D’ARONCO RAIMONDO

D’ARONCO RAIMONDO (1857 - 1932)

architetto

Immagine del soggetto

L'€architetto Raimondo D'Aronco (Udine, Civici musei, Fototeca).

Immagine del soggetto

Scalone d'€ingresso del palazzo municipale di Udine progettato da Raimondo D'€Aronco nel 1909, fotografia di Elio Ciol.

Nacque a Gemona del Friuli il 31 agosto 1857, primogenito dei sette figli dell’imprenditore edile e costruttore Girolamo e di Santa Venturini (1839-1879). Finite le scuole elementari, frequentò a Gemona la Scuola comunale tecnica solo per due anni. Il suo carattere vivace e ribelle – al punto che in famiglia era soprannominato “Attila” – fu forse la causa della severa punizione che il padre gli inflisse conducendolo, appena quattordicenne, a Graz, dove venne affidato ad alcuni membri della colonia di capomastri e artigiani gemonesi attivi nella capitale della Stiria e messo a frequentare una scuola artigianale privata, svolgendo così un percorso formativo che sarebbe risultato, per sua stessa ammissione, molto utile per la futura professione. Tornato a Gemona nel 1874 e dopo aver assolto come volontario il servizio militare presso il genio militare a Torino (1875-1876), si iscrisse ai corsi di ornato e architettura dell’Accademia di belle arti di Venezia (1877-1880), dove frequentò le lezioni di Giacomo Franco, un seguace di Camillo Boito. Nel frattempo collaborava con l’impresa paterna e probabilmente partecipò al restauro della loggia del Lionello, diretto da Andrea Scala. Superato brillantemente il percorso di studi, iniziò una fitta serie di concorsi che lo portarono a distinguersi grazie alla fantasia e all’indubbia originalità dei suoi progetti. Partecipò ai concorsi Vittadini di Milano (1881-1884), ottenne una segnalazione per il progetto di porta Tenaglia e una menzione d’onore per il monumento a Vittorio Emanuele II (1884, medaglia di merito d’argento) e contemporaneamente era impegnato nel concorso per il monumento a Vittorio Emanuele II a Napoli, che gli valse il secondo premio. ... leggi Collaborò con l’ingegner Giacomo Quaglia per il concorso del palazzo di Giustizia di Roma (1884), occupandosi della parte decorativa. Insieme alla carriera professionale iniziò quella didattica: conseguita l’abilitazione all’insegnamento del disegno nel 1880, dapprima venne nominato professore di architettura e ornato a Massa Carrara (1881), quindi vinse la cattedra di disegno presso l’Istituto tecnico di Palermo (1882), dove insegnò fino al 1885, quando venne trasferito a Cuneo. Superò anche il concorso di professore straordinario per l’insegnamento di ornato e architettura presso l’Università di Messina (1886). Vinse il concorso per le decorazioni del palazzo dell’Esposizione veneziana di belle arti nel 1887 e chiese un congedo per poter seguire i lavori. Partecipò inoltre al concorso bandito dalla rivista «Memorie di un architetto» per un monumento commemorativo agli eroi di Saati e Dogali (scadenza 2 giugno 1887), dove risultò terzo con un progetto contrassegnato “Rita”, dal nome della futura moglie. Nel maggio 1888 la giunta comunale di Udine gli commissionò lo studio per il riadattamento del palazzo comunale, mentre l’amministrazione di Cividale lo incaricò della progettazione del nuovo cimitero, insieme con l’impresa paterna. Il 1888, anno ricco di impegni di lavoro, lo fu anche sul piano dei riconoscimenti e della vita privata: il 13 maggio venne nominato accademico d’onore dell’Accademia di belle arti di Venezia e l’11 luglio sposò Rita Javelli, secondogenita di una famiglia benestante di Cuneo. Sostenne gli esami di concorso (17-23 maggio 1889) per la cattedra di ornamentazione industriale presso il R. Museo industriale di Torino e nello stesso anno partecipò al secondo concorso per il palazzo del parlamento a Roma. Dagli scritti di Viollet le Duc, che egli considerava uno dei suoi punti di riferimento, derivò un anelito verso il rinnovamento che lo portò a caldeggiare l’adozione dei nuovi materiali, ferro e vetro, come per esempio nel primo progetto per il municipio udinese. Arrivò nel 1890 la prima affermazione significativa, la vittoria al concorso per la facciata della I Esposizione italiana di architettura a Torino, dove espose una selezione delle sue opere, ottenendo un successo che sarebbe stato replicato nelle successive mostre del 1892 (Esposizione del cinquantenario della Società promotrice di belle arti, primo premio insieme a Carlo Ceppi) e 1893 (Esposizione triennale di architettura). Il 10 agosto 1890 nacque l’unica figlia Rita Matilde, soprannominata Ninì. Con Giovanni Vacchetta partecipò al concorso per l’ossario di Palestro (1891) e per un ponte sul fiume Neva a Pietroburgo (1892), nel 1891 diventò socio corrispondente dell’Associazione artistica tra i cultori di architettura di Roma. Tra le ultime opere progettate in Friuli vi sono lo stabilimento balneare di Poffabro (1892-1893), il padiglione per la fabbrica di marmi artificiali del padre a Udine e la facciata del nuovo teatro di Tolmezzo (1893). Su incarico del governo italiano si recò a Istanbul per progettare l’Esposizione nazionale ottomana. Il violento terremoto (10 luglio 1894), che sconvolse la città, segnò la fine della manifestazione e l’inizio di numerosi incarichi per il governo ottomano. D’A. fu nominato membro di diverse commissioni governative per i sopralluoghi e i restauri degli edifici pubblici lesionati (fontana nel cortile di S. Sofia, le moschee di Sultanhamet, Yeni Cami, Selimyie, Mihrimah, i palazzi del vecchio Serraglio), nel contempo studiò la ristrutturazione di alcuni edifici dell’Yildiz Saray, la residenza privata del sultano (Büyük Mabeyn, porta monumentale d’ingresso all’harem, piccola serra, ampliamento della fabbrica di ceramiche, edificio per gli aiutanti di campo). Curò il restauro di due importanti monumenti della città, il Gran Bazar e la basilica di S. Sofia, stipulò un contratto quadriennale con il Ministero dell’agricoltura e l’anno dopo, su incarico del Ministero della guerra, affiancò Alexandre Vallaury nella realizzazione della Scuola imperiale militare di medicina a Haidarpas¸a. Il quotidiano confronto con la cultura architettonica bizantina e ottomana favorì l’adozione di un linguaggio espressivo che appare un contributo originale al revival ottomano: si collocano in questo contesto la sede del Ministero dell’agricoltura e il Museo dei Giannizzeri sulla piazza dell’Ippodromo, la nuova fontana di Tophane, oltre alla Scuola di medicina e a quella di veterinaria. Si iscrisse all’albo sociale degli ingegneri e architetti italiani (7 dicembre 1897) e si trasferì da Pera ad Arnavutköy sul Bosforo, dove curò la ristrutturazione di un chiosco che adattò a studio-abitazione. Anche se nei progetti eseguiti al volgere del secolo XX, come casa Botter o lo yali di Nazime Sultan a Kuruçeşme, si nota l’influenza dell’art nouveau franco-belga, il punto di riferimento è Vienna, soprattutto lo stimolante ambito della Wagnerschule. Nel 1901 vinse il concorso per gli edifici dell’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino con il progetto contrassegnato dal motto “Rita 2”: i suoi padiglioni sono il manifesto della nuova architettura italiana ed egli si impegnò nella difficile impresa di inventare il nuovo stile. Ottenuto un mese di congedo dal sultano, giunse a Torino per redigere il progetto esecutivo e vi ritornò due mesi prima dell’inaugurazione (10 maggio 1902) per seguire la fase finale dei lavori di allestimento. Contemporaneamente partecipò al concorso per il ponte Umberto I sul Po e affidò all’amico Annibale Rigotti la realizzazione del modello in gesso. Nel 1902 (luglioagosto) venne incaricato di progettare i padiglioni dell’Esposizione regionale di Udine, che seguì da lontano, attraverso il carteggio con l’ingegner Gio. Batta Cantarutti. Acquistò un terreno a Torino per costruirvi la propria abitazione e chiese a Bonelli di occuparsi delle pratiche necessarie e, in seguito, dell’esecuzione dei lavori. Pubblicò il suo scritto teorico Intorno a certe ‘proposte per un nuovo ordinamento delle Scuole di Architettura’ in «L’Arte decorativa moderna» (1903-1904). Partecipò al concorso per l’Associazione mineraria sarda di Iglesias (scadenza 30 novembre 1903) e al secondo concorso per il cimitero di Mantova (scadenza 16 febbraio 1904). L’attività in Turchia fu intensa: oltre agli impegni con vari Ministeri (guerra, fondazioni pie, agricoltura) e il sultano, ci furono le numerose commissioni per ville e chioschi richiesti da membri della corte. Così, tra il 1902 e il 1906, realizzò alcuni tra i suoi capolavori – gli studi per i Musei d’armi, il complesso di Şeyh Zafir sulla salita di Yildiz, la piccola moschea a Galata, la Sala per collezioni e la Biblioteca a Arnavutköy, casa Sadik Effendi, l’ampliamento di casa Djemil Bey a Erenköy, casa Botter a Fenerbahçe, casa Fahry Bey ad Anadoluhisari –, nei quali coagula in una forma originale la linfa vitale dell’architettura ottomana che traduce in termini di una modernità che fa riferimento alle secessioni mitteleuropee. Nell’autunno del 1904 si trovava in Italia per seguire i lavori della casa di Torino e la campagna elettorale: venne infatti eletto deputato al parlamento nella XXII legislatura (1904) per la circoscrizione di Gemona-Tarcento. L’ambasciatore Imperiali gli commissionò la costruzione della nuova residenza estiva dell’ambasciata d’Italia a Tarabya (luglio 1905). Partecipò all’Esposizione nazionale del Sempione (1906) e fu tra i fondatori della Federazione italiana architetti, presieduta dall’onorevole Rosadi, che si batté per il riordino dei corsi di architettura. Il Ministero degli esteri chiese all’ambasciatore di proporre la concessione di un congedo (aprile 1907-giugno 1908) per consentirgli di seguire le sessioni parlamentari più impegnative. A Istanbul fu impegnato in restauri e ampliamenti per il Ministero dell’agricoltura, al quale lo legava un contratto biennale (1905-1907). La fase finale della permanenza in Turchia coincise con la rimeditazione delle forme classiche, sempre filtrate attraverso l’architettura modernista, e ancora una volta in sintonia con Vienna, anche se D’A. vi infuse la sua peculiare carica espressiva e dinamica, esemplificata dal plasticismo della facciata rivestita in marmo di casa Santoro (1907). La difficile situazione economica e politica dell’Impero ottomano sfociò nella destituzione del sultano a opera dei Giovani turchi (27 aprile 1909). In maggio l’architetto era a Udine per illustrare gli intendimenti del nuovo progetto per il municipio. Ripartì per Costantinopoli l’11 luglio 1909 e questo fu l’ultimo viaggio che compì, in quanto le mutate condizioni politiche lo convinsero a ritornare definitivamente in Italia. Il 14 ottobre 1910 venne posata la prima pietra del nuovo palazzo comunale, la cui costruzione sarebbe stata ultimata solo nel 1930, lasciando comunque incompiuti alcuni ambienti (la Sala del popolo e Sala Ajace). Seguì inoltre la progettazione e la realizzazione delle case per il fratello Quinto a Tarcento (1909) e Udine (1911). Interessanti sono alcuni progetti non realizzati, quali la sistemazione della piazza del Ferro a Gemona, dove colloca il mercato coperto e il padiglione per la biblioteca (1909-1910), e l’ingrandimento dell’albergo Nazionale di Udine (1911). Nel 1912, con Rigotti, partecipò al concorso per il Piano regolatore dell’ex piazza d’armi a Torino, risultando nella rosa dei selezionati, e l’anno dopo, con Giovanni Greppi, a quello per il nuovo palazzo reale di Sofia. Tra dicembre e gennaio 1913 si spostò tra Roma, Torino e Udine, dove seguiva il cantiere del palazzo comunale. Le sue opere vennero esposte con grande successo alla I mostra di architettura, promossa dall’associazione degli architetti lombardi, al palazzo della Permanente a Milano (1914). Il primo gennaio 1917 venne nominato professore di architettura presso l’Istituto di belle arti di Napoli, dove prese servizio il 28 febbraio, decidendo di fissare la propria residenza presso il Grand Hotel de Londres. Partecipò al concorso Marelli indetto dal Touring Club Italiano (1919) per case coloniche e industrie agricole nelle province di Udine e Gorizia (con Rigotti), ottenendo tre premi, e al concorso per il monumento al fante sul monte San Michele (1920). Assunse presso l’Istituto di belle arti di Napoli la supplenza del corso aggiunto di architettura per gli anni accademici 1919-1920 e 1920-1921. Venne nominato accademico di merito presso la R. insigne Accademia di San Luca a Roma (24 giugno 1920). L’aggravarsi dei problemi di salute lo spinse a chiedere un lungo periodo di aspettativa, dal primo gennaio 1923 al primo ottobre 1924, periodo nel quale fece ritorno a Udine e progettò la chiesa per il frenocomio di Ribis, il nuovo santuario di S. Antonio a Gemona, i villini Zanuttini e Tamburlini. Espose una fontana alla I Biennale di arti decorative di Monza (1923) e vinse il diploma di medaglia d’oro. Il suo termine di collocamento a riposo fu prorogato al 30 settembre 1929, quando venne nominato professore emerito e direttore della neonata Scuola superiore di architettura di Napoli. Terminato il periodo di insegnamento, si trasferì a Sanremo in cerca di un clima migliore per curare l’angina che lo affliggeva da anni e qui morì il 3 maggio 1932. Lasciò, per volontà testamentaria, i suoi libri al comune di Udine affinché li destinasse alla Biblioteca civica, parte dei disegni al fratello Quinto e parte alla figlia Rita. Venne sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Udine, che egli stesso aveva progettato nel 1898.

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Bibliografia

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