CORRADO DA UDINE

CORRADO DA UDINE

notaio

Nella penuria di atti privati udinesi della fine del Duecento si segnala indirettamente in un documento pubblico del 1298, ossia nelle note del camerario della città, l’esistenza di un maestro C. notaio, rogatario di un istrumento relativo all’aggio su un prestito contratto dal comune. Il professionista, che viveva in un ambiente nel quale operavano ormai parecchi notai, anche di provenienze diverse, alcuni impegnati nelle cancellerie vuoi patriarcali vuoi comunali, doveva godere di un certo prestigio se l’anno successivo insieme con tale Giacomo Bucia era incaricato dal comune di recarsi a Gemona con gl’inviati di Cividale per comporre un dissidio fra i di Prampero e la comunità del luogo. Erano anni quelli nei quali le cittadine del territorio, pesando più di prima nella politica del patriarcato, si destreggiavano fra le rivalità feudali, il conte di Gorizia e la potenza torriana, anche se in quel momento il patriarca Raimondo si avviava al tramonto. C., sottoscrivendosi «imperiali auctoritate notarius», risulta estensore del verbale della seduta del parlamento tenutosi in Aquileia (8 aprile 1299), seduta nella quale si riconoscevano antichi privilegi agli abitanti della Carnia. A Gorizia il 25 giugno successivo il notaio Osvaldo Pitta registrava un reclamo di Enrico conte di Gorizia, in qualità di capitano generale del patriarcato, nei confronti di Vizimano da Flagogna pievano di Buia, il quale aveva estorto denaro al notaio C. da Udine. Due giorni prima Bonifacio VIII aveva nominato patriarca Pietro da Ferentino, cassando ovviamente l’elezione di Corrado di Slesia del 5 marzo da parte del capitolo di Aquileia consenziente con il conte di Gorizia. ... leggi La scomparsa di Corrado per qualche anno dai documenti pubblici potrebbe derivare da una epurazione di lui come elemento non gradito? Quattro anni dopo, ormai sotto Ottobono, il cancelliere Alberghetto Vandoli, in atti processuali celebrati davanti al vicario patriarcale nel castello di Udine, avrebbe ricordato C. come testimone subito dopo i prelati e primo di tutti i laici, compreso il cancelliere patriarcale Meglioranza da Thiene. La sua presenza nella curia, dove si detenevano le leve giudiziarie, indica se non altro, un interesse per un ambito nel quale però sembra che Corrado non abbia avuto grande successo. In quel periodo non doveva essere più giovanissimo, dato che nel 1309 si ricorda l’esistenza di un suo figlio Nicolò notaio in Udine. Dell’attività professionale, essendo scomparsi i suoi rogiti, restano soltanto memorie: un testamento di Dietrico da Udine del 7 settembre 1301 e l’atto di rinuncia dei signori di Duino all’abate di Belligna circa il diritto di avvocazia in Stayndorf (1° gennaio 1314). Nel dicembre del 1318 il notaio ricorreva al collega Meglioranza per farsi redigere la richiesta di restituzione di usure su un prestito di cinque marche da donna Flora vedova di Stefano detto Barbino. Sembra questa l’ultima traccia da lui lasciata a Udine.

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Bibliografia

ASU, NA, Alberghetto Vandoli, 5118/3.

P. PASCHINI, Il patriarcato di Pietro Gera (1299-1301), «MSF», 21 (1925 = 1971), 78-79; LEICHT, Parlamento, XXXVII, 35; XLI, 35-36; P. SOMEDA DE MARCO, Notariato, 37; ZENAROLA PASTORE, Atti, 96; SCALON, Libri, 38-39, n° 102; GIANESINI, Camerari (1297-1301), 19, 74.

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