GABRIELE DI ENRIGINO DA CREMONA

GABRIELE DI ENRIGINO DA CREMONA (? - 1362)

notaio

Immagine del soggetto

Notaio rogante un testamento in una miniatura di scuola bolognese (Torino, Biblioteca nazionale, ms E. I.8).

La nascita di G. va probabilmente collocata negli anni Ottanta del Duecento. Egli ebbe almeno due fratelli: Guglielmo, che fu decano di Aquileia fra il 1307 e il 1352 e Sapere, il cui figlio, Guglielmo, divenne a sua volta canonico (1331) e poi decano del capitolo della cattedrale aquileiese (1360-1367). Va corretta dunque l’affermazione del Biasutti secondo la quale G. «ebbe un figlio, Guglielmo, che divenne decano del capitolo di Aquileia e morì nel 1316» (!). In effetti i decani di nome Guglielmo erano imparentati con G., ma ne erano il fratello e il nipote, rispettivamente. G. ebbe almeno sei figli, legittimi o naturali: Odorico (“natus”), Giovanni, Francesco, Nicolò, che nel 1341 risulta essere canonico di Udine, e Guglielmo (“natus”), anch’egli canonico di Udine nel 1343. La famiglia era di origine cremonese, ma probabilmente dovette lasciare la patria poiché legata ai della Torre milanesi, che furono sconfitti dai Visconti nella lotta per il controllo della metropoli lombarda. G., forse insieme con il fratello Guglielmo, entrò così a far parte della clientela di Pagano, vescovo di Padova dal 1302, e uno fra i maggiori rappresentanti dell’ampia consorteria familiare dei della Torre. Non è escluso che a Padova G. abbia frequentato scuole di grado superiore e forse anche di tipo universitario, come certamente fece il fratello Guglielmo, che viene ricordato come “decretorum doctor”. Di sicuro egli fu notaio e dal 1306 fu al servizio della curia del vescovo Pagano. In quell’anno inizia infatti uno dei suoi protocolli, tuttora conservati, smembrati tra la Biblioteca comunale udinese “V. Joppi” e l’Archivio capitolare di Udine. La grafia di G. è elegante e ordinata e anche il latino, senza eccessive raffinatezze, è comunque di buon livello. ... leggi La precisione e la cura nella redazione degli atti rivelano uno spirito attento ai particolari e ai dettagli, a volte sino alla minuzia. Il sodalizio iniziato nel 1306, se non prima, proseguì ininterrotto negli anni successivi, poiché G. accompagnò Pagano in Friuli durante il periodo in cui fu nominato amministratore e conservatore del patriarcato, in seguito alla morte di Gastone della Torre (1318), e vi rimase dopo l’elezione a patriarca del vescovo patavino (1319-1332). Egli entrò così a far parte del gruppo dei notai che rogavano per la curia. Si trattava di un nucleo di persone distinto per le proprie mansioni ufficiali, che seppe mantenere una buona stabilità anche al di là dei cambiamenti che si susseguivano al vertice della chiesa aquileiese, per la morte dei patriarchi, con l’incertezza e le tensioni che si generavano nei periodi di sedevacanza. Proprio la compattezza di questa élite di burocrati diede, per alcuni decenni del Trecento, una relativa solidità istituzionale e amministrativa e una certa consapevolezza ideologica alla compagine del principato ecclesiastico aquileiese. Per converso l’appartenenza a tale ristretta cerchia, favorì le fortune personali dei singoli membri: chi in direzione ecclesiastica, come Meglioranza da Thiene o Eusebio da Romagnano, che divennero canonici di Udine e di Aquileia, chi mantenendo lo “status” laico, come appunto G. da Cremona. Il nome di G. si incontra infatti sia nelle vesti di notaio di curia, nelle quali rimase attivo per tutto il patriarcato di Pagano, ma anche, sporadicamente, durante quello di Bertrando di Saint-Geniès (1334-1350), sia quale attento amministratore del patrimonio familiare, e i due aspetti non erano affatto disgiunti. I protocolli da lui redatti indicano un’attività non certo frenetica, ma costante, ben oltre ai primi anni Trenta, e soprattutto partecipe della vita di curia anche al di là dell’ufficio notarile. La posizione autorevole raggiunta ai vertici della struttura burocratica della chiesa patriarcale è testimoniata, ad esempio, per aver redatto il verbale del concilio provinciale del 1335, al quale partecipò e le cui costituzioni si sono conservate nel suo registro. In ogni caso questa sua autorevolezza traeva giovamento anche da una accorta “politica” familiare, che trovava un importante referente nella figura del fratello Guglielmo, decano di Aquileia. Spesso si vedono i due fratelli agire assieme, nell’intento di accrescere le fortune della famiglia, unendo i vantaggi complementari di essere l’uno un “officialis” di curia laico, l’altro un chierico e prelato. Entrambi inseriti nel cuore del potere della diocesi, seppero far valere al meglio le opportunità derivate dallo sfruttamento dei benefici ecclesiastici. Nei primi anni Venti riuscirono a partecipare alla gestione della ricca dotazione beneficiale riservata nel patriarcato al cardinale Pietro Colonna, impegnandosi nella riscossione dei redditi, in cambio di una quota degli utili, e riuscendo poi, in alcuni casi, a subentrare al cardinale defunto nel godimento dei benefici. È da supporre che solo grazie a una simile azione solidale (nel 1331 Guglielmo nominò suo procuratore generale il fratello), e non già con i soli compensi della sua attività notarile, G. riuscisse ad accumulare ragguardevoli quantità di denaro, che poteva ulteriormente investire, come fece nel 1322, in società col fiorentino Corso dei Bardi, per acquistare per un anno, al prezzo di 280 marche, la grazia del vino di Aquileia. Altre forme di investimento erano rappresentate dall’attività feneratizia, anch’essa documentata. Sia sotto Pagano, sia sotto Bertrando, proseguono numerosi gli atti che mostrano G. in grado di maneggiare ingenti somme di denaro, proprio, o quale fiduciario del patriarca o di altre persone. Ciò gli consentì di accrescere il proprio patrimonio, soprattutto a Udine, dove sono attestate sue case di proprietà. G. dettò le proprie ultime volontà il 30 gennaio 1355, designando di essere sepolto presso i frati minori e lasciando eredi in parti eguali i figli, ma sopravvisse ad alcuni di loro. L’anno successivo era infatti presente al testamento del figlio Odorico, ormai detto “de Utino” a conferma di un radicamento definitivo della famiglia in Friuli. Nell’indicare la chiesa di S. Francesco come luogo di sepoltura, Odorico disponeva un legato per la celebrazione del suo anniversario e per quello dello zio paterno Guglielmo: la solidarietà familiare proseguiva così oltre la soglia della morte. G. morì il 12 novembre 1362 e il suo nome fu inserito nell’obituario di S. Francesco di Udine.

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Bibliografia

Ms BCU, Principale, 1475, I-II (in parte edito in BIANCHI, Documenti al 1332); ms BCU, Principale, Obituario di S. Francesco, 1361, II/3, 42; ACU, BINI, Varia pathriarcalia Aquilejensia in particulari: 1 (LXVII), f. 195-212; ACU, Raccolta I (1200-1343), f. 62-93; ACU, Pergamene, VII, 30.

BATTISTELLA, Lombardi, 75; BIASUTTI, Cancellieri, 39; P. POSENATO, Dottori e studenti del primo Trecento a Padova. Dai rogiti del notaio Cremonese Gabriele fu Enrigino, «Quaderni per la storia dell’Università di Padova», 3 (1970), 31-89: 31-33; ID., Chierici ordinati a Padova agli inizi del Trecento, «Fonti e ricerche di storia ecclesiastica padovana», 5 (1973), 37-68: 37-39; ZENAROLA PASTORE, Atti, 80, 89-104, 131, 132, 136, 139, 160, 186; TILATTI, I protocolli di Gabriele da Cremona.

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