GIROLAMO DA STRIDONE

GIROLAMO DA STRIDONE (337 - 419)

santo

Immagine del soggetto

San Girolamo nello studio, affresco di Vitale da Bologna.

Tra gli ultimi decenni del secolo IV e gli inizi del successivo Aquileia fu un importante centro culturale della cristianità, grazie all’opera di uomini come Fortunaziano, Valeriano, Cromazio, Rufino e G. che lì avevano formato un «vero cenacolo culturale, destinato a irradiare il pensiero cristiano e a creare attraverso una serie di amicizie e di corrispondenze, ampi legami con tutto il mondo culturale di allora, da Ambrogio di Milano, a Massimo di Torino, da Agostino a Giovanni Crisostomo, da Gregorio Nazianzeno ad Atanasio» (Tramontin). G. nacque da famiglia cristiana e benestante nell’anno 347 circa a Stridone, di cui da sedici secoli non si conosce con sicurezza il sito e di cui non sapremmo neppure il nome se non ci fosse stato trasmesso dallo stesso G. nel De viris illustribus, 135: «Hieronymus natus patre Eusebio, oppido Stridonis, quod a Gothis eversum, Dalmatiae quondam Pannoniaeque confinium fuit». Da nessuno storico a lui contemporaneo, né da altra fonte attendibile possiamo trarre notizie sulla sua patria, tranne che dai suoi stessi scritti. Di essa infatti G. fece cenno in alcuni luoghi della sua produzione letteraria, ma in modo così ambiguo per i moderni lettori che, fin dal secolo XV, i passi in questione sono stati di volta in volta interpretati da tutti i contendenti a proprio favore senza raggiungere una concorde soluzione del problema. Perciò non pochi sono i luoghi che si gloriano di aver dato i natali al grande dottore della Chiesa. Esclusa l’opinione del Bulíć, che collocava la patria di G. a Grahovopolje nella Bosnia presso la frontiera dell’attuale Dalmazia in base all’arbitraria lettura di un’epigrafe (Corpus inscriptionum Latinarum, III, 9860), in cui sarebbero stati menzionati gli “Stridonenses”, l’ipotesi più attendibile pare quella del Cavallera, fondata su un’interpretazione inattaccabile dei testi geronimiani: egli riteneva così di poter situare l’“oppidum Stridonis” tra Aquileia ed Emona sulla frontiera orientale d’Italia, al punto d’incontro tra i confini della Dalmazia e della Pannonia. ... leggi Queste conclusioni, fondate sul testo del De viris, ricevono conferma dall’esame degli altri passi di G. suscettibili di chiarire il problema: si tratta soprattutto delle lettere familiari raggruppate all’inizio del suo epistolario e riferibili al primo soggiorno in Oriente, lettere indirizzate ad amici o a parenti, dove la questione della patria dell’autore si presenta più di una volta. A questo riguardo non è trascurabile il fatto che esse ci rimandano al territorio già indicato dal passo del De viris, territorio compreso per lo più fra Aquileia a ovest, Emona a nord e le isole del Quarnaro a sud. Ad Aquileia in modo particolare e nelle vicine Altino, Concordia ed Emona (Lubiana), G. dimostra infatti di avere le sue facili e consuete relazioni sociali e centri di amicizia, come quando affidò alle cure del vescovo, del clero e dei monaci di Aquileia l’assistenza spirituale della giovane sorella, che a Stridone non poteva trovare nel «sacerdos Lupicinus» (vescovo o prete che fosse) la guida spirituale necessaria: è logico pertanto supporre Stridone nelle immediate vicinanze di Aquileia per poter ammettere l’efficacia di una simile direzione; del resto fu proprio un diacono di Aquileia, Giuliano, che guadagnò a Dio l’anima della giovane donna (ep. 7: «Soror mea sancti Iuliani in Christo fructus est: ille plantavit, vos rigate, Dominus incrementum dabit»). Mandato presto a Roma per completare i suoi studi di retorica, seguì le lezioni del celebre grammatico Elio Donato e vi conobbe Rufino e Bonoso. I suoi scritti rivelano una lettura assidua dei classici latini e specialmente di Virgilio, mentre il suo sogno “anticiceroniano” (ep. 22, 30), realtà o finzione che fosse, rivela la forte suggestione che gli autori pagani esercitavano sul suo animo. Egli stesso racconterà più tardi infatti (375 forse) che durante un accesso di febbre fu rapito in ispirito e trascinato davanti al tribunale del Giudice, da cui si sentì rinfacciare: «Tu non sei cristiano, sei ciceroniano. Là dove è il tuo tesoro è anche il tuo cuore». Le fatiche dello studio in quel primo periodo romano anteriore al battesimo non gli impedirono una condotta quasi scapigliata in un ambiente frivolo, il cui ricordo era ancora vivo nel deserto di Calcide: «Oh quante volte quando ero nel deserto, in questa vasta solitudine riarsa dagli ardori del sole, che non offre ai monaci che un orribile ricovero, immaginavo di essere ancora in mezzo alle delizie di Roma. Io mi vedevo unito alle danze delle giovani fanciulle…» (ep. 22); tuttavia non mancava di visitare volentieri i sepolcri degli apostoli e le catacombe, con i suoi amici, a scopo di edificazione (Comm. in Ezech., XII, 40): Roma è anche la città dei martiri. Iscrittosi con Bonoso nella lista dei catecumeni, la notte pasquale del 366, ricevette il battesimo dalle mani di papa Liberio col proposito di cominciare un’altra vita. Da Roma si recò a Treviri nelle Gallie, dove scoprì la vita monastica e maturò la decisione di consacrarsi totalmente a Cristo. Poi soggiornò per qualche tempo ad Aquileia (370-374?), ormai completamente guadagnato all’ideale ascetico: qui infatti, assieme a Rufino, fece parte di quel gruppo di amici che conduceva comune vita ascetica sotto la direzione di Cromazio e che in seguito, pieno di ammirazione, ricorderà come un «coro di beati» (Chron., ad ann. 374). Partito per l’Oriente fra il 373 e il 374, soggiornò a lungo ad Antiochia, approfondendo lo studio della lingua greca. Da lì, si ritirò nel deserto di Calcide (a est di Antiochia) popolato di monaci, cercando la solitudine, le veglie, la penitenza e il lavoro. Vi rimase per un periodo di tre anni fra il 375 e il 378, apprendendo l’ebraico (egli è il primo padre latino che conosce l’ebraico), diviso tra le lettere profane e le lettere sacre. Disgustato e deluso della condotta litigiosa degli eremiti fra sospetti e accuse reciproche di eresia, abbandonò il deserto per ritornare ad Antiochia, dove frequentò le lezioni esegetiche di Apollinare di Laodicea, il futuro eretico, e si lasciò ordinare prete dal vescovo Paolino nel 379, a patto di conservare la propria indipendenza come monaco. Ad Antiochia cominciò un’intensa attività letteraria che non abbandonò più: qui scrisse la vita di Paolo eremita, che inviò al suo amico Paolo da Concordia. Quindi si trasferì a Costantinopoli, ove restò ammaliato da Gregorio da Nazianzo, che lo entusiasmò per il metodo esegetico di Origene, di cui tradusse in latino alcuni scritti. Sembra che in questo periodo, avviata l’attività di traduttore, abbia redatto la Cronaca, traducendo e rimaneggiando l’opera di Eusebio di Cesarea. Ebbe allora rapporti di amicizia anche con Gregorio Nisseno. Il suo secondo soggiorno a Roma fra il 382 e il 385 esercitò una decisiva influenza sulla sua attività letteraria: divenuto infatti amico e segretario di papa Damaso, erudito e poeta, e, avuto da lui l’incarico di rivedere la versione del testo latino della Sacra Scrittura (l’Itala), non cessò più di occuparsi della Bibbia, di cui fornì, nel giro di un ventennio, una nuova traduzione, più tardi denominata Vulgata. Oltre allo studio della Bibbia, alla corrispondenza e alla collaborazione con papa Damaso, dovette sostenere anche la polemica con Elvidio, nemico del monachesimo e negatore della perpetua verginità di Maria, con un opuscolo (Adversus Helvidium del 383) molto interessante dal punto di vista esegetico. Divenuto il consigliere biblico e il direttore spirituale di un gruppo di asceti, al quale appartenevano soprattutto molte dame della nobiltà romana, come Marcella, Paola e sua figlia Eustochio, dopo la morte di Damaso, non gli mancarono accuse grossolane e malevole (amicizia con Paola), mossegli dalla società elegante di Roma e più ancora dai chierici mondani da lui aspramente fustigati, così che nell’agosto 385 preferì abbandonare l’Urbe, protestando la sua innocenza, e, col fratello minore Pauliniano, riprese per la seconda volta la via dell’Oriente. Seguito poco dopo da Paola e da Eustochio, nel 386 si stabilì definitivamente a Betlemme, dove il ricco patrimonio di Paola consentì la costruzione di tre edifici, uno per le vergini da lei stessa presieduto, uno per i monaci diretto da G. e uno per ospitare i numerosi pellegrini. Il periodo del suo soggiorno a Betlemme, durato fino alla morte per oltre trent’anni, fu un tempo di instancabile attività letteraria, grazie anche alla ricca biblioteca e al considerevole schedario, frutto delle sue pregrinazioni studiose; ma fu anche un tempo di interminabili polemiche, condotte spesso con durezza, che lo posero al centro di molte questioni allora dibattute. La polemica origeniana, scoppiata in seguito all’attacco condotto dal vescovo Epifanio di Salamina, «spirito angusto e inquisitore nato» (Hamman), contro alcune tesi del maestro alessandrino (come un certo subordinazionismo da lui introdotto fra le persone della Trinità, l’allegorismo spinto nell’interpretazione delle Scritture, la dottrina sull’origine delle anime e l’escatologia), ebbe in Occidente scarsa risonanza, se si eccettua il contrasto fra G. e Rufino, dal momento che le opere di Origene vi erano quasi sconosciute. Epifanio, oltre a combattere Origene nei suoi scritti, si adoperò anche per ottenere che fosse condannato, riuscendo così, in Palestina, a tirare dalla sua parte G., fino ad allora fervente origeniano, ma incontrando una decisa ostilità da parte del vescovo Giovanni di Gerusalemme e di Rufino. Il voltafaccia di G. provocò la sua rottura con Rufino, a cui forse contribuì anche una certa gelosia insorta fra i due monasteri da loro stessi fondati a Betlemme e, rispettivamnete, a Gerusalemme. Il doloroso contrasto fra i due amici di un tempo, deplorato con oneste parole da Agostino (ep. 73), fu provocato dalla prefazione di Rufino (398) alla sua traduzione dell’opera teologica più importante di Origene, il Periarchon o De principiis, in cui Rufino dichiara di aver voluto eliminare quei punti che contrastano più evidentemente con la fede cattolica, secondo il criterio già inaugurato da G.: non era difficile concludere che Rufino avesse inteso valersi dell’autorità di G. per diffondere più facilmente la sua traduzione col rischio di far passare lo Stridoniate per un fautore del teologo alessandrino. La reazione di G., sollecitato anche da alcuni fedeli amici degli ambienti antiorigeniani di Roma, si concretò in tre scritti: la traduzione integrale del De principiis (andata perduta) per poter individuare immediatamente i punti in cui Rufino aveva modificato l’originale, una lettera (ep. 81) a Rufino per lamentarsi di essere stato attaccato nella prefazione del De principiis e una lettera agli amici Pammachio e Oceano (ep. 84), dove G. si duole del torto subito, si difende dalla presunta taccia di origenista e attacca i partigiani di Origene. Rufino si difese con una breve Apologia indirizzata a papa Anastasio (400) per riaffermare la sua ortodossia e con la più ampia Apologia contro Girolamo in due libri (400-401) per difendersi dalle accuse contenute nella lettera 84 dello Stridoniate. Di fronte alla violenta replica di quest’ultimo, Rufino preferì porre fine alla polemica, consigliato in tal senso anche da Cromazio. Questi pochi cenni sono sufficienti a inquadrare una vicenda che solo marginalmente dovette interessare la cristianità locale, qualora si consideri che conosciamo rarissime affermazioni di Cromazio in grado di riflettere l’eco della polemica origeniana contro la natura del corpo risorto. In quegli anni (392) G. scrisse la sua storia degli Uomini illustri (De viris illustribus), tracciando, sul modello di Svetonio, un catalogo ragionato di centotrentacinque scrittori cristiani o connessi col cristianesimo, a cominciare da Simon Pietro per finire con se stesso: si può dire che si tratti della prima patrologia della storia cristiana, scritta in latino. Allora uscirono anche i suoi scritti polemici contro Gioviniano (393), che negava la superiorità della verginità rispetto allo stato matrimoniale, e contro Vigilanzio (404) per difendere il culto dei santi e delle reliquie, mentre la controversia pelagiana, il timore delle invasioni barbariche, la morte di Paola (402-403) e di Eustochio (419), e il sacco di Roma (410) turbavano la quiete monastica e amareggiavano i suoi ultimi anni. Morì il 30 settembre del 419 o 420, ammirato già dai contemporanei come l’unico “vir trilinguis” per la sua conoscenza del latino, del greco e dell’ebraico. G. non solo tradusse la Bibbia, ma ne commentò anche una parte notevole, valendosi dell’invidiabile conoscenza dell’ebraico, di nozioni storiche e geografiche, piuttosto rare fra gli scrittori antichi, e di una naturale tendenza per la critica testuale; gli mancava invece una particolare attitudine nel campo della teologia speculativa. Egli tenne sempre moltissimo alla purezza della fede e si guardò bene dall’affacciare opinioni audaci o geniali, come fecero Origene e, in certo modo, sant’Agostino, così che i suoi scritti sono un’ottima fonte per la conoscenza della tradizione ortodossa (Penna). L’epistolario di 117 lettere autentiche riguarda circa mezzo secolo e quindi tutto il periodo della sua attività letteraria. Vi si possono distinguere lettere di carattere personale e familiare, ascetiche, polemico-apologetiche e scientifiche. Notevoli, fra le altre, l’ep. 22 a Eustochio, un vero trattatello sulla verginità, e l’ep. 52 al giovane prete Nepoziano, avviamento alla vita sacerdotale. «Le lettere ci danno un ritratto completo dell’uomo, di volta in volta asceta, direttore spirituale mordente, di una ironia sferzante, capace di emozione e di lacrime. Capolavoro di eleganza, di vivacità e sovente di violenza, che nessuna ascesi purtroppo ha saputo imbrigliare» (Hamman).

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Bibliografia

F. CAVALLERA, Saint Jérôme, sa vie et son oeuvre, Louvain-Paris, U. Catholique, 1922; A. PENNA, Girolamo, BS, 6, 1965, col. 1109-1131; B. ALTANER, Patrologia, Torino, Marietti, 1968, 409-420; A. HAMMAN, Guida pratica dei Padri della Chiesa, Milano, Ancora, 1968, 245-257; S. TRAMONTIN, Origini del cristianesimo nel Veneto, in Storia della cultura veneta, 102-123; CUSCITO, Cristianesimo antico, 191-193, 233-238; Y.M. DUVAL, Aquilée et la Palestine entre 370 et 420, in Aquileia e l’Oriente mediterraneo, Udine, AGF, 1977 (Antichità altoadriatiche, 12), 263-322; ID., Chromace et Jérôme, in Chromatius episcopus 388-1988, Udine, AGF, 1989 (Antichità altoadriatiche, 34), 151-183.

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