TORRE (DELLA) PAGANO

TORRE (DELLA) PAGANO (? - 1332)

patriarca di Aquileia

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Il patriarca Pagano della Torre, particolare dell’Arca del beato Odorico di Filippo De Santi (Udine, chiesa di S. Maria del Carmine).

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Coperta dell'Evangeliario di San Marco con l'aquila patriarcale e lo stemma della famiglia Torriana (Venezia, Tesoro della basilica di S. Marco).

Nacque probabilmente dopo la metà del XIII secolo, in Lombardia, da Caverna, fratello di Napoleone, signore di Milano, e di Raimondo, futuro patriarca d’Aquileia. In Friuli si rifugiò dopo che i della Torre persero la signoria milanese, nel 1277. Lo zio presule favorì la carriera ecclesiastica di P., che entrò nel potente capitolo d’Aquileia, di cui fu, in successione, “scolastico” (1282-1284), tesoriere (1290-1293) e decano (1296). Dopo la morte di Raimondo della Torre (1299) e del successore Pietro da Ferentino (1301), il capitolo della cattedrale lo elesse quasi all’unanimità patriarca. Ma Bonifacio VIII aveva avocato a sé la nomina dei presuli d’Aquileia; perciò, nonostante le richieste di conferma da parte di Pagano, che a tale scopo si era recato a Roma, nel 1302 il papa nominò alla sede aquileiese Ottobono dei Razzi e P. a quella di Padova, suffraganea della prima. Qui egli partecipò intensamente alle vicende politiche, culturali e spirituali della città e della diocesi. Fra il 1309 e il 1314 guidò le truppe padovane, prima contro i Veneziani, poi contro i Veronesi, dalle minacce dei quali successivamente organizzò la difesa di Padova; quindi cercò di frenare le violenze intestine della città. Con lui cancelliere dell’università (in quanto presule) fu presente ad una laurea il medico Mondino da Cividale; a lui furono legati il poeta e maestro di logica Pace dal Friuli ed Albertino Mussato, che insieme al rettore dell’università egli incoronò poeta nel 1315. Proprio il Mussato gli dedicò le opere De gestis Italicorum post mortem Henrici VII Caesaris e De lite inter naturam et fortunam. In ambito religioso, P. fondò un monastero di convertite; fece ricostruire una parte del palazzo vescovile; contro le intromissioni del clero regolare, difese l’esercizio della cura d’anime da parte di quello secolare; rivendicò il tradizionale secondo posto (dopo il patriarca) al concilio provinciale del 1309. Nel frattempo, i suoi parenti riacquistarono e di nuovo persero la signoria di Milano (1302-1311), fatto che determinò un altro esilio di Torriani ed altri Lombardi, questa volta a Padova. ... leggi Nel 1318, dopo la morte del patriarca d’Aquileia Gastone della Torre, suo nipote, P. fu inviato da Giovanni XXII in Friuli, perché l’amministrasse nello spirituale e nel temporale; il 23 marzo 1319 il papa lo nominò patriarca. Ma solo l’anno successivo egli ricevette il pallio dalle mani di Artico di Castello, vescovo di Concordia, e nel marzo ne informò il papa, specificando di avere pronunciato il giuramento di fedeltà ed obbedienza a lui e relativamente all’assunzione degli obblighi del suo ufficio. Quando il presule si portò in Friuli, affluì nel patriarcato buona parte dei suoi collaboratori padovani e dei Lombardi che si erano rifugiati presso di lui. Un’ulteriore emigrazione lombarda si ebbe dopo il 1324, in seguito ai rovesci militari subiti dalle forze guelfe nella nuova guerra contro i Visconti, alla quale partecipò anche il patriarca, con truppe e finanziamenti friulani (1323-1326): una crociata condotta sotto la guida del cardinale legato Bertrando del Poggetto. Questa sfortunata impresa contribuì ad aggravare l’indebitamento dello Stato e della Chiesa d’Aquileia, anche con la curia avignonese che reclamava quanto le spettava per la concessione del seggio patriarchino a P. e al suo predecessore. Ancora prima di partire per la Lombardia (1322), il presule aveva ottenuto dal pontefice l’autorizzazione a dare beni mobili ed immobili della sua Chiesa, in garanzia di un prestito contratto per pagare quanto dovuto ad Avignone. Sempre per problemi di debiti, dopo il ritorno in Friuli P. fu colpito dalla scomunica e costretto a chiedere un prestito ai suoi feudatari Ermanno di Luincis e Savorgnan, dando in pegno una mitra e dei libri, recuperati solo nel 1338 dal successore, Bertrando di Saint-Geniès. Nonostante la lunga assenza del patriarca per la guerra in Lombardia e nonostante i problemi finanziari, sotto di lui il Friuli godette di un periodo di prosperità e relativa calma, sia per le capacità di P., sia per l’esperienza e la compattezza dei suoi collaboratori, sia per il saggio governo della contessa di Gorizia, Beatrice della Torre, vedova dal 1323 e reggente per il figlio minorenne. Forse all’inizio degli anni Venti il presule ospitò alla sua corte il poeta Pace, ma non Dante, che mai soggiornò in Friuli. Per il 1329, si ha notizia di un tentativo fallito di ottenere dal pontefice l’istituzione di un’università a Cividale, nel quale tuttavia s’ignora il ruolo svolto dal presule. Quanto al governo, quello di P. fu energico e lungimirante: egli provvide alla fortificazione del Friuli ed accrebbe l’autorità del parlamento, promuovendone riunioni frequenti ed appoggiandosi al consiglio, partecipe delle decisioni politiche di maggiore rilevanza. Rafforzò l’evoluzione del parlamento verso una partecipazione stabile al governo, visibile già dall’inizio del Trecento e favorita dalle vacanze di sede. Inoltre P. sostenne lo sviluppo economico del principato con la crescita di Udine, l’estrazione mineraria in Carnia (1328), la sicurezza delle strade, la protezione dei mercanti tedeschi (1331), la concessione del mercato a Monfalcone (1332). Ma proprio in quegli anni le città istriane di Pola e Valle si diedero a Venezia. L’attività dei vicari patriarcali Giovanni da Osenago, abate di Rosazzo e Pietro Mora da Milano è largamente attestata da protocolli del cancelliere Gubertino da Novate (1328-1332). In questi è visibile uno stabilizzarsi della curia e della cancelleria a Udine, dove, nel castello, fu redatta più della metà degli atti pubblicati o regestati da G. Silano (156). Seguono, con il 20%, i documenti rogati a Cividale, poi, a buona distanza, quelli con la data topica di Aquileia, nei palazzi patriarcali. Tuttavia nell’attività registrata nei protocolli di Gubertino il presule compare raramente e quasi sempre nel castello di Udine. Per quello che riguarda l’attività religiosa, le notizie non sono numerose, ma significative. All’inizio del 1319, quand’era ancora amministratore patriarcale, il presule incaricò il suo vicario frate Giovanni, allora abate del monastero di Carrara (nella diocesi di Padova), di compiere la visita canonica alla chiesa, al preposito e ai canonici del capitolo di S. Pietro in Carnia. L’iniziativa si era resa necessaria a causa di una lite scoppiata fra il preposito, Manno Capponi, che abitava a Cividale, e i canonici, i quali gli rimproveravano soprattutto l’inottemperanza dell’obbligo di residenza presso la chiesa. L’accurata visita del vicario portò alla luce una serie di deviazioni ed omissioni, che P. dispose di correggere tempestivamente. Innanzitutto, ribadì il dovere della residenza, sia per il preposito, sia per i canonici: secondo l’uso locale, alternativamente, ogni settimana, due di loro avrebbero prestato i servizi liturgici presso la pieve, eretta su di un monte, mentre gli altri avrebbero celebrato per i laici dei villaggi del fondovalle. Furono date disposizioni precise nei confronti di due canonici concubinari; contro le richieste ingiustificate del preposito, furono confermati i diritti del capitolo relativamente alla gestione economica (riscossione delle prebende, decisione di vendere o affittare le decime), e il diritto dello stesso di tenere tribunale di prima istanza, sul territorio della pieve, nelle materie di carattere religioso (placito di cristianità). Altre disposizioni confermano lo scrupolo del visitatore e la problematicità dell’indagine: P. ordinò anche di riedificare i muri del cimitero della chiesa, per garantirne la protezione e la dignità, e rimandò ad ulteriori, specifiche indagini l’accusa di elezione simoniaca gettata sul preposito. Dieci anni dopo, il patriarca, in seguito ad una visita compiuta dal suo inviato Guglielmo da Cremona, decano d’Aquileia, riformò la disciplina e le finanze del capitolo della cattedrale di Verona, soggetto non al vescovo della stessa città, ma al patriarca, capo della provincia ecclesiastica che si estendeva dalla Lombardia all’Istria. Modesta, invece, la riforma che riguardò, nello stesso periodo, il capitolo di Udine: il presule stabilì che i frutti del primo anno delle prebende rimaste vacanti fossero devoluti ai membri del capitolo stesso, a beneficio dell’anima del defunto, per la quale i confratelli avrebbero pregato. Sono attestati due sinodi diocesani, l’uno del dicembre del 1319, l’altro di dieci anni dopo (1329). Non se ne conoscono contenuti dottrinari, liturgici o pastorali, bensì solo la decisione d’imporre a tutti gli enti ecclesiastici e monastici e alle pievi della diocesi d’Aquileia, il versamento di un sussidio perché P. potesse pagare alla curia papale sia quanto dovutole in occasione della sua elezione a patriarca d’Aquileia, sia i debiti, ancora sussistenti, dei suoi predecessori Ottobono Razzi e Gastone della Torre. Il sussidio doveva essere versato in due rate: la prima entro la festa della purificazione della Vergine (2 febbraio), la seconda entro S. Giorgio (23 aprile). Nel 1329 il presule ordinò una nuova imposta straordinaria al clero e ai religiosi, per il versamento della provvisione annua al legato papale in Italia. Il tesoriere patriarcale Rinaldo della Torre, il decano del capitolo di Cividale, l’abate di Rosazzo, vicario di P., e il canonico di Udine Meglioranza da Thiene avrebbero suddiviso l’imposizione, secondo gl’introiti di enti e persone. Nel febbraio del 1330 fu presentato l’elenco dei contribuenti, che comprendeva, nella parte italiana della diocesi, sette fra capitoli e prepositure, sei monasteri benedettini (tra maschili e femminili), alcuni detentori d’importanti prebende ecclesiastiche (come gli arcidiaconi d’Aquileia, della Carnia e del Cadore) e più di cinquanta chiese, in massima parte pievi. L’elenco dei contribuenti era seguito da quello degli esenti: i sei maggiori ospedali/ospizi del Friuli, posti su grandi vie di traffico o in prossimità di esse ed affidati ad ordini religiosi, specializzati in attività caritative. La stima del contributo, posta a fianco del nome di ciascun ente o persona (anche degli esenti), offre informazioni analitiche sulle rispettive capacità contributive e consente confronti e graduatorie di rendite e redditi. La parte che riguarda le pievi costituisce il terzo elenco delle chiese matrici friulane nella diocesi aquileiese, dopo quelli del 1247 e del 1296, e dà notizie sia sulla loro consistenza economica nel 1330, sia sugli eventuali cambiamenti di posizione, in una graduatoria della capacità contributiva. Inoltre, il confronto fra gli elenchi delle pievi informa sulle incorporazioni di alcune chiese battesimali ad importanti enti monastici o ecclesiastici. Nel 1331 P. fu coinvolto nel culto tributato al francescano Odorico da Pordenone, morto quell’anno in fama di santità, ed istituì una commissione per l’esame dei miracoli attribuitigli. Per il frate fece costruire da Filippo De Santi un bel sarcofago gotico (1331-1332), degno sepolcro che dal 1930 è ospitato nella chiesa del Carmine di Udine. Tra il 1296 e il 1330 il francescano aveva compiuto due lunghi viaggi missionari in Asia, di cui, una volta tornato in Italia, a Padova, aveva dettato una vivace narrazione, che lo rese celebre. Dopo la sua morte, avvenuta il 14 gennaio 1331 a Udine, nel convento di S. Francesco, la salma rimase esposta alla devozione popolare, nella medesima chiesa, per quattro giorni. Anche P. la visitò, come moltissimi uomini e donne, castellani con le famiglie, abitanti di città e villaggi giunti in processione, con croci e vessilli. Schiere di flagellanti arrivarono da tutto il Friuli e dalla Carnia, cantando le lodi di Dio e del santo. Anche le monache benedettine di Cividale e di Aquileia, guidate dalle rispettive badesse, raggiunsero, a piedi, le spoglie di Odorico. Tutti volevano vederle e toccarle e tanti procurarsi una reliquia, magari strappandogli capelli e barba. Si raccontava che, nel periodo intercorso fra la morte e i funerali, si fossero verificati diversi miracoli. Lo stesso anno, nell’ambito del Patriarcato, contro un culto superstizioso fu compiuta una crociata, organizzata e predicata dal frate Francesco da Chioggia, inquisitore a Venezia, Treviso, Verona e in Friuli. La spedizione, partita da Cividale, raggiunse Caporetto, dove un albero fu sradicato e fu ostruita con delle pietre una fonte, l’uno e l’altra oggetto di culto da parte di molti Slavi. Non si ha notizia di un coinvolgimento del presule. Come non se ne ha sulla nascita ed il rafforzamento di alcune confraternite udinesi: quella dei “buoni uomini” del borgo di Grazzano (ne è pervenuto lo statuto, del 1321), e quelle di S. Pietro martire e della Beata Vergine dei macellai, promosse dai domenicani, le quali fra il 1322 e il 1326 ottennero alcune indulgenze. P. morì nella notte fra il 18 e il 19 dicembre del 1332 a Udine. Soltanto il giorno dopo, il nobile Gerardo di Cucagna, a nome di tutti i suoi, chiese ai nipoti del patriarca di riconoscergli i crediti che vantava nei confronti del defunto, tanto che poté sequestrare della mobilia della sua camera da letto. Durante il trasporto della salma ad Aquileia, il corteo funebre fu assalito e depredato. I resti del patriarca riposano nella cattedrale, nella cappella di famiglia, in un’arca anepigrafa. Durante il governo di P., la presenza e la potenza dei Lombardi in generale, e dei Torriani in particolare, si rafforzarono molto. Secondo Battistella, in tredici anni più di cinquanta uomini, fra parenti e conterranei, occuparono cariche civili o ecclesiastiche. Infatti, come i coevi signori dell’Italia centro-settentrionale, il presule favorì i propri familiari, ma il problema della continuità dinastica, impossibile in un principato ecclesiastico, doveva rendere effimero questo consolidamento dello Stato patriarchino. P. sostenne anche i Savorgnan e si appoggiò ad essi, come quando concesse in feudo a Federico il castello di Osoppo (1328). Contemporaneamente, egli condusse una politica interna di pacificazione tra famiglie e fazioni friulane in lotta, promuovendo tregue e conciliazioni, sia prima, sia dopo la spedizione in Lombardia. Così come, negli ultimi anni del suo governo, stipulò una pace con i da Camino e un’alleanza con i della Scala (1330-1331), che integrava quella con la contessa di Gorizia. Franceschino della Torre fu marchese d’Istria (1319, 1328, al posto del patriarca, che deteneva il titolo), Guglielmo gastaldo di Cividale (1319-1320), Napino di Udine (1324-1327), Carlevario della Carnia e Mauriziolo di San Vito; Federico capitano di Gemona (1326-1327, 1329 e 1332), Pancera di Monfalcone, Raimondo ed Antoniolo di Tolmino. Fra altri Lombardi ancora si trovano: due capitani di Gemona, uno d’Artegna e di San Stino e due vicecapitani di Gemona; un podestà d’Aquileia; tre gastaldi di Udine (1320-1322, 1328-1332), uno, rispettivamente, a Cividale, Antro, San Daniele, San Vito ed Aviano. Udine, sede della più forte residenza patriarchina, con il castello posto in cima al colle, fu controllata da gastaldi fedelissimi a P. si può dire senza interruzione per tutto il suo governo e una buona custodia era esercitata anche su Gemona, la terza città del Friuli. Ermacora della Torre ricevette il fortilizio di Castellutto, Moschino un feudo d’abitanza nel castello di Udine; nella Destra Tagliamento, Francesco e Carlevario il feudo di Castelnovo; Montino un manso a San Giovanni di Casarsa; Guecellone un feudo a Meduna ed Almerico uno d’abitanza nel medesimo castello, importante caposaldo sul Livenza, al confine con il Trevigiano; Carlevario fu comandante dell’esercito patriarcale nel 1331. Capitani e gastaldi restavano al di fuori delle relazioni feudali, i cui termini comunque tendevano ad assorbire, in buona parte, anche quelle politiche ed economiche. Essi percepivano le tasse, custodivano la pace e giudicavano le cause civili e criminali; nelle città, presiedevano le deliberazioni comunali ed applicavano le leggi imposte al comune o da esso stabilite; dovevano tutelare i buoni rapporti fra patriarca e città. Tanto più che i presuli guelfi favorirono lo sviluppo dei centri urbani, sia per cercare di contrapporli alla nobiltà riottosa, sia per accrescere lo sviluppo commerciale e la ricchezza dello Stato. Appartenenti all’ordine ecclesiastico, e in buona posizione per proseguire la carriera (ma talvolta anche con incarichi militari), erano i della Torre: innanzitutto Rinaldo, tesoriere patriarcale, canonico d’Aquileia e di Cividale, e i suoi successori Ludovico (il futuro patriarca) e Giovannino, canonici della cattedrale anch’essi, come Francesco, Carlevario, Ambrosino, Paganino (fratello di Giovannino), Lombardino, promosso vescovo di Vercelli, e Alemannino, che gli succedette nel canonicato; i canonici di Cividale Filippone, preposito, Tiberio, che fu eletto vescovo di Tortona, e Febusino; Francesco, già visto, anche preposito di Sant’Odorico al Tagliamento; Giovanni, pievano d’Artegna. Fra i loro conterranei lombardi, altri cinque canonici di Aquileia (tra i quali il decano, Guglielmo di Enrigino da Cremona, dottore in decreti) e due di Cividale, un abate di Rosazzo, un pievano di Aviano e uno di Flambro, un vicario (vice pievano) di San Daniele, e, infine, i due vicari patriarcali già ricordati: Giovanni da Osenago e Pietro Mora. Nel 1322 il canonico d’Aquileia Berofino Giroldi da Cremona, come procuratore del vescovo di Vicenza, compì la visita alla cattedrale, a cui quegli era tenuto, in quanto suffraganeo del patriarca: inginocchiatosi davanti all’altar maggiore lo baciò e depose su di esso un’offerta. Dall’elenco dei partecipanti ad una riunione del capitolo d’Aquileia, nel 1331, si vede come nel principale ente ecclesiastico del patriarcato, il clero locale non fosse più rappresentativo, ma fosse stato ridotto in minoranza dai Lombardi. Molti altri loro conterranei costituivano una presenza di cultura, di potere e di servizio, diffusa e costante: innanzitutto tre cancellieri; quindi notai ad Aquileia e a Udine, medici, un dottore in leggi, un maestro delle scuole di Udine; cursori, cappellani, uno scriba, un cubiculario, un siniscalco, un canipario e un camerario, dei procuratori del patriarca (sia chierici, sia laici), e suoi familiari e domicelli; servi di masnada ed altri domestici di suoi parenti. La presenza di Lombardi, ed in particolare di Torriani, spicca anche fra i testimoni di una scelta di 156 atti raccolti in protocolli da Gubertino da Novate, relativi agli anni fra il 1328 e il 1332: infatti essi compaiono in più del 60% dei documenti, in quanto ecclesiastici, nobili o servitori del patriarca. Come si è visto, pure la cancelleria patriarcale era dominata da personalità forestiere. Si tratta dei notai lombardi Gabriele fu Enrigino da Cremona, già cancelliere a Padova negli anni 1306-1314; Eusebio di Iacopo da Romagnano e Giovanni Gubertino di Ressonado da Novate, il più longevo; assieme a loro, Meglioranza fu Chiarello da Thiene, canonico di Udine e più volte collettore della decima papale. Unico “aquileiese”, Maffeo fu Biagio. Eusebio era canonico d’Aquileia, come il celebre fratello di Gabriele, Guglielmo, decano dello stesso capitolo. È evidente la contiguità, sotto P., fra il presule e la cancelleria, da una parte, e il capitolo della cattedrale, dall’altra. I cancellieri costituivano un importante elemento di continuità fra i governi patriarcali. La vicenda più notevole fu quella di Gubertino da Novate, la cui attività è attestata dal 1328 al 1370, quindi sotto cinque patriarchi: oltre a P., Bertrando di Saint-Geniès, Nicolò di Lussemburgo, Ludovico della Torre e Marquardo di Randeck. S’ignora se Gubertino fosse già al seguito del presule Torriano nel 1318, o se lo seguisse in Friuli dopo la spedizione in Lombardia; né si sa se egli si fosse sottoposto ad una sorta di apprendistato presso la curia patriarchina. I numerosi protocolli pervenuti fino a noi mostrano la vastità e la complessità dei compiti della cancelleria, che rifletteva ed esprimeva la vastità dei territori sottoposti, soprattutto nello spirituale, ai patriarchi d’Aquileia, e l’intreccio dei loro poteri di principi e vescovi. I documenti protocollati consentono di seguire diversi filoni d’interesse, religioso e feudale in particolare, ma anche economico e, in senso ampio, sociale: concessioni di benefici ecclesiastici e loro permute, estimi di prebende, cessioni di decime; investiture di feudi, paci, locazioni, acquisti, cause matrimoniali, confessioni di usurai.

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Bibliografia

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