FRANCESCO DI NASUTTO

FRANCESCO DI NASUTTO (? - 1330)

notaio

L’attività del notaio F. di N., cancelliere di Raimondo della Torre, è accertata a partire dal gennaio 1291, quando erano particolarmente attivi in curia soprattutto i colleghi Giovanni da Lupico e Antonio da Cividale. Di F. sono rimasti molti atti d’investitura, talvolta di limitata importanza e quindi caratterizzati dall’imposizione soltanto di una berretta, talvolta dalla consegna di un vessillo rosso oppure di una penna e di un calamaio, come per la nomina del notaio Tommaso da Muggia. La curia allora pullulava di persone legate alla consorteria torriana, da domicelli e ostiari a gastaldi, podestà, capitani, nonché di vari professionisti di provenienza in gran parte lombarda, da giuristi, come Giacomo Cutica, a medici, come Bonavesta da Bergamo, a notai, come Ingeriamo da Piacenza, a “ratiocinatores”, come Pietro da Carugate (tra i poteri di costui c’era la vendita della muta di Udine nel 1293). Non mancavano affaristi fiorentini legati ai Capponi e neppure finanzieri veneziani stabilitisi in Aquileia, come Marino Zorzano, tanto benestante da appaltare la zecca patriarcale; vi circolavano pure frati francescani (a questi F. fu particolarmente affezionato e in morte destinò loro un lascito), umiliati, crociferi. F. invece non sembra essere stato sostenuto da potenti locali. Caso mai fu lui a diventare punto di riferimento per il nipote Guglielmo notaio in Cividale. Della sua famiglia del resto si possiedono solo pochi altri dati, il più importante dei quali consiste nella parentela con il notaio Odorico, suo fratello, probabilmente lo stesso che lo affiancava nell’impegno civile. Da una posizione prestigiosa quale quella occupata nell’ultimo decennio del Duecento, F. sembra eclissarsi dalla cancelleria per un certo periodo, corrispondente al patriarcato di Pietro da Ferentino, per poi riemergere in ambito curiale. ... leggi Il 26 aprile 1303 nella cappella del palazzo patriarcale udinese insieme con Alberto da Remedello assisteva come testimonio all’atto con il quale il patriarca Ottobono impegnava presso i rappresentanti della compagnia fiorentina dei Capponi dodici privilegi imperiali, alcuni dei quali muniti di bolla d’oro. Se per questo documento egli fungeva solo da testimonio, fu invece redattore di quello dell’8 dicembre 1306 con il quale nel parlamento della Patria il patriarca dettò le norme sulla “demonstratio” in cause di violenza privata. Un altro atto sottolinea un’ulteriore sua funzione questa volta di tipo amministrativo: nel sinodo del 1310 il patriarca indirizzava al clero un monitorio per il pagamento delle collette con il quale si comminava la scomunica se non si fossero consegnati i denari dovuti a F. di N. da Udine incaricato ufficiale dell’operazione. Contemporaneamente all’attività cancelleresca F. sviluppava anche un interesse per la politica comunale. In veste di rappresentante della città di Udine egli è ricordato negli atti del parlamento della Patria a partire dal 19 dicembre 1297, nell’occasione nella quale il patriarca Raimondo assolveva Gerardo da Camino vassallo della Chiesa aquileiese dalla «magna iniuria» da lui arrecata alla stessa portandosi in forma ostile «cum magna gente in forum» e lo reinvestiva dei feudi ricevendone il debito giuramento di fedeltà. In un’altra circostanza, il 23 novembre 1309, il notaio rappresentò Udine a proposito di perdoni ai Caminesi. Il nome di F. privo di patronimico, ma pur sempre associato a quello di Odorico, nelle sedute del parlamento parecchie volte nel 1328 e fino all’11 febbraio 1329 indurrebbe a identificare quello con il nostro cancelliere. Certamente è lui la persona che nel 1327 veniva indicata dal consiglio del parlamento come responsabile per l’imposizione dei pedoni in Udine e il 13 dicembre egli era presente quando si fornivano le modalità dell’operazione. Il suo nome per intero fu scritto l’ultima volta negli atti alla data del 12 febbraio 1328, seduta nella quale erano stati convocati gli addetti alla formazione delle liste dei pedoni (Udine presentava 138 decene). E forse era ancora lui l’omonimo privo di patronimico ricordato l’11 febbraio 1329, anno nel quale il patriarca lo incaricava di trattare con i conti di Gorizia. Ma già il 22 novembre 1330 il collega Eusebio da Romagnano, redigendo per il di lui figlio Giacomo la ricevuta di soluzione per la somma spettatagli per la podestaria di Marano, premetteva al suo nome il fatidico “quondam”. Nel 1357 le carte di F. di N. furono assegnate per la conservazione al notaio Ettore Ravani.

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Bibliografia

DE RUBEIS, MEA, 434, 804, 830; V. JOPPI, Inventario della chiesa patriarcale d’Aquileia fatto tra il 1358 e il 1378. Con documenti, «Archivio storico per Trieste, l’Istria e il Trentino», 3/1 (1883), 11, 13; G. BRAGATO, Regesti di documenti friulani del secolo XIII da un codice de Rubeis, «MSF», 5 (1909), 82-84; 6 (1910), 64-66; 9 (1913), 109, 385-386; 10 (1914), 79-81; MARCUZZI, Sinodi, 334-335; LEICHT, Parlamento, I/2, XXXI, 32; LIII, 46; LXVIII, 57; LXXIX, LXXX, 69; LXXXIII, 72; P. PASCHINI, Raimondo della Torre patriarca di Aquiliea, «MSF», 2 (1925), 69, n. 1; BIASUTTI, Cancellieri, 37-38; ZENAROLA PASTORE, Atti, 59-69; GIANNI, Guglielmo, 79, n° 48; 203, n° 181; GIANESINI, Camerari (1297-1301), 18.

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