CAVEDALIS GIOVANNI BATTISTA

CAVEDALIS GIOVANNI BATTISTA (1794 - 1858)

ingegnere, militare, amministratore

Immagine del soggetto

Ritratto di Giovanni Battista Cavedalis Dittatore, litografia su disegno di Angelo Sassella (Udine, Civici musei).

C. fu la figura di maggior spicco nell’organizzazione dei militi e dei volontari nei moti friulani del 1848 ed ebbe una responsabilità di primo piano nella difesa militare della Repubblica veneta di Daniele Manin. Discendente di una nobile famiglia che già dalla seconda metà del Settecento aveva preso residenza a Spilimbergo, vi nacque il 19 marzo 1794 dal nobile Girolamo. Questi esercitava l’avvocatura e godeva di una buona posizione sociale, tanto da divenire podestà e sindaco della cittadina. Dopo i primi studi a San Vito al Tagliamento, frequentò la Scuola nazionale del genio e dell’artiglieria di Modena, fondata da Bonaparte, compiendovi studi scientifici e uscendone primo tenente d’artiglieria. Giovanissimo militò prima nell’armata italiana del viceré Eugenio di Beauharnais e quindi sotto il comando di Gioacchino Murat. Caduto il Regno d’Italia, nel 1817 entrò nei ruoli dell’esercito austriaco, ma nel nel 1822 rientrò a Spilimbergo, dedicandosi, in società col fratello Alessandro, alla professione di ingegnere e procurandosi presto una solida reputazione come progettista di opere idrauliche e civili. Suoi sono, negli anni Trenta e Quaranta, i progetti del ponte di Pinzano sul Tagliamento, del canale Ledra, nonché di opere civili di contenimento delle acque e di difesa del territorio in Carnia e lungo il Tagliamento, all’altezza di Osoppo. Specializzatosi nel campo delle costruzioni ferroviarie, gli venne anche affidato il progetto della linea Udine-Carinzia. I moti del marzo 1848 lo trovarono impegnato a dirigere la costruzione della ferrovia Lubiana-Vienna e, tuttavia, già dal 16 marzo si mise a disposizione della municipalità udinese e quindi del governo provvisorio presieduto da Antonio Caimo Dragoni. Fino al 25 aprile 1848, quando si portò alla difesa della Repubblica veneziana, si impegnò in un comitato di guerra composto da lui stesso, Alfonso Conti e Luigi Duodo, nel presidio militare del Friuli. ... leggi Tale presidio a suo giudizio avrebbe dovuto soddisfare a quattro esigenze cruciali: difendere Palmanova e il confine sull’Isonzo, ove si stavano ammassando fin dai primi giorni di aprile le truppe austriache comandate dal generale Nugent, con l’intenzione di riprendersi il Friuli e di marciare su Verona in soccorso a Radetzky; fortificare Udine, destinata a sopportare per prima l’urto dell’armata austriaca; bloccare il passo di Pontebba che, se sfondato, avrebbe aperto agli austriaci il varco per la pianura friulana; trasformare il forte di Osoppo nella chiave di volta dell’insurrezione dell’alto Friuli. C. comprese che, in assenza di soccorsi – inutilmente richiesti a Venezia ed ai piemontesi –, una massa di volontari male armati ed addestrati non avrebbe potuto affrontare in campo aperto l’esercito austriaco. Si sarebbe però potuto ritardarne la marcia attraverso il Friuli incalzandolo con azioni di guerriglia in pianura, in Carnia e nelle Valli del Natisone, per «interrompergli le comunicazioni, arrestarne i convogli, angustiarlo, affamarlo, tenerlo in continua guardia con assalti continui ed inopinati, ricovrandosi sempre ai colli ed ai monti». In tal modo, scrisse, se anche Palmanova non avesse retto per più di diciottoventi giorni, e Udine fosse stata incendiata e distrutta, l’alto Friuli e la Carnia avrebbero però potuto resistere a lungo e Osoppo sarebbe divenuto il cardine dell’insurrezione che, per le valli del Tagliamento e del Fella, si sarebbe collegata con la Carnia e il Cadore. Nel frattempo l’armata del generale Durando sarebbe giunta a soccorso, tagliando la via al ricongiungimento di Nugent con Radetzky. Scorrendo i suoi Commentari, le memorie che C. scrisse negli ultimi anni della sua vita per difendere il suo operato e il suo onore, ove si presentò come il regista della situazione, si ritrae però l’impressione, più che di uno stratega, di uno spirito inquieto che, pur muovendosi per tutto il Friuli, non riuscì mai ad essere presente ed operante nei momenti cruciali. In realtà, il carico di responsabilità affidatogli dal Governo provvisorio fu troppo pesante perché egli potesse svolgere un’efficace azione di comando. D’altra parte, militare di professione qual era, egli nutriva una certa diffidenza nei confronti dei volontari, inclini alla prima occasione a rompere le fila e bisognosi di disciplina e addestramento rigorosi, impossibili da ottenere con le esigue competenze militari utilizzabili in loco. In breve, C., che pure riconobbe come unica guerra possibile contro gli austriaci quella partigiana, non poté essere il Garibaldi friulano, né trasformare le guardie nazionali, il solo esercito di cui potesse disporre, in guerriglieri. Sicché nemmeno una delle azioni difensive e di guerriglia da lui consigliate si realizzò, anche a causa di diffidenze, gelosie ed incomprensioni non di rado intercorse sia con il comando di Palmanova, sia con gli altri membri (Conti e Duodo) del comitato di guerra udinese. Basti dire che, in sua assenza, e pare a sua insaputa, il 17 aprile il generale Zucchi ordinò un’incursione dalla fortezza palmarina su Visco per ricacciare indietro gli austriaci. C. giudicò quel fallito assalto – al quale seguirono lo sbandamento dei volontari e gli incendi dei villaggi vicini – la vera causa dell’avanzata dell’armata austriaca su Udine, che tra il 21 e il 22 aprile, dopo un bombardamento di poche ore e contro le stesse aspettative austriache, aprì le porte al nemico. In quei giorni C. era a Osoppo; qui dovette constatare che le sue istruzioni di fortificare la valle del Fella erano state largamente disattese. Sicché il 23 aprile il passo di Pontebba venne sfondato agevolmente, e il 25, il giorno stesso della sua partenza per Venezia, la fortezza di Osoppo, lungi dal divenire la chiave di volta dell’insurrezione dell’alto Friuli, venne stretta d’assedio, mentre tutta la regione rientrava rapidamente sotto il governo austriaco. Uscito da Osoppo, C. si portò oltre il Tagliamento. Qui si incontrò con il generale Alberto Lamarmora, il quale, prima di ripiegare sul Piave, valutò negativamente la possibilità di opporsi all’avanzata dell’esercito di Nugent. Dopo avere tentato inutilmente di dissuaderlo dal ritirarsi, C. si recò a Venezia, ove già il 2 maggio venne nominato, dal governo provvisorio di Manin, assessore del comitato di guerra; il 7 luglio 1848 divenne membro del ministero presieduto da Castelli, in qualità di ministro della guerra. Quando Manin, il 13 agosto, assunse la dittatura, lo chiamò, insieme con Graziani, a formare un triumvirato dittatoriale. Come triumviro si impegnò con assoluto rigore nella difesa della città lagunare, contribuendo tra l’altro a creare, nel novembre 1848, la legione friulana, coi superstiti difensori di Osoppo e Palmanova. Grazie alla sua opera organizzativa, alla fine del 1848 l’esercito veneziano poteva contare su quasi ventimila uomini. A causa della forte opposizione dei circoli veneziani di democratici e mazziniani al governo dittatoriale, meditò nel febbraio del 1849 – distogliendosene però ben presto – un colpo di stato, sicuro di avere dalla sua parte i militari e gran parte della popolazione di Venezia. Dopo la caduta di Marghera, la situazione veneziana precipitò e, su richiesta di Manin, C., che nel frattempo era stato nominato generale d’artiglieria, accettò nell’agosto del 1849 di condurre le trattative per la resa, che portarono alla capitolazione del 22 agosto. La correttezza con cui C. si portò in quella circostanza non gli evitò l’accusa di connivenza col nemico. Gli venne fatta colpa, tra l’altro, non essendo stato incluso nella lista di proscrizione austriaca, di essere rientrato indisturbato nel suo paese natale, mentre Manin e molti altri avevano dovuto prendere la via dell’esilio. La polemica, nata sul giornale piemontese «Concordia» e non contrastata a dovere nemmeno dai patrioti friulani, costrinse C. a protestare a più riprese la sua buona fede e lo indusse, nei suoi ultimi anni, alla redazione dei Commentari, che videro però la stampa soltanto nel 1928. Costretto al soggiorno obbligato a Spilimbergo, avendogli l’autorità austriaca negato il passaporto per espatriare, nel 1853 assunse la direzione della costruzione della linea ferroviaria Nebresina-Lubiana, che lasciò nel 1856. Morì a Spilimbergo il 16 luglio 1858.

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Bibliografia

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