CALLIGARIS GIUSEPPE E ALBERTO

CALLIGARIS GIUSEPPE E ALBERTO

artisti del ferro battuto

Immagine del soggetto

Alberto Calligaris ritratto da Silvio Maria Buiatti, 1920.

Immagine del soggetto

Cancellata in ferro battuto di Alberto Calligaris per il palazzo municipale udinese, anni Trenta ca. (Udine, Civici musei, Fototeca).

L’officina Calligaris, una delle più importanti in Italia, fu fondata da Giuseppe, nato a Udine nel 1856. Fu un autodidatta di genio e imparò il mestiere nell’officina di Luigi Mondini, da cui apprese una particolare abilità nel rendere gli elementi vegetali. La bottega di C. era situata tra piazza S. Cristoforo e via Palladio, e in essa Giuseppe alternava la lavorazione artistica del ferro battuto alla esecuzione di impianti idraulici e di riscaldamento, di caldaie e alla produzione di attrezzi agricoli. L’officina comparve per la prima volta all’Esposizione di Udine del 1883, dove i lavori in ferro battuto furono premiati con medaglia di bronzo, seguirono le partecipazioni all’Esposizione nazionale di Torino (1884 e 1890), all’Esposizione artistica e d’arte applicata di Venezia (1887), all’Esposizione di Vicenza (1888) e di Londra (1889). Particolarmente importante fu la mostra veneziana, dove presentò fanali e lampadari in ferro di gusto storicista disegnati dal pittore Giovanni Masutti (1842-1904), che collaborò spesso con Giuseppe. Le inferriate floreali per la chiesa di S. Marco di Mereto di Tomba sono il risultato migliore di questa collaborazione. Esposte nel 1902 all’Esposizione di Torino, segnarono l’apertura al floreale della officina C. Suoi ferri battuti furono inoltre pubblicati dalla rivista «Arte italiana decorativa e industriale» in una serie di articoli scritti da Giovanni Del Puppo. Il successo torinese del 1902 fu ripetuto a Udine nell’Esposizione del 1903, dove i lavori furono premiati con diploma d’onore e medaglia d’oro, e alla Biennale di Venezia del 1903, quando l’officina eseguì un pozzo di ventilazione su disegno di Cesare Laurenti (1854-1936). I riconoscimenti raggiunti spinsero Giuseppe ad abbandonare gli impianti idraulici per la produzione di ferri battuti, che furono premiati anche dall’Istituto veneto di scienze, lettere e arti. ... leggi Fu l’ultimo successo per Giuseppe, che morì il 22 febbraio 1906 mentre, insieme con il figlio Alberto, si preparava per l’Esposizione nazionale di Milano.

Alberto, figlio di Giuseppe e di Maria Bonassi, nacque a Udine il 29 settembre 1880 e già nel 1894 era entrato nella bottega paterna, frequentando contemporaneamente i corsi della Scuola d’arte e mestieri impartiti da Giovanni Del Puppo e Giovanni Masutti. Diplomatosi nel 1900, entrò subito tra gli insegnanti, fondando una Scuola speciale del ferro battuto (1908-1909). Per tutta la vita si dedicò indefessamente alla promozione dell’istruzione professionale, che spesso antepose agli interessi personali; negli anni Venti Alberto divenne presidente e regio commissario della “Giovanni da Udine”, costruendo la nuova sede. Nel 1923 istituì il Consorzio provinciale per l’istruzione tecnica per coordinare gli insegnamenti professionali, che portò l’istruzione nei più piccoli villaggi friulani. Fu anche presidente del Circolo artistico friulano, membro della Commissione provinciale per la tutela delle opere d’arte e della Commissione d’ornato del comune di Udine a riprova della sua importante funzione di stimolo culturale. La sua attività si può dividere in due fasi: una prima art nouveau fino al 1914, ben testimoniata dai lavori pubblicati in Il giovane Artista Moderno alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino, e una seconda negli anni Venti e Trenta caratterizzata da una ripresa di motivi rinascimentali e settecenteschi, rielaborati nello stile caratteristico dell’officina. Nell’Esposizione milanese del 1906 presentò alcuni ferri battuti floreali con rose preraffaellite cui si affiancarono cancelli secessionisti con moduli quadrati, uguali a quelli disegnati da Raimondo D’Aronco per casa Huber in Turchia, tanto da avvalorare l’ipotesi di una collaborazione con l’architetto, che nello stesso anno acquistò una “cancellata delle rose” per il Museo d’arte industriale di Torino. Numerosi furono del resto gli edifici daronchiani con ferri battuti dell’officina Calligaris. Alberto fu tecnicamente abilissimo: splendido disegnatore, praticava saldature a bollitura che conferivano naturalezza e inseriva nei ferri battuti sfere di vetro colorato. Nel 1907 partecipò alla Mostra d’arte decorativa di Udine con un cancello dei pavoni venduto nel 1919 negli Stati Uniti. Fu premiato all’Esposizione internazionale d’arti decorative di Bruxelles nel 1910, nel 1911 partecipò all’Esposizione internazionale d’arte decorativa di Torino, dove presentò una lampada delle libellule ispirata agli esempi di Alessandro Mazzucotelli. Fu l’unico esponente delle arti applicate alla I Esposizione degli artisti friulani del 1913 e nello stesso anno una personale delle sue opere fu tenuta al Circolo artistico di Trieste, dove eseguì prestigiosi ferri battuti per il palazzo della Riunione adriatica di sicurtà. L’officina C. si fece conoscere fuori regione operando a Treviso, a Padova e a Venezia. La produzione Calligaris tra il 1910 e il 1914 iniziò un recupero della tradizione artistica italiana con un gusto dannunziano in cui il Liberty si combinava con la ripresa storica. Lo stesso Gabriele D’Annunzio fu un ammiratore di C., da cui acquistò alcuni ferri battuti per il Vittoriale. Questa produzione culminò nel 1913 con la pubblicazione di un volume illustrato con quaranta tavole dalla casa editrice Crudo. Durante la prima guerra mondiale C. collaborò con D’Annunzio e Celso Costantini nel cimitero degli eroi di Aquileia; costretto a rifugiarsi a Venezia nel 1917 realizzò il calamaio e la penna con cui fu firmato l’armistizio di villa Giusti. Nel dopoguerra la sua prima preoccupazione fu quella di ripristinare l’officina, che fu trasferita in via Micesio e ampliata fino a impiegare una settantina di operai. L’attestazione di aver lavorato per la Calligaris era molto ben valutata nel mercato del lavoro e valeva più di un titolo di studio. Alberto partecipò fuori concorso alla I (1923) e alla III (1927) Biennale di Monza, dove imitò le opere di Carlo Rizzarda e Umberto Bellotto nella commistione tra ferro battuto e coppe in ceramica e vetro. Negli anni Venti il suo divenne uno stile innovatore, ma non rivoluzionario, in cui studio dal vero, riprese storiche, stilizzazione personale e abilità tecnica nell’abbinamento di metalli diversi si fondevano tra loro. Le opere più importanti furono le inferriate per la basilica del Santo a Padova e quelle per il palazzo comunale di Udine, che per il peso e la dimensione necessitavano di una adeguata capacità tecnica. Per il Santo (1924-1925) la Calligaris forgiò otto cancelli simmetrici, ognuno del peso di una tonnellata, decorati a grappoli d’uva, melograni, rose e gigli nel grande deambulatorio della chiesa. I lavori in ferro battuto del palazzo comunale di Udine videro ancora una volta l’officina realizzare i disegni daronchiani: sei balaustre (1921) nella Sala del popolo, l’incastellatura della campana dell’arengo (1922-1923), balaustre e cancelli (1929 e 1931) sullo scalone degli uffici, dove il ferro battuto fu mescolato con elementi in bronzo, rame e fogli di oro zecchino. Altri lavori impegnativi furono quelli per il tribunale di Trieste e per Fiume, numerosi i lavori in case private. La crisi degli anni Trenta, quando gli architetti razionalisti non usavano più il ferro battuto, si aggravò con la guerra, che privò l’officina della materia prima. C. resistette un anno, pagando gli operai con la vendita della sua collezione di opere d’arte, per non licenziare maestranze disperdendone le irripetibili abilità manuali. Fu però tutto inutile. Nel dopoguerra A. fece ancora qualche lavoro occasionale per la famiglia Spezzotti, ma con lui finì la tradizione del ferro battuto udinese. La sua operosa esistenza si chiuse il 20 aprile 1960, con amarezza egli scrisse a ragione «di non aver proprio nessun debito di riconoscenza verso la città natale». Dopo la guerra furono i figli a continuare l’attività aziendale nel settore degli arredi metallici fino al 1985, quando anche l’officina fu chiusa. Un centinaio di disegni di Alberto fu depositato dal figlio Mario ai Civici musei di Udine, dove attendono adeguata valorizzazione. L’eredità migliore di Giuseppe e Alberto C. fu quella di aver forgiato maestranze appassionate, «buoni amici del ferro», le cui capacità confluirono nello sviluppo della siderurgia regionale.

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Bibliografia

Udine, Civici musei, Deposito Calligaris; ibid., Fototeca, Archivio Pignat, 307 e 307 bis; Padova, Archivio moderno della Veneranda Arca del Santo, cat. III, Lavori fondi assicurazioni della Basilica. Classe I, Lavori manutenzioni, 29/3; 31/3; 32; Udine, Archivio famiglia Calligaris.

Il giovane Artista Moderno alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna, Torino, s.n., 1902; A. CALLIGARIS, I ferri battuti di Alberto Calligaris - Schizzi e progetti, 40 tavole, Torino, Crudo, s.d. [1913 ca.]; C. COSTANTINI, Alberto Calligaris, «Arte cristiana», 4/4 (1916), 100-112; A. BALDINI, Un artista friulano del ferro battuto Alberto Calligaris, «Le Tre Venezie», 3/2 (1927), 41-45; DAMIANI, Arte del Novecento I, passim; G. F. SGUBBI, Alberto Calligaris, in Arte nel Friuli Venezia Giulia 1900-1950. Catalogo della mostra (Trieste, dicembre 1981-febbraio 1982), Pordenone, GEAP, 1981, 320; G. BUCCO, L’Arte del ferro battuto a Udine dall’Ottocento al Novecento, in EMFVG, Aggiornamenti, III, 559-584; P. ZANINI, Alberto Calligaris, illustre figlio del Friuli, «AAU», 78 (1985), 57-62; G. BUCCO, L’opera di Alberto Calligaris, ibid., 63-101; EAD., Il ferro battuto in Friuli: Alberto Calligaris e la sua scuola, in Carlo Rizzarda 1883-1931 e l’arte del ferro battuto in Italia, a cura di A. P. ZUGNI TAURO, Feltre, Comune di Feltre, 1987, 91-106; EAD., Il labile confine tra arte e artigianato. Per una storia delle arti applicate in Udine, in Arti a Udine, 201-237, 418-420; EAD., L’opera di Alberto Calligaris e le officine fabbrili del Novecento in Friuli, «Atti dell’Accademia San Marco di Pordenone», 4/6 (2002-2004), 819-898; EAD., La Chiesa di San Marco del Friuli, Udine, Deputazione di storia patria per il Friuli, 2005, 34-39; G. M. JONGHI LAVARINI - L. MACCHIAVELLI - W. PAGLIERO, I ferri battuti di Alberto Calligaris, Milano, Di Baio, 2006; Palazzo comunale, 144-151; G. BUCCO, Nel cantiere di Raimondo D’Aronco: maestranze “d’arte”, artisti e “artieri” nel Palazzo comunale di Udine, in Palazzo comunale, 131-173; EAD., Raimondo D’Aronco e le arti applicate. Note su mobilieri, fabbri e decoratori tra Italia e Turchia, «M&R», n.s., 25/2 (2006), 63-79.

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