FLOREANI GIUSEPPE

FLOREANI GIUSEPPE (? - 1604)

pittore

Figlio di Pietro, si hanno sue notizie ufficiali dal 1574. Fu per anni collaboratore dello zio Francesco e ne curò la bottega, ma poco si conosce della sua attività artistica e delle fonti archivistiche, relative a pagamenti o loro solleciti, in quanto non si hanno finora concreti riscontri delle opere eseguite. Secondo Marchetti e Nicoletti sarebbe stato solo pittore e non intagliatore. Sono documentate invece già dal 1560 notizie di carattere privato, come la serie dei testamenti dello zio Francesco (il primo del 6 giugno 1560), dove è designato erede universale con i fratelli. Anche la zia Maddalena di ser Gianetto, tintore di Treviso (moglie del suddetto Francesco), il 26 luglio 1574 lo indica come erede universale una volta che sia morto il marito. Dal secondo testamento di Francesco (26 luglio 1575), si apprende che allora era «già avviato alla pittura»; per questo era destinatario anche «dei disegni, libri, e quanto appartiene a quell’arte». Da notizie d’archivio risulta che aveva ultimato un’ancona assieme allo zio Francesco per Pocenia (secondo il Gover non dovrebbe trattarsi dell’ancona attuale nell’altare della frazione di Rivalta, ma di un’altra già esistente nella chiesa parrocchiale di Pocenia); la quota loro dovuta dalla fraterna di S. Maria era già scaduta al 9 agosto 1589 (come ribadito il 29 settembre e il 29 novembre, in attesa ancora del pagamento di 5 ducati); Giuseppe inoltrò sollecito per un’altra quota scaduta il 25 ottobre 1590. In quanto curatore degli interessi dello zio, il 20 settembre 1588 sollecitò ai camerari di S. Maria la Longa il pagamento per lavori fatti; il 4 gennaio 1590 venne inoltrata ai camerari di S. Rocco istanza per il saldo del pagamento di un’ancona eseguita per tale fraternita. ... leggi Analogamente dal 24 gennaio 1589 si trascinò la vicenda di pagamento per il lavoro di un gonfalone a Varmo, con quote dilazionate, cui si aggiunse il contenzioso per l’adattamento di un vessillo per la chiesa; a quest’ultimo, con opere di pittura nella chiesa ed altri lavori, collaborò con lo zio. G. è menzionato con il fratello Pietro dal 7 agosto al 10 ottobre 1890 per solleciti e minacce rivolte dalla curia ai camerari inadempienti nei loro confronti per un’ancona da essi intagliata e per un vessillo, sempre per Varmo. Potrebbero aver lavorato all’altare ligneo dorato e intagliato in cui era originariamente sistemata la tela della Trasfigurazione (1584) opera di Francesco (altare sostituito nel 1851). G. e il fratello Pietro collaborarono anche per un’ancona lignea della chiesa di Crauglio (Aiello), dove avevano lavorato già lo zio Francesco e il loro fratello Giovanni; nel 1590 i pagamenti si facevano ancora attendere. Altre testimonianze archivistiche dell’esecuzione di gonfaloni e di vessilli, oggetto di contenziosi per il pagamento, riguardano: la fraterna di S. Maria a Muscletto di Codroipo (7 agosto 1589-7 settembre 1591), i camerari di S. Giorgio di Brazzano di Cormons (20 settembre 1589), i camerari della chiesa di Campoformido (30 settembre e 28 ottobre 1592), i procuratori della chiesa parrocchiale di Manzano (18 agosto 1590), i camerari per i vessilli commissionati per la chiesa di S. Giovanni Battista di Cassacco (28 agosto 1593); vi è inoltre un impegno sottoscritto dal pievano di Manzano con Giuseppe per un’opera non descritta, ma eseguita e doverosamente ricompensata (1595-96). Non vi è riscontro di presenza attuale di queste opere nelle rispettive chiese dei luoghi citati o altrove. G. F. è autore del dipinto Ultima cena, olio su tela, datato genericamente fine secolo XVI, tuttora collocato nel coro della parrocchiale di S. Giovanni Battista a Remanzacco. Si ipotizza infine che un affresco staccato e ora conservato nei Civici musei udinesi attribuito all’ambito di Francesco Floreani sia ascrivibile appunto al nipote G. Altre notizie si riferiscono alla sfera privata. G. prese in moglie Elena di Pietro Caretto di Udine; i patti dotali sono del 12 gennaio 1576. Continua la serie dei testamenti dello zio Francesco: nel terzo (8 maggio 1576), fu nominato erede «d’ogni sua facoltà»; confermata nel quarto (14 giugno 1586). Ma il 2 maggio 1589, «ridotto impotente per vecchiaia», Francesco cedette l’usufrutto di tutti i suoi beni agli altri due nipoti, Giovanni e Pietro, che si obbligavano «d’assisterlo e mantenerlo con affetto e carità». A G., nonostante l’ingratitudine dimostrata per non aver prestato la necessaria assistenza allo zio gravemente malato, l’ultimo testamento (18 agosto 1599, Molin Novo, per mano del notaio Bartolomeo Fabricio) non revocò il godimento dei beni, di cui erano nominati eredi i pronipoti Francesco e Pietro Apollonio. G. morì il 3 novembre 1604.

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Bibliografia

ASU, NA, D. Salomonio, 6563, Istr., s.n. (1574.07.26; 1576.01.12).
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