DE SANTI FILIPPO

DE SANTI FILIPPO

scultore

Immagine del soggetto

Lastra anteriore dell'Arca del beato Odorico: dietro il sudario del defunto figurano il patriarca Pagano della Torre, il gastaldo di Udine, tre frati e un laico di discussa identificazione (Udine, chiesa della Madonna del Carmine).

Di F. De S., scultore veneziano, ci sono pervenute soltanto una scarna notizia d’archivio, attestante che in data 1° giugno 1334 era inflitta una pena a «Philipus taiapietra de Sanctis de confinio S. Pantaleonis» nella città lagunare, per non aver consegnato in tempo delle pietre ai patroni dell’Arsenale, ed una sola opera documentata, l’Arca del beato Odorico già nella chiesa di S. Francesco di Udine, ora in S. Maria del Carmine. Per dare onorevole sepoltura al francescano missionario Odorico da Pordenone, morto in odore di santità nel proprio convento di Udine il 14 gennaio 1331 dopo un lungo viaggio in Oriente, il comune incarica infatti lo scultore: l’arca è già terminata nel settembre del 1331, quando la si trasporta da Aquileia a Udine, anche se accoglie con solenni festeggiamenti le spoglie del beato soltanto nel maggio dell’anno successivo – le spese, registrate dal camerario della città in un Quaderno, oggi perduto, vennero ricopiate nel XVIII secolo da D. Ongaro. Nel 1771 i minori permutano il proprio convento con quello dei carmelitani, trasportando in S. Maria del Carmine il prezioso sarcofago, che quivi è smembrato e ridotto ad altare. Per assistere alla ricomposizione dell’arca si dovrà attendere il 1931, nell’ambito delle celebrazioni per il sesto centenario della morte del beato. L’arca di Odorico costituisce il primo esempio di scultura gotica veneziana in Udine. Nella facciata anteriore, fra due specchiature di alabastro ondeggiante, è inserita una composizione quadrangolare in marmo bianco divisa in due parti diseguali: in quella superiore di maggiori dimensioni è raffigurata la riesumazione del corpo di Odorico, disteso su un lenzuolo sorretto ai lati da due angeli, mentre alla scena assistono tre francescani e altri tre personaggi; la parte inferiore, divisa a sua volta in tre formelle, rappresenta al centro a mezza figura Odorico che sorregge due bandiere, sotto le quali compaiono due stemmi – l’insegna del patriarca Pagano della Torre e quella, oggi non più leggibile, dell’ordine francescano – mentre nelle formelle laterali sono inseriti due angeli oranti a mezzobusto. ... leggi Anche nella facciata posteriore il bassorilievo marmoreo centrale è inquadrato da due specchiature alabastrine; vi è raffigurata la scena della predica di Odorico ai fedeli, dominata nella parte destra dalla figura del beato in atto di rivolgere le sue parole, ispirate da un angelo, ad una folla di pellegrini tra i quali si riconoscono un francescano, cavalieri dai tratti somatici orientali, storpi che connotano la rappresentazione di un dolente realismo lontano da ogni intento idealizzante. Il sarcofago è corredato inoltre da sei figure angolari. La facciata anteriore è inquadrata a sinistra da san Francesco e a destra da una santa martire, entrambe sorrette sul retro da una semicolonnina tortile rivolta verso la faccia laterale dell’arca. Nella facciata posteriore invece, la Vergine annunciata a sinistra e l’Angelo annunciante a destra non poggiano su colonnine, ma formano ciascuna un angolo retto con un’altra figura verso la faccia laterale del sarcofago: alla Madonna fa riscontro san Ludovico da Tolosa e all’angelo un santo francescano oggi mutilo della palma del martirio, descritta da Giuseppe Venni, che ne ha permesso l’identificazione con il beato Tommaso da Tolentino, martirizzato in India nel 1321 e del quale Odorico raccolse pochi anni dopo le spoglie descrivendone al ritorno la morte. Dal punto di vista della tipologia, il sarcofago di Odorico è esemplificativo del monumento funerario veneziano adottato nei primi decenni del Trecento per le reliquie e i corpi dei santi (anche se alcuni motivi iconografici ritornano parimenti nelle tombe gentilizie): sostegno su colonne, cornice superiore aggettante e fogliata, cornice dentellata che delimita superiormente e inferiormente le fronti, facciate anteriore e posteriore decorate da una formella centrale a rilievo affiancata da specchi marmorei privi di decorazione scultorea come quelli delle facce laterali, colonnine tortili o figure di santi agli spigoli del sarcofago dove ricorre frequentemente il motivo iconografico dell’Annunciazione. Per quanto riguarda la fortuna critica dell’arca odoriciana, essa ha ricevuto l’attenzione degli studiosi sin dal XVIII secolo: padre Basilio Asquini ne forniva la prima descrizione, mentre il Venni attribuiva con esattezza la realizzazione del manufatto all’artista veneziano, pur senza indicarne la fonte. Nel secolo successivo, la paternità dell’opera era avvalorata da Teofilo Domenichelli con la parziale pubblicazione delle spese sostenute dal comune di Udine per la sepoltura di Odorico e la realizzazione dell’arca, documenti di cui Giuseppe Vale avrebbe prodotto in seguito la trascrizione completa. Nel secondo decennio del Novecento il sarcofago era oggetto di studi approfonditi da parte di Leone Planiscig, che precisava la matrice lagunare dell’opera confrontando la figura del beato nella scena della Riesumazione con il san Simeone giacente dell’omonima chiesa veneziana ed evidenziava «elementi di scuola pisana» dedotti dal confronto tra la Predica di Odorico ai fedeli e il rilievo del Giudizio universale del pulpito di S. Andrea a Pistoia realizzato da Giovanni Pisano; qualche anno dopo l’autore sottolineava inoltre anche rapporti stilistici con la plastica senese. Altri studiosi ribadivano poi la familiarità dell’artista con la scultura toscana, mentre Zovatto rilevava somiglianze con opere locali quali la Madonna del Museo di Portogruaro e l’Arca delle Quattro Vergini di Aquileia. In seguito invece Wolters, negando rapporti diretti con le opere senesi, ha evidenziato il pieno inserimento del sarcofago odoriciano «nell’ambito della tradizione veneziana» e individuato affinità con la Tomba del vescovo Castellano Salomone nel duomo di Treviso, proponendo inoltre l’intervento di un collaboratore in alcune figure dell’arca. Anche per la Walcher «quel tanto di ‘senesismo’ che si è voluto individuare a tratti nelle sculture di questo complesso (che ovviamente avrà visto più collaboratori accanto al maestro) è troppo generico per dedurne un contatto diretto con opere toscane (e magari di Giovanni Pisano): si tratta semmai di singoli stilemi già filtrati dall’arte veneta, ma non di riprese di prima mano». Secondo la studiosa è assai improbabile che Filippo abbia potuto vedere direttamente il pulpito di Pistoia, mentre è ben credibile che lo scultore sia venuto in contatto con opere vicine ad esso e con artisti che avevano lavorato accanto a Giovanni Pisano, se si accetta l’ipotesi formulata da Decio Gioseffi che F. e Andriolo De Santi si siano «formati in Bologna durante il soggiorno bolognese di Giovanni di Balduccio e nell’ambito dell’impresa interminabile – avviata da Nicola Pisano – dell’Arca di S. Domenico». La Walcher ha precisato inoltre che il gruppo di pellegrini di fronte al beato nel rilievo della Predica riprende puntualmente gli schemi di certe miniature veneziane contemporanee – quali in particolare il san Teodoro e confratelli della Mariegola di S. Teodoro, opera realizzata dalla bottega di Paolo Veneziano fra il terzo e il quarto decennio del Trecento – sottolineando dunque come nel sarcofago odoriciano la componente pisana dello scultore si sostanzi con precisi rimandi alla produzione artistica lagunare coeva. Il toscanismo di F., ben informato della scultura senese ed orvietana degli anni Venti, è invece nuovamente evidenziato da Tigler. Essendo nota la provenienza di F. da Venezia, la critica ha finora sostenuto che il sarcofago odoriciano venne realizzato nella città lagunare; tuttavia, le uscite registrate dal camerario di Udine non escludono che egli abbia eseguito il manufatto ad Aquileia, dove aveva forse una bottega: nel settembre 1331 sono infatti rimborsate le spese sostenute da un certo Manfeo «qui missus fuit Venecias super facto dicte arche» (presumibilmente per saldare il pagamento dell’opera allo scultore, che risiedeva in città) e dallo stesso camerario «pro conducturis dicte archae ab Aquilegia Utinum». Va inoltre ricordato che il camerario, nello stesso settembre 1331, registrava le spese sostenute dal suddetto Manfeo, dall’orefice Aulino e dal notaio Cisco «missis Aquilegiam de mandato domini gastaldionis et consilii ad extimandum que archa sit nobilior an virginum de Aquilegia, an fratris Odorlici». Ora, se le affinità tra il sarcofago odoriciano e l’Arca delle Quattro Vergini hanno fatto in passato riferire anche quest’ultima alla bottega di F., Wolters ha invece evidenziato che l’attribuzione «può basarsi su non pochi punti in comune con i rilievi della tomba udinese, ma vi parlano a sfavore palesi differenze stilistiche, di notevole peso». L’Arca delle Quattro Vergini e il Sarcofago dei Canziani, opere stilisticamente simili conservate nella basilica di Aquileia, potrebbero costituire il prodotto di una bottega locale, forse diretta da Andriolo De Santi, concorrente con quella di F., dato che spiegherebbe il confronto richiesto espressamente dal comune di Udine per individuare l’arca “nobilior”. Recentemente, è stata avanzata da chi scrive un’ipotesi di interpretazione iconografica del sarcofago, il cui programma fu dettato con ogni probabilità dai minori udinesi, quale esaltazione degli ideali di povertà e disprezzo dei beni mondani ribaditi nella regola francescana, in un momento storico di drammatico conflitto tra l’ordine e il pontefice. Sulla base del raffronto con l’arca udinese, allo scultore sono stati convincentemente assegnati una Annunciazione, resto di una tomba nella cappella Brenzoni della chiesa veronese di S. Fermo, ed un Angelo annunziante in collezione privata a Firenze; altre attribuzioni proposte in passato, quali la Tomba di san Nazario nel duomo di Capodistria e il cornicione dell’Arca del beato Bertrando nel duomo di Udine, sono state smentite dagli studi successivi.

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Bibliografia

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