra. La sintesi cartografica dei paesaggi naturali fu inserita nel primo tomo come articolazione necessaria, come premessa della diffusione degli uomini sul pianeta. Sorre recensì sulle «Annales de Géographie» l’opera monumentale di B., sottolineando immediatamente come si trattasse di una elaborazione nuova e profonda. Dopo aver (giustamente) denunciato da un lato l’ostracismo decretato all’antropologia somatica, dall’altro la tendenza costante dei geografi a considerare l’uomo come essere senza corpo, sostenne originalità e importanza di questo trattato dove etnografia e geografia si incontravano. Sottolineò quindi i capitoli dedicati ai caratteri ecologici, ai gruppi sanguigni, ai caratteri fisiologici, patologici, psichici, agli esordi (difficili) della genetica. Riconobbe finalmente come il vasto movimento di idee che l’etnografia aveva sviluppato a proposito dei cicli culturali trovasse in B. una sintesi efficace (Sorre, 1954). La capacità di seguire e anche di reggere lo straordinario sviluppo delle scienze umane nel dopoguerra, che Sorre nuovamente ribadì nel 1958, meriterebbe ponderata riflessione, soprattutto per ridimensionare frettolosi e disinvolti superamenti (Sorre, 1958). B., ultimo allievo di Giovanni Marinelli insieme con Michele Gortani, può considerarsi il coronamento della scuola geografica friulana, la conclusione di una grande esperienza scientifica che esordì dedicandosi alla «geografia di casa nostra» e attraverso indagini puntuali giunse alla totalità del «paesaggio terrestre» come naturale conclusione.

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Bibliografia

M. SORRE, Le paysage terrestre d’après Mr. Biasutti, «Annales de Géographie», 58 (1949), 146-148; ID., Les races et les peuples de la terre d’après Mr. Biasutti, ibid., 63 (1954), 373-375; ID., Un traité d’Ethnologie italien, ibid., 67 (1958), 153-156; B. NICE, Renato Biasutti, «RGI», 72 (1965), 314-337 (con elenco delle opere); M. ORTOLANI, Ricordo di Renato Biasutti, «La geografia nelle scuole», 10 (1965), 101-105; R. RICCARDI, Renato Biasutti, «BSGI», 98 (1965), 169-180; E. CARULLI, Biasutti Renato, in DBI, 10 (1968), 296-298; G. GENTILLI, Un grande geografo friulano. Renato Biasutti, «Sot la nape», 20/1 (1968), 59-64, e 20/2, 56-64; L. GAMBI, Una geografia per la storia, Torino, Einaudi, 1973; G. TURI, L’Università di Firenze e la persecuzione razziale, «Italia contemporanea», 219 (2000), 227-247; J. GENTILLI, Orme sulla via. Pensieri e riflessioni sulla mia vita, Udine, Ribis, 2001; F. FARINELLI, Geografia, Torino, Einaudi, 2003; F. MICELLI, La casa rurale nel Friuli e nella Venezia Giulia: lo sguardo dei geografi, in B. NICE, La casa rurale nella Venezia Giulia, Bologna, Forni, 2006; E. SCARIN, La casa rurale nel Friuli, ibid., I-XIX; C. FRANCOVICH, Scritti sulla Resistenza, Firenze, Edizioni Polistampa, 2007; F. MICELLI, Renato Biasutti e la ricerca sulle dimore rurali in Toscana, in R. BIASUTTI, La casa rurale in Toscana, Bologna, Forni, 2007, I-XV; F. MICELLI, Lucio Gambi e la Romagna: tracce topografiche e ragioni storiche, in L. GAMBI, L’insediamento umano nella regione della bonifica romagnola, Bologna, Forni, 2008, 1-21.

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