GALVANI ANDREA

GALVANI ANDREA (1797 - 1855)

inventore, imprenditore, studioso

Immagine del soggetto

Ritratto di Andrea Galvani, olio su tela di Michelangelo Grigoletti, 1855 ca. (Pordenone, collezione Banca popolare FriulAdria).

«Era il Galvani di carattere riservato, generoso per indole, di costumi esemplare, marito affettuosissimo, ottimo padre. Benemerito del proprio paese promosse il bene, animò l’industria, favorì l’agricoltura, recò alleviamento alla miseria. Pio senza formalismo, probo senza ostentazione, dotto senza essere pedante, severo con se stesso, indulgente con gli altri, urbano, sincero, benefico» (Vianello, 1856). Così lo descrisse l’amico abate Vianello, autore della sua prima biografia. Industriale, inventore e studioso dai molti interessi, Andrea Angelo Antonio G. nacque il 24 luglio 1797 a Cordenons (Pordenone) da una ricca famiglia borghese di imprenditori, attiva tra Settecento e Ottocento nel settore delle cartiere, dei servizi postali, delle ceramiche e dei setifici. Nell’albero genealogico, ricostruito da Gilberto Ganzer, viene indicato come Andrea IV a distinguerlo dai numerosi omonimi: un Andrea III, proprietario di numerose cartiere e acquirente del convento di S. Francesco a Pordenone, erede con il fratello Valentino del patrimonio di Andrea II (1668-1758), capostipite della famiglia. Questa si imparentò per via matrimoniale con autorevoli personaggi: Valentino aveva sposato Lorenzina, figlia di Antonio Zanon, il fratello Andrea III si era risposato con Adriana Canciani, sorella del famoso agronomo Gottardo. G., insieme con le sorelle Margherita Virginia e Margherita Maria, era figlio di Valentino Pietro II, che aveva ereditato le attività del padre Andrea III, ampliandole con l’appalto delle poste da Cordenons a San Vito e si era sposato nel 1794 con Felicita Boni. ... leggi Unico figlio maschio, studiò privatamente a Spilimbergo e Treviso, dilettandosi a livello amatoriale di poesia e filosofia, per poi assecondare i desideri paterni laureandosi in giurisprudenza a Padova nel 1817, così da essere in grado di seguire la gestione delle industrie di famiglia. «Di complessione robusta, d’ingegno svegliato […] mostrava ingegno docile e opportuno a qualunque buona disciplina» (Vianello). Per soddisfare i suoi interessi personali, a ventidue anni si laureò, sempre a Padova, anche in ingegneria e architettura nonché in fisica e matematica. Mantenne sempre rapporti amichevoli con il suo professore di fisica, l’abate Antonio Dal Negro, e, pur vivendo a Cordenons, sempre vivi furono i contatti con Venezia, dove tra l’altro risiedeva lo zio Antonio che gestiva una farmacia in campo Santo Stefano. Frequentava regolarmente la Biblioteca Marciana di Venezia e, amante della lettura com’era, si costituì una biblioteca di testi letterari e scientifici. I suoi interessi indirizzati al mondo tecnologico e scientifico e alla pratica applicazione nelle industrie di famiglia, lo spinsero a essere socio corrispondente dell’Istituto veneto di scienze lettere e arti, che premiò le sue invenzioni con quattro medaglie d’oro e cinque d’argento, e delle Accademie agrarie non solo di Udine e Gorizia, ma anche di Jesi e Perugia. Nel 1827 sposò la cugina veneziana Caterina Lorenza Galvani, detta Cattinetta, con cui ebbe cinque figli: Valentino, Felicita, Giuseppe, Antonio e Giorgio, educati in Italia e in Austria. La moglie morì nel 1837 e fu sepolta a Cordenons. Amici furono Cesare Provasi, l’abate Marco Vianello e l’architetto neoclassico Giovan Battista Bassi, che ricordò un sistema primitivo di posta pneumatica, inventato da G. nel 1844. Le diverse attività familiari, che spaziavano dalle cartiere alle manifatture tessili, dai possedimenti fondiari alla fabbrica di ceramica, fondata nel 1811 dallo zio Giuseppe, fornirono ad Andrea stimoli continui per la sua attività intellettuale volta a studiare e mettere a punto macchine e invenzioni utili. «Spendeva a larghe mani in esperimenti, in prove di macchine e congegni d’ogni maniera, la sua stanza era piena di disegni e modelli, la sua casa un arsenale d’arti e mestieri, non abbadava a spese purché si giungesse a migliorare, a perfezionare il conosciuto, a fare nuove scoperte. Fu suo studio particolare la dinamica e il magistero delle forze, delle leve e delle ruote, dell’ingrandimento dei rocchetti, delle ruote addentellate, delle ruote a turbine, dell’elasticità dei vapori e dell’aria, la fisica e la meccanica erano il continuo desiderio» (Vianello). Più interessato alle applicazioni pratiche e tecnologiche che alle teorie scientifiche, nel 1821 fu premiato a Venezia con medaglia d’argento per una macchina in grado di separare i tutoli delle pannocchie dai chicchi di mais e in campo agricolo sperimentò arature con “multivomeri”, concimazioni, sistemi per far morire le crisalidi nei bozzoli senza rovinarli, essenziali nella produzione serica. Di argomento agricolo fu l’unico lavoro pubblicato con l’editore Pascatti di San Vito al Tagliamento nel 1843: l’opuscolo Il seccume delle foglie di gelso, fondamentali per l’alimentazione dei bachi da seta. Si interessò particolarmente alle misurazioni delle grandezze fisiche: G. elaborò varianti di barometri in grado di misurare l’altezza delle montagne, si interessò a bilance idrostatiche, stadere e misuratori del calore, “pirometri” verosimilmente applicati ai forni dell’industria ceramica, il “natante idrometrico” doveva invece misurare la velocità delle acque; il “polisingrafo” era un sistema che permetteva a più penne di scrivere contemporaneamente su più righe. Negli anni Venti si impegnò ad elaborare contagiri e contachilometri, definiti allora “odometri”, tra cui l’“odometrografo” premiato nel 1823 con medaglia d’oro e in grado non solo di misurare lo spazio percorso ma anche di indicarne il tragitto. Secondo Ganzer, la maggioranza degli studi di G. riguardava l’uso dell’energia termica e tendeva a migliorare l’efficacia della combustione e la trasformazione del calore in lavoro. Tali problemi erano essenziali in un’epoca in cui l’uso delle macchine a vapore necessitava di grandi quantità di legna, sostituita in seguito dal carbone. Inutile sottolinearne l’utilità delle applicazioni in filande, cartiere e forni ceramici, tutte attività delle industrie di famiglia. Pur essendo poco interessato alla chimica, G. si interessò anche all’uso dell’acido solforico come fonte di calore, studiando la dilatazione dei gas in seguito al riscaldamento per inventare dei motori a combustione e per tentare di accumulare l’energia termica. Nel 1827 mise a punto una macchina da filanda per la trattura della seta, che fu premiata dall’Istituto veneto con medaglia d’oro ed ebbe molte applicazioni non solo negli stabilimenti Galvani, ma in quelli di tutta la regione, volta com’era a ridurre i costi, semplificando il lavoro. Si trattava di un bancale di trattura a dodici bacinelle, riscaldate con un unico fornello, in cui si gettavano i bozzoli per trarne il filo di seta, che veniva avvolto, già asciugato per irraggiamento e convezione, sull’aspo. Ne rimane un prezioso e fedele modello ligneo realizzato dal pittore Carlo Masutti di Aviano. Nella sua poliedrica attività Andrea elaborò anche dei sistemi per incrociare i fili di seta, il metodo di trattura Galvani, che trovò larga applicazione come l’attrezzo per piegare e riporre le matasse, vincitore nel 1827 di medaglia d’oro. Particolare importanza ebbe a metà degli anni Trenta il “motore alpino”, ossia una teleferica a gravità, che permise di alzare notevoli quantità di legname nei boschi del Cansiglio, in modo da poterli spedire all’Arsenale di Venezia con il minimo dispendio energetico. Il macchinario, premiato dall’Istituto di scienze lettere e arti nel 1836, fu realizzato dal governo asburgico e funzionò per alcuni anni. Nel 1836 G. iniziò a dirigere anche la manifattura ceramica, fondata nel 1811 dallo zio Giuseppe Carlo e indirizzata a una produzione a stampo di terrecotte e cristalline di uso quotidiano. Notevoli furono le invenzioni che trovarono rapida applicazione nell’industria familiare delle ceramiche: la foggiatrice ovale del 1845, un molino per stemperare l’argilla mosso dalla forza animale, premiato con medaglia d’argento nel 1838. Negli anni Quaranta G. migliorò la qualità delle vernici e dell’impasto utilizzando l’energia idraulica per macinare la silice. Durante la sua vita G. viaggiò a lungo per vendere i prodotti delle aziende di famiglia: si recò in Italia e all’estero in Svizzera, Austria, Germania, Russia. Non riportò diari di viaggio, ma carte, chiamati “scarabocchi” e in gran parte dispersi, su cui elaborava macchinari e idee. Come annota Ganzer, dalle centinaia di carte manoscritte in cui fino ai cinquant’anni appuntò invenzioni e pensieri «si può dedurre un prevalere marcato degli aspetti pratici ed applicativi. È poco presente la tendenza a una visione sintetica dei vari fenomeni» e decisamente scarsa la capacità di verificare le intuizioni con gli esperimenti, continuativamente delegati ad altri. Si interessò a numerosi argomenti scientifici, forse troppi, trascurando l’elettricità e il magnetismo. Nel settore delle cartiere, tradizionale fonte di reddito per la famiglia, G., intorno al 1840, migliorò la macchina impastatrice a rullo detta “pila olandese”, per la sbiancatura della carta, cercando succedanei agli stracci, che venivano lavati facendo oscillare un cestello, con una “lavastracci” anticipatrice delle moderne lavatrici. Tra le sue ultime invenzioni si può citare una imbarcazione da guerra inaffondabile poiché realizzata totalmente in legno. Una grave infermità lo colse dopo la cinquantina, perdette la vista e la facoltà di parola, finché si spense nella sua casa di Cordenons nel gennaio 1855. La sua attività fu continuata dai figli Giuseppe Luigi, che dal 1855 si occupò della ditta ceramica, e Giorgio Domenico, che oltre a dedicarsi alle industrie di famiglia, fu poeta vernacolare. Nonostante fosse stato scienziato innovatore «dai molteplici interessi, con una solida preparazione di base», G. fu rapidamente dimenticato finché nel 1994 Gilberto Ganzer gli dedicò una grande mostra a Pordenone, in cui vennero presentati svariati modellini delle sue invenzioni.

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Bibliografia

M. VIANELLO, Cenni biografici sopra Andrea dr. Galvani di Cordenons, Pordenone, Tip. B. Castion, 1856, passim; G. CICONI, Udine e sua provincia, Udine, Trombetti Murero, 1862 (= Bologna, Atesa, 1974), 394-395; V. CANDIANI, Pordenone. Ricordi cronistorici dall’origine del Friuli a tutto il Novecento, Pordenone, 1902 (= ristampa a cura di A. Brusadini, Pordenone, Stavolta editore, 1976), 407-410; Alla esposizione. Storia di una fabbrica, «Patria del Friuli», 22 agosto 1903; T. PASQUALIS, Cordenonesi illustri, in Cordenons, Udine, SFF, 1963, 217; M. LUCCHETTA, 160 anni di storia della Ceramica Galvani di Pordenone, «La loggia» 3/1 (1971); A. ALVERÀ BORTOLOTTO, Ceramiche nel Friuli Occidentale. Catalogo della mostra (Passariano, giugnosettembre 1979), con Prefazione di G. Mariacher e contributo di M. Lucchetta, Pordenone, Comune di Pordenone, 1979; G. GANZER, La Famiglia Galvani. Appunti genealogici, in Andrea Galvani 1797-1855. Cultura e industria nell’Ottocento a Pordenone. Catalogo della mostra, a cura di G. GANZER, Pordenone, Studio Tesi, 1994, 7-15; I. MATTOZZI, I Galvani, Fabbricanti di carta (1744-1855), ibid., 17-41; F. CRIPPA, I Setifici Galvani, ibid., 77-89; N. e N STRINGA, Appunti per la Storia della Manifattura Galvani di Cristallina e terraglia (1811-1855), ibid., 103-125; F. CRIPPA, Andrea Galvani Studioso e Inventore, ibid., 127-161; A. ROSA, Appunti per una storia della Ceramica Galvani di Pordenone, in La ceramica Galvani di Pordenone: storia e sviluppo di una manifattura. Catalogo della mostra (Pordenone, 11 settembre-3 ottobre 2004), a cura di A. ROSA con la collaborazione del Museo civico d’arte di Pordenone, Pordenone, Pordenone Fiere, 2004, 8-14.

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