CASTELLO (DI) ARTICO

CASTELLO (DI) ARTICO (? - 1331)

giurista, scolastico, vescovo di Concordia

La prima testimonianza documentaria di questo ecclesiastico risale al 1306, quando A. si arrende al patriarca Ottobono, decretando il fallimento della politica filo-caminese della sua famiglia in Friuli. Questa data segna l’inizio dell’ascesa del giovane che in poco meno di dieci anni assume a pieno titolo la guida del casato, riavvicinandolo al principato ecclesiastico: nel biennio 1309-1310 A. svolge un ruolo importante nello scontro con Rizzardo da Camino, impegnandosi in prima persona nella presa di Sacile e nella custodia dei castelli di Tarcento. Nonostante queste attività tipiche di un uomo d’armi, A. persegue principalmente la propria carriera ecclesiastica. Dopo aver compiuto studi di diritto canonico a Padova il nobile friulano, pur non avendo ancora conseguito gli ordini sacri, ottiene in beneficio la pieve di Circhina. Dal 1313 figura come canonico di Cividale. Tre anni più tardi è nominato dai canonici di Aquileia in sede vacante “magister scolarum” della scuola capitolare della città ducale. A. aspira però a una promozione vescovile e, durante un periodo di permanenza ad Avignone nel 1317, ottiene l’appoggio del nuovo patriarca Gastone della Torre o di persone a lui vicine, come i cardinali Pietro Colonna e Napoleone Orsini. Tornato in Friuli, A. richiede il conferimento del suddiaconato e comincia ad interessarsi alle condizioni della diocesi di Concordia. Alla morte del vescovo Giacomo da Cividale, il nobile friulano è chiamato a succedergli. ... leggi Nel giugno del 1318 il nuovo vescovo raggiunge Concordia, insieme ai suoi collaboratori. Tutti gli atti formali di insediamento si susseguono a un giorno di distanza: il 4 giugno, a Cordovado, si dà lettura del documento patriarcale di conferma e il giorno successivo, a Concordia, si procede alla vera e propria immissione in possesso. Il 6 giugno A. ottiene il giuramento di fedeltà delle istituzioni comunali di Portogruaro, vero centro giurisdizionale dell’episcopato. L’opposizione di alcune famiglie, tra cui gli Squarra, che, desiderose di accrescere l’autonomia del borgo, si erano avvicinate a Enrico di Gorizia, convince ben presto il presule a cercare un accordo con il conte. Dopo aver visitato l’abbazia di Summaga, il 4 luglio A. si incontra con Enrico e ottiene un disimpegno del goriziano nei confronti di Portogruaro. Il vescovo si appresta, quindi, alla riorganizzazione dell’episcopato nel tentativo di ripristinare i propri diritti temporali nella Destra Tagliamento. Le sue iniziative alimentano, però, i timori della comunità portogruarese: nella primavera del 1319 si giunge a uno scontro armato tra A. e i sostenitori della famiglia Squarra che, dopo alterne vicende, riescono a cacciare il vescovo dal borgo. Dopo un breve periodo di residenza a Cividale, A. ritorna in diocesi ma non è in grado di porre fine agli scontri tra il comune e l’episcopato. Verso la fine dell’anno A. visita il suo capitolo riscontrando diverse irregolarità nella gestione patrimoniale e nel servizio liturgico della cattedrale: il 24 gennaio 1320 rende noti i risultati della sua indagine, richiamando i canonici a un comportamento più consono al loro stato. Successivamente a questa data A. si reca ad Avignone per conto del patriarca Pagano della Torre: il 28 marzo 1320 quest’ultimo informa papa Giovanni XXII di aver ricevuto il pallio da A. e di aver prestato a lui il giuramento di rito. Al suo ritorno in Friuli, il vescovo di Concordia ottiene l’interessamento del patriarca nella causa con il comune di Portogruaro: Pagano della Torre giunge in diocesi nei primi giorni di dicembre del 1320, in veste di arbitro della questione. I provvedimenti del patriarca, che danno ragione al presule, non tengono però conto delle molteplici esperienze di autonomia vissute dagli abitanti del borgo, né delle posizioni della famiglia Squarra che, non volendo rinunciare al proprio ruolo preminente, continua la lotta, arroccata nel castello di Fratta. Solo il 26 settembre del 1322 il conte di Gorizia riesce a concludere la pace tra A. di C. e Enrico Squarra. Il capitanato di Portogruaro è assegnato per sei anni allo stesso Enrico di Gorizia che, dopo essere diventato vicario di Federico d’Austria e aver occupato Treviso nel 1319, sente pressante la necessità di un corridoio verso il Veneto. L’accordo raggiunto con l’intermediazione del conte permette al vescovo di occuparsi con maggior attenzione del governo ecclesiastico della diocesi. Nell’ottobre del 1322 A. si reca a Porcia per esaminare lo stato della chiesa di S. Michele Arcangelo che, a detta dei signori del luogo, dipende direttamente dalla Sede apostolica e non dall’episcopato di Concordia. Il mese seguente A. visita la pieve di Cordenons incorporata al capitolo, accusando i canonici di negligenza e di mancato intervento nel caso di due sacerdoti concubinari. Nel 1323 il vescovo interviene direttamente in una lite che divide da molto tempo i fedeli della cappella di Tesis da quelli della pieve di Arba, per il mancato contributo alla ricostruzione della chiesa matrice. Nonostante gli sforzi del presule per garantire alla diocesi di Concordia una migliore amministrazione, l’episcopato appare in questo periodo fortemente indebolito. Il problema più grave di A. rimane però il fragile equilibrio di relazioni instaurato con il comune di Portogruaro, che si basa più sulle armi del conte di Gorizia che su una reale intenzione delle parti di trovare un compromesso istituzionale. L’improvvisa morte del conte Enrico e la sconfitta che i Torriani subiscono a Vaprio d’Adda, in cui sono coinvolte anche le forze patriarcali, riaccendono nuove speranze negli abitanti del borgo del Lemene. Nel 1326 il comune si sente abbastanza forte da sfidare nuovamente l’autorità del vescovo: A. reagisce duramente alla provocazione e si decide a colpire i responsabili, identificati ancora una volta negli Squarra. Gli scontri non durano però a lungo. A. obbliga i dissidenti ad uscire da Portogruaro e costringe il comune ad accettare una nuova sentenza arbitrale del patriarca Pagano della Torre. Il vescovo pensa così di essere riuscito finalmente a restaurare la propria autorità su Portogruaro, ma la sua politica si rivela una rincorsa al passato. Il comune, infatti, sebbene indebolito da decenni di scontri, continua a nutrire le proprie aspirazioni autonomiste, stringendo legami sempre più forti con Venezia. Il vescovo A., dopo aver lasciato la guida della famiglia a suo cugino Giovanfrancesco, muore verso la fine del 1331, non sapendo che, di lì a poco, tutti i risultati da lui ottenuti saranno rimessi in discussione da un tentativo di dedizione del comune alla Serenissima.

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Bibliografia

ADP, Capitolo della Cattedrale, Codice Bianco, f. 5r-v (1320 gennaio 24); BNMV, Manoscritti Latini, cl. IV c. 52 (= Iura Episcopatus Concordiensis et Portusgruariensis), f. 133v-144v (1321 gennaio 12).

E. DEGANI, Il comune di Portogruaro: sua origine e sue vicende, Udine, 1890, 118; DEGANI, La diocesi di Concordia, 209-216; C.G. MOR, Portogruaro: dalla fondazione alla semi autonomia comunale, «La Bassa», 9 (1984), 11-36; GIANNI, Istituzioni ecclesiastiche, 91-129; GIANNI, Marchetto; GIANNI, Guglielmo; GIANNI, Vescovi e capitolo, 38, 45-46, 55-57, 69-74, 86, 101, 177-186, 208-219, 225-226, 252-254, 262-263, 274-275, 281, 284-288, 347-356; ID., La diocesi di Concordia in Friuli. Difesa delle temporalità e consolidamento amministrativo: l’episcopato di Artico da Castello (1317-1331), in Vescovi Medievali, a cura di G.G. MERLO, Milano, Edizioni Biblioteca francescana, 2003, 165-206.

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