CAIMO POMPEO

CAIMO POMPEO (1568 - 1631)

medico, docente, poligrafo

Immagine del soggetto

Ritratto di Pompeo Caimo, incisione anonima (Udine, Civici musei).

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Frontespizio dell'edizione Schiratti del 'De nobilitate' di Pompeo Caimo, Udine 1634.

Figlio di Giacomo, illustre giusperito, e di Chiara del Merlo, nacque il 13 settembre 1568 a Udine, due anni dopo il primogenito Eusebio, eminente ecclesiastico, vescovo di Cittanova e vicario patriarcale. Come il fratello, compì i primi studi a Udine perfezionandoli in seguito all’Ateneo di Padova, dove studiò medicina sotto il magistero di Girolamo Mercuriale e filosofia sotto la guida di Francesco Piccolomini, che sarebbe rimasto un riferimento autorevole della sua formazione (il C. avrebbe affidato proprio a lui il ruolo di guidare l’immaginaria discussione intorno alla quale si costruisce una delle sue opere più importanti, il Parallelo politico delle Repubbliche antiche e moderne). Conseguì la laurea in filosofia e medicina il 14 ottobre 1592. Nei mesi seguenti assunse l’incarico di medico pubblico a Udine, ufficio che ricoprì per qualche tempo. Quel che è certo è che nei primi anni del Seicento, con la mediazione di un concittadino già inserito presso la corte romana, l’abate Ruggero Tritonio segretario di Alessandro Peretti, cardinale di Montalto e nipote di Sisto V, gli si offrì l’occasione di diventare medico personale dell’influente porporato. Ciò costituì indubbio vantaggio per il C., particolarmente dopo l’elezione di Paolo V per la cui nomina al soglio papale il Montalto si era favorevolmente speso: maneggi, questi ultimi, che il C. descrive e commenta nelle sue lettere al fratello Eusebio. Per interessamento del pontefice gli venne conferita la nomina alla cattedra di filosofia e di medicina teorica e pratica nel Ginnasio romano. Ma non vanno taciute nemmeno le prestigiose opportunità di carriera che – grazie alla sua posizione – derivarono ai suoi familiari: la nomina al vescovado di Cittanova d’Istria e il vicariato patriarcale per il fratello Eusebio, il canonicato e la prebenda per un altro fratello, Quintilio, come altri benefici ecclesiastici minori per i nipoti Girolamo, Pompeo ed Eusebio. ... leggi Egli stesso, se avesse preso gli ordini ecclesiastici, avrebbe potuto ottenere la titolarità del vescovado di Zara, che gli era stato offerto su proposta di Reniero Zen, ambasciatore veneto a Roma in quegli anni. Competenza scientifica e appoggi influenti guadagnarono in ogni modo al C. una certa notorietà anche fuori Roma. Così agli inviti che in precedenza gli erano stati rivolti (e non accolti) dal vescovo di Cracovia e dal re di Polonia si sommarono richieste di consulenza e di prestazioni mediche da parte di altri illustri personaggi del tempo: dal cardinal del Monte al conte di Benavente, vicerè di Napoli; da Andrea Doria ai granduchi di Toscana Ferdinando I e Cosimo II Medici, rispettivamente marito e figlio di Cristina di Lorena, cui il C. nel 1629 avrebbe dedicato l’opera Dell’ingegno humano in ricordo delle cure prestate presso la corte toscana vent’anni prima. Nell’ottobre del 1624, dopo più di un ventennio trascorso al servizio del Montalto, che era morto l’anno prima, il C. era di nuovo in Friuli, come annota il fratello Eusebio, «per riveder la Patria, la casa et gli amici». L’occasione gli venne dal governo veneziano che gli offrì di subentrare nella cattedra principale di medicina dell’Ateneo patavino, al capodistriano Santorio che l’aveva lasciata vacante. La trattativa si avviò grazie alla proposta di Antonio Barbaro e Giovanni Corner, esponenti del patriziato filocuriale, e con la mediazione dell’ambasciatore veneziano a Roma, Pietro Contarini, che aveva «maneggiato questo negozio», come si legge nella ducale del 4 giugno 1624 con la quale gli venne conferito l’incarico compensandolo con uno stipendio annuo di 750 fiorini, superiore a quello che percepiva a Roma, cosicché – come scrive sempre il fratello – il 4 dicembre «fece il suo ingresso in Padova, lettore della theorica medicina». Nel novembre del 1625, essendo morti in quell’anno il fiammingo Adriaan van den Spieghel (più conosciuto con il nome di Adriano Spigelio) e l’anno precedente il padovano Francesco Piazzoni, titolari dal 1615 il primo e dal 1618 il secondo, rispettivamente della prima e della seconda cattedra di anatomia e chirurgia, l’insegnamento venne attribuito, anche se in via provvisoria, al C. La decisione di conferirgli questo secondo incarico mette in luce il favore di cui il docente godeva presso i Riformatori dello Studio di Padova (che nel 1626 poi lo nominarono anche, per un triennio, presidente del collegio del Bò). Non si può dire altrettanto circa l’apprezzamento per le sue lezioni da parte degli studenti: voci che si sarebbero confermate autorevoli nell’ambito delle scienze mediche e in generale nella cultura del tempo, bollavano il suo insegnamento come tradizionale, libresco se non pienamente arretrato. Testimonianze di un giudizio non positivo restano disseminate nella corrispondenza erudita e nelle informazioni che gli uomini di scienza si scambiavano: ne troviamo traccia in alcune lettere indirizzate da Gabriel Naudé al dotto medico francese René Moreau (che a sua volta era comunque in contatto con il C. come si rileva da sue lettere presenti nella corrispondenza inedita), ma soprattutto nei commenti di studenti appartenenti alla “Natio Germanica” che, attirati allo Studio di Padova dalla solida fama di cui l’insegnamento di anatomia godeva da quando si erano consolidate le acquisizioni di una nuova scienza che prendeva le mosse da Vesalio e dalla sua critica alla separazione tra insegnamento teorico e pratico (incisione e dissezione del cadavere), si vedevano ora ripristinata con il C. proprio quella antica e superata conduzione delle lezioni. Questi indugiava in trattazioni teoriche e in discorsi filosofici che rifuggivano da un supporto autoptico e solo superficialmente facevano ricorso all’analisi e agli approfondimenti anatomici, affidati ad un subalterno e malpagato lettore di chirurgia il quale doveva occuparsi delle incisioni. Posizione stigmatizzata da alcuni storici che, attenti a rintracciare l’evoluzione progressiva della scienza medica nei secoli moderni, leggono gli anni della docenza del C. come una battuta d’arresto se non come un ritorno al passato, ma che altri ritengono spiegabile se si tiene conto di una concezione diversa del rapporto tra filosofia e medicina, qualificato piuttosto dalla contiguità scientifica, ritenuta “nobilitante” con l’astronomia (che il C. studiava, praticava e a volte interrogava per i suoi consulti) e dal rifiuto dell’uso “meccanico” degli strumenti chirurgici. La contrapposizione tra le posizioni didattiche del C. e le aspettative degli studenti europei attirati a Padova dalla fama delle discipline mediche e di quelle anatomiche in particolare, era ben evidente poi sul piano delle posizioni scientifiche, nella polemica dai toni estremamente accesi che contrapponeva il C. a Cesare Cremonini, suo collega e protettore proprio della “Natio Germanica”. Lo scontro tra i due medici-filosofi diventa paradigmatico della distanza che si approfondiva in questi anni tra le convinzioni dei seguaci del partito accademico che si richiamava alle teorie di Galeno, di cui il C. era rappresentante pienamente ortodosso, e quelle aristoteliche che avevano in Cremonini uno dei loro più agguerriti esponenti. A dividerli, nello specifico, era una questione di natura fisiologica relativa alla concezione del “calore innato” e alla predominanza o meno del cuore sugli altri organi. Dedicata ai Riformatori dello Studio di Padova, nel 1626 il C. diede alle stampe una consistente opera, divisa in tre libri e intitolata De calido innato […] con la quale intendeva immediatamente confutare le posizioni espresse nell’opera Apologia dictorum Aristotelis de calido innato di Cesare Cremonini, uscita lo stesso anno con lo scopo, esplicito fin dal frontespizio, di andare «adversus Galenum». La questione del calore come principio dell’essere e della vita – questione fondamentale all’interno della filosofia naturale – costituisce il nucleo tematico dell’opera fornendo al C. l’occasione per argomentare contro la concezione del cardiocentrismo, sostenuta da Aristotele e ripresa dal peripatetico, e per ribadire l’impianto della dottrina galenica delle tre sedi funzionali: fegato, cuore e cervello. Ma conviene ricondurre ad un più ampio quadro l’analisi dell’opera del C. per cercare di cogliere le caratteristiche di organicità e coerenza di una produzione che sembra altrimenti abbracciare vari e apparentemente distanti campi del sapere. Quella di C. è una fisionomia intellettuale complessa, ma non per questo inusuale nel suo tempo: filosofo, medico, autore di opere politiche e di trattati, letterato e commentatore di Dante, studioso delle lingue e letterature classiche (traduttore di Lucrezio e dei primi due libri dell’Eneide, conosceva anche il greco da cui tradusse Ippocrate e Galeno), univa nella sua riflessione e nella sua produzione i tratti culturali tipici di un poligrafo secentesco. In questa prospettiva non stupisce dunque che nel 1627 uscisse quella che è considerata l’opera più rilevante del C., un trattato politico che porta il titolo di Parallelo politico delle Repubbliche antiche e moderne, in cui coll’essame de veri fondamenti de’ Governi civili, si antepongono li moderni à gli antichi e la forma della Repubblica veneta a qualunque altra forma delle Repubbliche antiche. Nello scritto – che ottenne una inaspettata risonanza, come avverte l’editore, al punto da essere ristampato dopo otto mesi con l’aumento di alcune «aggiunte» – l’autore immagina di partecipare ad una conversazione dotta insieme con il suo antico maestro, Francesco Piccolomini e l’abate Luigi Ruccellai, intorno alla qualità dei governi politici. La trattazione del tema è affidata all’anziano filosofo che sostiene la superiorità delle repubbliche moderne rispetto alle antiche. Al di là delle forme politiche nelle quali si esprimono, quelle greche e quella romana non sono vere repubbliche perché non hanno conosciuto la vera giustizia che deriva dalla vera religione; solo le moderne lo sono e tra esse, prima di tutte, quella veneta che è nata da semi cristiani e «christianissima» si è mantenuta, può essere accostata alla città di Dio di Sant’Agostino. Nell’opera, dedicata al doge Giovanni Corner e al Maggior consiglio (e per questo considerata in genere dalla storiografia poco più che un opportunistico omaggio rivolto al governo veneziano), «la materia […] nobile, propria di filosofo, quale esser deve il buon medico» è trattata secondo uno schema argomentativo noto e utilizzato nella trattatistica politica ma con ampie e insolite mutuazioni concettuali e lessicali dalla scienza medica. Non frena dunque il C. il dubbio che esprime nel proemio, quello cioè che qualcuno possa biasimare «in un professore di medicina, e sostenitore di cathedra principale in principal studio» l’applicazione ad un’«opera morale». Opere “morali” o, per meglio dire, opere dedicate a tematiche rappresentative della visione etica e filosofica del tempo, degli interessi culturali e del dibattito che in questi anni più ampiamente si sviluppa sulla nobiltà e il suo ruolo culturale, oltre che politico e sociale, possono essere considerati anche i volumi del C. successivamente pubblicati. Soprattutto il De nobilitate e il Dialogo delle tre vite riputate migliori, delitiosa, ambitiosa, studiosa, entrambe promosse alle stampe dopo la sua morte, per cura del fratello Eusebio e del nipote Giacomo, possono essere considerati scritti in cui si dispiegano, anche se senza spunti di originalità, la cultura e l’ideologia del C., rappresentante di quel ceto nobiliare più recente che emerge nelle città grazie a competenze e saperi legati all’esercizio di professioni liberali. Dedicato da Giacomo C. a Domenico Molin e introdotto da un Indice di Rerum notabilium, il De nobilitate è opera che non molto aggiunge alla ricca trattatistica sull’argomento e in cui il C. sviluppa, con ampio ricorso alle solite auctoritates, un tema ampiamente dibattuto in questi decenni circa il concetto di virtù e la qualificazione di cosa si debba intendere per nobiltà. Il Dialogo, dedicato sempre dal nipote Giacomo a Girolamo Venier, mette in scena una conversazione in cui un «Amante», un «Politico» e uno «Scolare» argomentano intorno alla vita che ciascuno di loro ritiene migliore: rispettivamente quella improntata al piacere, all’onorevolezza e alle virtù civili, e quella spesa a «speculare», nello studio e nella ricerca del vero. Un quarto personaggio, un «Giudice», cui spetta stabilire chi dei tre abbia ragione, condensa nelle pagine conclusive la visione del C.: se la vita «delitiosa» finisce per essere pregiudiziale a chi la esercita, le altre due possono stare anche insieme nella stessa vita, magari in età diverse, essendo entrambe lodevoli, un bene per gli altri quella attiva e ambiziosa, un bene per se stessi quella contemplativa. Il richiamo metaforico al corpo umano, il continuo ricorso all’insegnamento della «natura», alla teoria dei quattro elementi (acqua, aria, terra, fuoco) avvicinano anche queste opere, considerate minori, alla produzione più conosciuta del C. e comunque le riconducono alla sua gerarchia dei saperi nella quale la filosofia tutto ricomprende. Ancora in vita, nel 1629, aveva dato alle stampe Dell’ingegno humano, de’ suoi segni, della sua differenza ne gli huomini e nelle donne e del suo buon indirizzo trattato in due libri, dove la trattazione intorno all’ingegno – dalla sua definizione fino all’analisi dettagliata di come se ne possano cogliere i «segni» – si collega alla analisi degli stili di vita (improntata al piacere, all’azione e alla contemplazione) di cui più specificamente avrebbe discusso nel dialogo uscito poi postumo. È in quest’opera e nel suo argomentare a partire dalle posizioni di un’autorità in materia quale Juan Huarte de San Juan – che il C. riprende, ma che altrettanto contesta, soprattutto per ciò che concerne le convinzioni circa l’ingegno delle donne e la loro attitudine agli studi – che il docente mostra come il suo pensiero si formi all’interno della teoria naturalista dei quattro elementi, della tradizione medica della dottrina umoralista fino alla tradizione filosofica dei temperamenti. Temi che svilupperà in più direzioni come è testimoniato dai molti manoscritti che ancora restano, conservati soprattutto nell’archivio Caimo. Nello stesso 1629 la sua città natale si rivolse a lui per un pubblico consulto circa alcuni casi di febbri epidemiche e pestilenziali che si erano manifestati. Il C. produsse un rapporto che sotto il titolo di Modo di curare la febbre maligna mirava ad offrire indicazioni pratiche d’intervento. Su argomento analogo, un paio di anni prima aveva dato alle stampe una più diffusa trattazione, De febrium putridarum indicationibus, nella quale analizzava, sempre con finalità terapeutiche, sintomi e diagnosi delle febbri putride. La gravità della situazione sanitaria delle terre venete si fece evidente all’esordio degli anni Trenta con l’espandersi drammatico della peste vera e propria. La presenza e l’attività di docenza del C. a Padova si interruppero una prima volta nell’estate del 1630 quando lasciò la città per ritirarsi nel più sicuro Friuli, dove sarebbe rimasto fino al febbraio del 1631. A quel punto, la permanenza a Padova sarebbe durata solo lo spazio di qualche mese e, fatto di nuovo ritorno in Friuli, il 30 novembre 1631, «prima domenica dell’advento, giorno di sant’Andrea, in casa, a hore 15 nella nostra possession di Tissano rese l’anima a Dio» contagiato dall’epidemia, come si legge nella cronaca del fratello. La salma venne condotta a Udine, accolta nel monumento funebre della casa Caimo nella chiesa di S. Maria delle Grazie, accompagnato da tutto il capitolo, dal clero e dai frati dei monasteri, mentre la città volle tributargli l’omaggio di far suonare la campana grande del duomo. A Giovanni Francesco Deciani, al suo esordio nell’Accademia degli Sventati, venne affidato il compito di ricordarne la vita e le doti nell’orazione funebre. Il C. lasciò manoscritte opere in latino e in volgare e una ricca biblioteca che inizialmente, nelle intenzioni della famiglia, avrebbe dovuto restare a vantaggio degli studi dei discendenti. Nel 1636 invece i duemilacinquecento volumi che la componevano, di vario argomento come vari erano stati i suoi interessi, vennero destinati alla biblioteca dell’Università di Padova, ad incrementare il patrimonio librario di quella che solo qualche anno prima, nel 1629, era stata istituita dalla Repubblica “publica libraria”: non è difficile immaginare che ciò fosse avvenuto con la mediazione del nipote Giacomo che in quegli anni vedeva progressivamente avanzare la sua carriera di docente di diritto in quell’ateneo.

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Bibliografia

Ricchi di notizie sulla vita e l’opera di Pompeo Caimo i documenti conservati in ASU, Caimo, in particolare: lettere di P. C. 79/2, 86 (1591-1609), 87 (1610-1631); pergamente originali per conferimento di cariche varie, 112/2; opere manoscritte di carattere filosofico, letterario, scritti preparatori di opere poi edite, traduzioni dal greco, brogliacci di lezioni e conferenze, consulti in 105, 114, 115; 59, Vacchetta di Eusebio Caimo; scritture minori e di carattere letterario in mss BCU, Principale, 427; 433 (Esposizione dei varii passi della Divina Commedia di Dante Alighieri); 434 (Paragone tra l’Orlando Furioso di Lodovico Ariosto e il Goffredo di Torquato Tasso).

P. CAIMO, De calido innato libri tres. In quibus non solum eius natura explicatur sed solida etiam medicorum in hoc argumento doctrina ostenditur et galenica praecipue a Neotericorum obiectionibus vindicatur, Venezia, Piuti, 1626; ID., Parallelo politico delle Repubbliche antiche e moderne, in cui coll’essame de veri fondamenti de’ Governi civili, si antepongono li moderni à gli antichi e la forma della Repubblica veneta a qualunque altra forma delle Repubbliche antiche, Padova, Tozzi, 1627; ID., De febrium putridarum indicationibus iuxta Galeni methodum colligendis et adimplendis libri duo, Padova, Tozium, 1628; ID., Dell’ingegno humano, de’ suoi segni, della sua differenza ne gli huomini e nelle donne e del suo buon indirizzo, libri due, Venezia, Brogiollo, 1629; ID., De nobilitate, Udine, Schiratti, 1634; ID., Dialogo delle tre vite riputate migliori, delitiosa, ambitiosa, studiosa del cavaglier udinese, primario lettore in Padova. ... leggi Diviso in tre parti, Padova, Crivellari, 1640. Lettere del C. edite in occasioni di nozze, tra cui: Lettere di P. C. al nob. Fratello Eusebio, Udine, Murero, 1860; Quattro lettere inedite di P. C., Venezia, Lit. del Commercio, 1863; Due lettere di P. C. al fratello Eusebio, Udine, Jacob e Colmegna, 1875; una lettera e relativa risposta su De sapientia et hominis natura in F. LICETI, De tertio-quaesitis per epistolas clarorum virorum [….] responsa, Udine, Schiratti, 1646, 144-150.

F. DECIANI, Oratione di Francesco Deciano, in morte di Pompeo Caimo, theorico ordinario nello studio di Padova, Udine, Schiratti, 1631; G. NAUDÈ, Epistolae, Genevae, 1667, 64-76, 120-129; LIRUTI, Notizie delle vite, IV, 199-206; A. MEASSO, Carestia e febbre maligna in tempi di peste. Consulti e provvedimenti a Udine negli anni 1629-1630, «Atti dell’Accademia di Udine», s. II, 8 (1887-1890), 107-109, 120, 125; T. BOZZA, Scrittori politici italiani dal 1550 al 1650, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1949, 158; G.E. FERRARI, Cenno per lo studio dell’opera medica di Pompeo Caimo, «Ce fastu?», 27-28 (1951-1952), 33-41; O. LUZZATTO, Pompeo Caimo traduttore di Lucrezio, «Atti dell’Accademia di scienze, lettere e arti di Udine», s. VI, 12 (1951-54), 139-155; SOMEDA DE MARCO P., Medici, 89-103; Acta nationis Germanicae artistarum (1616-1636), a cura di L. ROSSETTI, Padova, Antenore, 1967, 191-341; MARCHETTI, Friuli, I, 377-384; G. BENZONI, Caimo, Pompeo, in DBI, 16 (1973), 357-360; G. ONGARO, La controversia tra Pompeo Caimo e Cesare Cremonini sul calore innato, in Cesare Cremonini. Aspetti del pensiero e scritti. Atti del convegno di studio (Padova, 26-27 febbraio 1999), a cura di E. RIONDATO - A. POPPI, «Atti e memorie dell’Accademia galilieiana di scienze, lettere ed arti», I (1999), 87-110; O. TRABUCCO, Colleghi e avversari padovani di Galileo, in Largo campo di filosofare. Eurosymposium Galileo 2001, a cura di J. MONTESINOS - C. SOLÍS, Orotava, Fundación Canaria Orotava de historia de la ciencia, 2001, 925-937; C. CARELLA, L’insegnamento della filosofia alla “Sapienza” di Roma nel Seicento, Firenze, Olschki, 2007, passim.

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