FABIANI MAX

FABIANI MAX (1865 - 1962)

architetto

Immagine del soggetto

L'architetto Max Fabiani nel 1958.

Di famiglia d’origine italiana, nacque a Kobdil (San Daniele del Carso) il 29 aprile 1865. Frequentate le scuole del luogo, studiò poi nella Real-Schule di Lubiana, anche per l’attenzione che stava dedicando alle scienze esatte, quindi seguì i corsi del Politecnico di Vienna, con insegnanti eminenti. Già prima del diploma di laurea (13 febbraio 1892), fu attivo a Graz presso la cattedra di architettura. Godendo poi di una borsa di studio intitolata a Carlo de Ghega, poté visitare per tre anni liberamente, ma con intelligente curiosità, non soltanto l’Italia (dove scoprì soprattutto il valore dell’architettura palladiana), ma anche la Grecia, l’Asia Minore, l’Europa settentrionale, la Germania, la Svizzera, la Francia e l’Inghilterra. Durante i suoi viaggi analizzò tantissimi monumenti e ne tracciò, non soltanto graficamente, il profilo formale e storico. Erano gli anni in cui si formava una cultura architettonica sempre più distaccata dall’accademismo storicistico dell’Ottocento; e proprio accanto a Otto Wagner F. operò a Vienna (1894-1898) quale collaboratore, culturalmente vivacissimo e aperto a idee nuove, che ben presto avrebbero agitato profondamente il clima culturale viennese con la secessione, alla quale egli aderì con slancio personale. Si formò in quegli anni la vera architettura dell’impero, con scelte ricercate nella direzione di una razionalità funzionale. Sul finire del secolo F. si applicò principalmente nell’urbanistica, anche in conseguenza del terremoto del 1895 che richiese una nuova progettazione della città di Lubiana, in cui intervenne anche Jože Plečnik. Nel 1899 si impegnò inoltre nell’urbanistica di Bielsko/Bieliz. Il 12 novembre 1902 fu proclamato professore straordinario presso la Bauschule del Politecnico viennese. ... leggi Il successo fascinoso e autoritario di Wagner non lo coinvolse tanto, sicché poté vantare un proprio modo di essere e di concepire l’architettura, ben riconoscibile per la sapienza e lo spirito personali, fatta com’era di acuti ripensamenti di temi antichi e di inserimenti di spunti nuovi, addirittura, se era il caso, borrominiani (palazzo Kleinmayr di Lubiana, 1907), con timpani a segmenti curvilinei e con prospetti mossi mediante “rivestimenti”, talora fogliati, spesso coloristici e perciò attentamente bidimensionali, con lesene e cornici talora robustamente profilate o segmentate e con aperture “scandalosamente” senza cornici, prima che la scelta apparisse nei lavori di Loos. Mentre il Kurhaus di Vienna (1896-1897) può dirsi ancora intonato nel rispetto o nel ricordo di un gusto ottocentesco, nettamente innovatore, in un senso prossimo a Wagner, egli appare in altri edifici progettati tra il 1898 (ingresso monumentale del cimitero generale di Vienna) e il 1899 (Portois & Fix, decisamente in contrasto con la tradizione storicistica, nel rivestimento delle superfici chiare, nelle aperture e nelle cornici sommitali, nei supporti per l’illuminazione, giocati con un grafismo sinuoso e trasparente). Emergenze che si richiamano agli “Erker” ricorrono nella casa Riess (1900), dove si distendono ancora rami fioriti. Il palazzo Artarìa (1900-1901) riprende la modellazione pacata delle emergenze e insiste sulla preziosità luminosa dei rivestimenti, ma anche nella modellazione dei vani interni. Grazie all’autorità conquistata a Vienna, nel 1903 progettò a Gorizia il Trgovski dom, inserendo in un ambiente pacatamente borghese e prudente, elementi del tutto nuovi: soltanto la sua autorevolezza impedì che si alzassero voci contrarie e resistenze, come avvenne proprio allora, per esempio, nell’edificio che Pietro Venuti, che pure aveva lavorato a Vienna nello studio di F., progettò per sé sul corso di Gorizia. Il Trgovski dom, similmente a ciò che l’architetto pensò per Vienna e per Lubiana negli stessi anni, presenta caratteri propri, anche per corrispondere all’ambiente goriziano. Perciò esibisce un rivestimento vistoso che richiama suggerimenti tradizionali, ma che viene adoperato in maniera del tutto nuova sia nelle sue componenti sia nella distribuzione all’esterno; non si può escludere un tono ironico da parte del progettista nella vibrazione delle superfici, con rombi tra le finestre e con bugne a fianco delle aperture e lungo le paraste, più vistose ancora nella parte inferiore. Citazioni raffinate impreziosiscono invece varie parti dell’edificio, ma è certamente l’interno che si compone di elementi di grande valore, come la scala ellittica, privata però di una curva, o il teatrino, in cui viene messa in evidenza la tessitura poderosa delle travature in cemento armato. Il Narodni dom, pressoché contemporaneo, di Trieste risponde a criteri del tutto diversi, tanto negli interni quanto nel paramento più compatto, che è tenuto su toni equilibrati, appena ravvivati da un gioco geometrico sobrio e ripetuto, di ispirazione in certo senso rustica: l’edificio si trovava affiancato da altri più enfatici. E su spazi già condizionati da architetture nobili ed enfatiche si affacciò a Trieste anche la casa Bartoli (1905), da lui progettata, con una facciata in cui si alternano motivi quadrangolari e rombi a temi curvilinei, specialmente nella parte superiore con un rameggiare che rappresenta un omaggio al collega Otto Wagner. Per gli anni tra il 1894 e il 1906 Marco Pozzetto, principale studioso di F., elenca e studia un centinaio abbondante di disegni e di progetti elaborati dall’architetto (su un totale che supera le quattrocento unità), oltre che a Trieste (palazzo Stabile, 1905), a Vienna (casa “zum roten Igel”, 1905), a Lubiana (palazzo Kleinmayr & Bamberg, 1906-1907), ma anche più lontano, a Parigi, a Londra e in Boemia. Nel frattempo continuò a tenere corsi (architettura dell’antichità e poi ornamentazione e scienza degli stili) sempre nella Technische Hochschule di Vienna, succedendo infine a Oswald Gruber nel 1910. Tra le architetture che progettò prima del 1914 si devono distinguere la Wiener Urania (1908-1910) e, sempre per Vienna, la Fiat-Werke Aktiengesellschaft (1908). Dopo il 1918, nonostante il suo passato liberale, a Gorizia fu bersaglio della sfiducia dei nuovi reggenti (Pozzetto, 1991), ma tra il 1919 e il 1922 disegnò una quarantina di piani regolatori per i centri del Goriziano, tra cui quelli di Monfalcone, Vipacco, Ronchi, Tolmino, Santa Lucia, Grado, Gradisca, Cormons e soprattutto Gorizia; in molti abitati era necessario ricostruire le chiese, cosa che egli studiò più spesso aggiornando e ingentilendo gli impianti antichi e, con maggior evidenza, le facciate (per esempio, a Gorizia: S. Andrea, Ss. Vito e Modesto). Edifici d’uso privato (Bigot, 1921; Pellegrini, 1922; Koren, 1925) rivelano una preferenza per forme che, nella semplicità raffinata, rispettano valori proporzionali eleganti. L’intervento che gli diede grandi possibilità di agire con personalità e con vero affetto riguardò la villa Ferrari a San Daniele del Carso/Štanjel (1920-1935) e il relativo giardino. Più tormentata la vicenda del completamento della chiesa goriziana del Sacro Cuore, che era stata avviata (1911) su anacronistiche forme neogotiche: F. intervenne sviluppando idee geniali tanto nei vasti spazi interni (pur dovendo conservare la parte inferiore dei pilastri polistili, a cui dovevano essere sovrapposte però delle statue) quanto nell’esterno alla rustica (1937). Negli ultimi tempi della sua lunghissima vita, l’architetto si dedicò, alla maniera degli artisti di altri tempi, a studi d’ogni genere, non soltanto per monumenti (Monte Santo, 1937) ma anche per sviluppare idee di carattere ingegneristico (bicicletta senza manubrio e catena, 1948-1949); non vanno poi dimenticati acquerelli, disegni e studi per arti applicate e versi. Il progetto forse più ardito, degli anni Cinquanta, riguarda una via d’acqua che avrebbe potuto collegare l’Adriatico al bacino del Danubio, risalendo l’Isonzo e il Vipacco, ricorrendo a una serie di chiuse: le idee a questo proposito gli erano state offerte da vari autori, incominciando da Leonardo da Vinci. F. condusse una vita densa di interessi e anche di impegni pubblici (fu anche podestà a San Daniele del Carso). Raccolse le proprie riflessioni di carattere filosofico e autobiografico in un volumetto, Acma (L’anima del mondo), edito a Gorizia (1945). A Gorizia, dove aveva abitato fin dal primo dopoguerra, morì il 14 agosto 1962.

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Bibliografia

Gli scritti di M. Fabiani sono tantissimi. Un’antologia orientativa è uscita a Trieste nel 1988: M. FABIANI, Sulla cultura delle città. Scritti 1895-1960, a cura di M. POZZETTO, Trieste, ZTT-EST, 1988 (contiene una quindicina di scritti, di cui alcuni tradotti dal tedesco).

N. ŠUMI, Arhitektura secesijske dobev Ljubljani, Ljubljana, Mestni muzej, 1954; F. MONAI, Omaggio a M. F., «SeleArte», 5 (1956), 45-46; Max Fabiani architetto, a cura di M. POZZETTO, Gorizia, Il Comune/Tip. Budin, 1966; ID., F. architetto del Carso. Il canale di Vipacco, «Critica d’arte», 150/6 (1976), 3-24; DAMIANI, Arte del Novecento I, 150-164; M. POZZETTO, M. F. Ein Architekt der Monarchie, Wien, Ed. Tusch, 1983 (ed. italiana: Max Fabiani, Ronchi dei Legionari, MGS Press, 1998); E. RAVNIKAR, Max Fabiani architetto, ingegnere e pedagogo, in M. F. - Nuove frontiere dell’architettura. Catalogo della mostra (Trieste), a cura di M. POZZETTO, Venezia, Marsilio, 1988; M. POZZETTO, M. F. e altri europei non capiti, «Iniziativa Isontina», 96 (1991), 19-22; G. CAPPELLATO, M. F., in Friuli Venezia Giulia: guida critica all’architettura contemporanea, Venezia, Arsenale, 1992, 67-71; S. TAVANO, Architettura a Gorizia: 1890-1990, «Ce fastu?», 68 (1992), 195-231; M. CASCIATO, Fabiani, Max, in DBI, 43 (1993), 707-713; M. POZZETTO, Max Fabiani, Trieste, MGS Press, 1998; S. TAVANO, Il Trgovski dom per Gorizia, in Trgovski dom v Gorici/di Gorizia, Gorizia, Slov. konsulta/Consulta slovena, 2007, 67-83; TAVANO, Architettura goriziana, 26-39.

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