CARNEO ANTONIO

CARNEO ANTONIO (1637 - 1692)

pittore

Immagine del soggetto

Particolare del dipinto rappresentante la Sacra Famiglia venerata dal luogotenente e da tre deputati, olio su tela di Antonio Carneo, 1667 ca. (Udine, Civici musei).

Immagine del soggetto

Ritratto di Ferdinando di Prampero, olio su tela di Antonio Carneo, 1668 (Udine, Civici musei).

Immagine del soggetto

Vecchia in meditazione, olio su tela di Antonio Carneo, 1667 ca. (Udine, Civici musei).

Nato a Concordia Sagittaria il 26 novembre 1637 da Giacomo campanaro e Sabbada Coccolo, il C. visse i suoi primi anni a Portogruaro, per spostarsi poi a Cordovado, dove è documentato dal 1658 a 1667, e poi a Udine, città in cui si fermò fino verso il 1690 abitando in una casa dei conti Caiselli. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Concordia Sagittaria ed ivi morì il 16 dicembre 1692. Sposò Elisabetta Beccariis dalla quale ebbe sei figli: Camilla (1658), Giovanni Giacomo, pittore (1660-viveva ancora nel 1731), Michele (1661-1675), Livia-Valentina (1663, morta di otto giorni), Giambattista (1665-1671) e Francesco (1667-1687). Non si conosce la sua prima formazione, maturata probabilmente nell’ambiente culturale di Portogruaro e Concordia, dominato dalla presenza di Palma il Giovane e del Padovanino e di opere bassanesco-tintorettesche che in gran copia affluivano in zona, e corroborata di certo da qualche viaggio a Venezia. È stata anche avanzata l’ipotesi di un suo alunnato presso un atélier di Venezia o presso il pittore udinese Giovanni Giuseppe Cosattini, ma non esiste un riscontro documentario in merito. Non esiste nemmeno testimonianza della sua prima attività, essendo andata perduta la pala della Immacolata Concezione dipinta nel 1663 per la chiesa di San Paolo al Tagliamento e non ancora del tutto pagatagli nel gennaio del 1665: in tale periodo il pittore abitava a Cordovado (in un documento viene infatti chiamato «incola Cordovati»), località nella quale nacquero i suoi figli, partecipò al consiglio della comunità (ne risulta presente come teste in qualche atto) e prese a bottega il giovane Gian Francesco Favorlino per insegnargli l’arte della pittura. ... leggi Appartengono a questo periodo giovanile gli ovati con Profeti e Sibille incastonati nel soffitto del santuario della Madonna di Cordovado e la pala con la Madonna del Rosario e i Santi Nicolò e Vito del duomo di San Vito al Tagliamento, dipinti attribuitigli non senza fondamento. Quando si stabilì a Udine, nel 1667, in una casa di proprietà del conte Leonardo Caiselli al quale, per contratto, forniva quadri in cambio di vitto e alloggio, il C. era già pittore stilisticamente formato ed anche affermato, tant’è vero che da parte della città di Udine gli fu affidata la pittura della grande tela raffigurante la Sacra Famiglia venerata dal luogotenente e da tre deputati (Civici musei di Udine), allusivamente celebrativa della dominazione veneziana nella città e nella Patria del Friuli al pari di altri quadri in precedenza dipinti da Pomponio Amalteo, Francesco Floreani, Palma il Giovane, Alessandro Spilimbergo, Secante Secanti, Innocenzo Brugno. In questo primo dipinto, che mostra una certa durezza di impaginazione e di esecuzione, sono notevoli le suggestioni di matrice locale ed i legami con il manierismo veneto (con riferimento a modelli padovanineschi ed a richiami alla lezione di Paolo Veronese e Iacopo Bassano), ma non per questo l’opera appare priva di organicità, segno della raggiunta maturità del trentenne pittore. Tela di carattere devozionale, ma di commissione pubblica e quindi con dichiarate finalità politiche, simboleggia l’omaggio, l’ossequio del potere politico, rappresentato da luogotenente e deputati, visti in una rasserenante dimensione familiare dovuta alla presenza dei bambini, alla divinità, nel caso specifico alla Sacra Famiglia. Domina la scena il palazzo-castello di Udine, alto su una scoscesa collina. Un quadrone di simile soggetto fu commissionato al pittore intorno al 1677 (La Vergine con il Bambino e San Marco venerata dal luogotenente e da tre deputati, Civici musei di Udine), ma il linguaggio pittorico del C. era intanto mutato, affinandosi per l’influsso della pittura di Francesco Maffei, al quale egli è accomunato nella predilezione per i modi del Veronese e del Vecchia, di Sebastiano Mazzoni, soprattutto di Antonio Zanchi e del Giordano, dal quale derivava un energico gioco chiaroscurale di lontana ascendenza caravaggesca. Il pittore assunse nell’ambiente udinese una posizione di indubbio prestigio dedicandosi all’esecuzione di ritratti, di opere pubbliche, di pale d’altare, di dipinti di carattere storico-mitologico o allegorico, legati a temi sociali o “filosofici”. Da alcuni documenti di casa Caiselli relativi al 1667-76 risulta che in tale periodo il C. aveva ceduto alla nobile famiglia una trentina di quadri di vario soggetto: per ognuno Leonardo Caiselli annotò il soggetto (sommariamente descritto), talora l’ubicazione all’interno della abitazione, il prezzo richiesto dal pittore e quello effettivamente pagato (generalmente un po’ più alto della richiesta, quasi in forma di larvato mecenatismo). Era il periodo nel quale il C., libero da condizionamenti, dai vincoli di una committenza pubblica o ecclesiastica, produceva dipinti di grande forza compositiva, nei quali mostrava una diversificata attenzione per il mondo artistico veneziano e lombardo (evidente la conoscenza del modus operandi del Fetti) e la conoscenza – di certo attraverso le stampe – della pittura nordica, come mostrano dipinti famosi dei Civici musei di Udine. Tra questi, il cosiddetto Giramondo e la Vecchia in meditazione che i documenti ricordano rispettivamente come “un pitocco” e “una pitocca”, vivaci ed immediati “ritratti” ricchi nell’impasto cromatico tenuto sui toni del marrone, esuberanti nel tocco, spregiudicati nell’invenzione (che peraltro trae giovamento dalla conoscenza dell’Iconologia di Cesare Ripa). Sostanzialmente privo di mutamenti stilistici fu l’ultimo periodo della sua attività: qualche momento di caduta in alcune sue opere va probabilmente imputato all’aiuto del figlio Giacomo, dell’allievo Favorlino o di Giacomo Lorio, al quale ultimo vanno assegnate la pala di Sant’Anna della chiesa di S. Cristoforo a Udine (1690), e la Pietà del Monte di pietà di Udine (ora Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone) fino a poco tempo fa ritenute opere del C. Per due secoli e mezzo la maggior parte della produzione dell’artista è rimasta straordinariamente unita nel palazzo udinese dei conti Caselli. Nell’ultimo dopoguerra la collezione è stata smembrata e le opere disperse in diversi musei e collezioni private. I Civici musei di Udine conservano i due quadri di committenza pubblica di cui si è detto e le allegorie dell’Autunno e dell’Inverno (ispirata questa ad incisioni del veronese Giacomo Caraglio e di Ugo da Carpi), i ritratti di Ferdinando di Prampero (1668), di Giovanni Girardi (1676-77) e di Alvise Ottelio, che denotano una particolare abilità nella ritrattistica. Alla resa del volto umano il pittore dovette dedicare non poco studio, come mostrano i volti fortemente caratterizzati di alcuni popolani, forse suoi vicini di casa, modelli poi trasferiti nei personaggi di alcuni dei suoi quadri più famosi: è il caso della “pithoca”, cioè la Vecchia in meditazione (da confrontarsi con la raffigurazione dell’Accidia presente nella edizione di Amsterdam del 1644 dell’Iconologia del Ripa che servì da modello anche per un quadro di Jacob Toorenvliet) e del “pithoco”, il cosiddetto Giramondo, forse il quadro suo più noto, autentico capolavoro che trova i maggiori punti di forza nelle eccezionali variazioni e vibrazioni del tono, e nella felicità del tocco largo e costruttivo. Nella chiesa parrocchiale di Besnate si conserva la bella e grande pala d’altare (firmata) raffigurante San Tommaso di Villanova dispensa la carità ai poveri, già nella chiesa di S. Lucia a Udine, l’opera sacra di maggior impegno del pittore, apprezzata fin dalla critica settecentesca; altro dipinto sacro è nel convento delle Grazie di Udine (Martirio di San Bartolomeo), mentre una pala d’altare proveniente dall’oratorio di S. Gaetano da Thiene di Pradamano è in collezione privata di Milano: rappresenta la Madonna con Bambino e San Pietro adorati da San Giacomo Maggiore e San Gaetano da Thiene. Altri dipinti da ricordare sono la Morte di Lucrezia del Museo di Varsavia, più volte replicata; la Prova del veleno, in collezione privata a Spilimbergo, riconosciuta da sempre come la massima e più significativa espressione dell’arte del C., geniale nell’elaborazione della struttura compositiva e abilissimo colorista. Tre notevoli dipinti (la Seduzione, la Vecchia con conocchia e spighe, Aracne tesse la tela) appartengono alla Unicredit Banca, altri ancora alla Banca Antoniana, al Museo di Wroclaw e a numerosi privati per i quali si rimanda alle monografie del Geiger (1940) e del Rizzi (1960) ed al catalogo della mostra del 1995.

Uno dei suoi figli, Giacomo, nato a Cordovado il 25 gennaio 1660 fu pittore. È documentato fino al 1731; il Geiger e il Rizzi ricordano più di cinquanta opere da lui eseguite. Il suo catalogo si restringe però a pochissime opere, una pala d’altare nella chiesa di S. Nicolò a Portogruaro (1724) e alcune attribuzioni, due quadretti con il Redentore e la Madonna in collezione privata a Cordignano, un’Ultima cena nel santuario di Castelmonte presso Cividale del Friuli ed altre opere di discussa attribuzione.

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Bibliografia

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