GRADENIGO GIAN GIROLAMO

GRADENIGO GIAN GIROLAMO (1708 - 1786)

teatino, arcivescovo di Udine

Immagine del soggetto

Ritratto ideale dell'arcivescovo Gian Girolamo Gradenigo, pittore anonimo settecentesco (Udine, Museo diocesano e gallerie del Tiepolo).

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Verso della medaglia celebrativa coniata per la posa, il 23 giugno 1782, della prima pietra del nuovo ospedale di Udine nell'ex convento francescano, voluto da Gian Girolamo Gradenigo.

Nacque a Venezia il 19 febbraio 1708 da Giovanni ed Elisabetta Contarini. Come era consuetudine presso le famiglie di tradizione aristocratica, dopo aver ricevuto la prima educazione in ambito domestico fu inviato a Ferrara presso il collegio dei gesuiti; rientrato a Venezia per continuare la sua formazione religiosa in seno all’ordine dei Teatini, vestì l’abito nell’estate del 1727 e il 2 agosto dell’anno seguente fece la sua professione di fede nella casa di S. Nicola di Tolentino. Il suo percorso, finalizzato al conseguimento di una solida istruzione ecclesiastica, lo portò ancora a Piacenza, dove si dedicò allo studio della filosofia, e a Milano dove perfezionò gli studi teologici e si dedicò all’apprendimento della lingua greca; negli anni Trenta si trasferì infine a Padova per affinare le sue competenze in ambito giuridico. Le sue qualità intellettuali non sfuggirono al cardinale Angelo M. Querini, che lo chiamò a Brescia nel 1735 per affidargli la cattedra di teologia nel seminario cittadino, incarico che ricoprì per quindici anni, fino al 1750, anno nel quale gli fu attribuita la carica di preposito della casa teatina. La sua carriera ecclesiastica fu resa ancor più prestigiosa dalla nomina, nel 1753, a presidente del capitolo generale dell’ordine e visitatore delle case teatine del dominio veneto. Durante questo ininterrotto periodo di permanenza nella città lombarda, il G., oltre ad approfondire le proprie conoscenze teologiche, ebbe modo di sviluppare un grande interesse per gli studi letterari e per l’erudizione bibliografica, passioni che si espressero, tra l’altro, nella riorganizzazione ed arricchimento della Biblioteca del seminario e nella stesura, in prima persona, del catalogo della Biblioteca capitolare nel 1755. Quando partecipò al capitolo generale dell’ordine, che si tenne a Roma nel 1756, lo stesso pontefice Benedetto XIV richiese i suoi servigi proponendogli una nomina a consultore dell’Indice ed esaminatore del clero, responsabilità cui egli si sottrasse, nonostante potessero rappresentare un utile mezzo per accedere alle più alte cariche ecclesiastiche, preferendo rientrare a Brescia. ... leggi Nel 1764 accompagnò suo cugino Andrea Gradenigo, ambasciatore veneto, in un viaggio a Parigi, e colse questa occasione per ampliare le sue conoscenze letterarie ed allacciare relazioni erudite; durante questa permanenza, che non si limitò soltanto alla capitale, ma si estese anche ad alcune delle principali città francesi, egli ebbe modo di visitare numerose biblioteche, delle quali lo interessavano sia l’impianto architettonico sia l’organizzazione delle raccolte. In particolare lo colpì la biblioteca scelta di opere in lingua italiana di monsignor Flonchel, con il quale in seguito avviò una corrispondenza epistolare, e al quale procurò la cooptazione come membro dell’Accademia di Brescia. Mentre ancora si trovava in Francia, il G. fu raggiunto dalla notizia della sua nomina a procuratore generale dell’ordine, incarico che avrebbe comportato il definitivo trasferimento a Roma; prima di assumere la nuova funzione egli volle però soggiornare brevemente a Udine per fare visita al fratello Bartolomeo, arcivescovo di quella diocesi dal 1762, il quale già da tempo era sofferente per una grave malattia. L’insediamento a Roma nella nuova veste di procuratore avvenne il 24 ottobre 1765: soltanto due mesi più tardi il G. apprese della morte del fratello, e della quasi contemporanea decisione del Senato veneto di nominarlo nuovo arcivescovo della diocesi udinese. Consacrato da papa Clemente XIII il 2 febbraio del 1766, egli fece il suo ingresso solenne a Udine il 15 giugno; poche settimane più tardi il doge di Venezia lo investì anche della giurisdizione sull’abbazia di Rosazzo. La sua politica ecclesiastica fu subito impostata in modo che avessero uguale importanza i provvedimenti finalizzati a sostenere e rafforzare la vita religiosa della diocesi, tema che egli trattò nella sua prima lettera pastorale, emessa subito dopo l’insediamento, e il proposito di raccogliere l’eredità dei suoi predecessori, Dionisio Dolfin in particolare, attuando molte iniziative in ambito culturale. Un tentativo di compromesso tra questi due aspetti si può già ravvisare nella scelta di promuovere nel 1766, poco dopo il suo insediamento a capo dell’arcidiocesi, la nascita della Tipografia del Seminario in collaborazione con lo stampatore Antonio Del Pedro, con lo scopo di favorire la diffusione di testi scolastici, catechetici e di divulgazione teologica: l’eccessivo condizionamento esercitato dall’istituzione di riferimento nelle scelte editoriali comportò però una produzione piuttosto ripetitiva e di qualità scadente che condusse l’impresa alla chiusura definitiva nel 1781. L’attività pastorale del G. fu indirizzata a tener viva la fede sul territorio promuovendo il culto di personaggi particolarmente cari alla popolazione, come avvenne nel caso della beata Benvenuta Boiani e della beata Elena Valentinis: provvedimenti che però non trovarono immediato riconoscimento presso le gerarchie ecclesiastiche nonostante l’impegno dell’arcivescovo. Consapevole del senso di isolamento ed abbandono che molte chiese, soprattutto quelle poste nelle zone più periferiche e difficili da raggiungere, pativano, il G. si servì frequentemente delle visite pastorali alle parrocchie come di uno strumento indispensabile a rendere tangibile il suo operato e in generale vide nella presenza fisica sul territorio uno dei mezzi più efficaci per il controllo della sua giurisdizione. Un altro punto di forza del governo della sua diocesi consisteva nel costante sostegno offerto alle opere di carità e di pubblica utilità, un esempio del quale è rappresentato dall’apertura, nel 1768, della chiesa udinese della Madonna di Carità, punto di riferimento dell’omonima pia casa, un orfanotrofio per bambini e bambine fortemente voluto dall’oratoriano Filippo Renati: dal momento che quest’ultimo era morto improvvisamente prima di portare a termine il suo progetto, l’arcivescovo G. decise di subentrargli per dare all’intera Patria del Friuli una struttura di accoglienza per l’infanzia. Sollecitato dalle richieste dei cittadini, egli si fece anche promotore di un progetto di trasferimento ed ampliamento dell’ospedale, per il quale era stata ipotizzata una nuova collocazione nell’ormai dismesso convento francescano. L’ordinario diocesano riuscì a mobilitare le comunità parrocchiali giungendo a raccogliere una grossa somma da destinare ai lavori di costruzione. Dopo aver contattato personalmente un architetto, il veneziano Pietro Bianchi, seguì con scrupolo i lavori di progettazione fino alla posa della prima pietra, che egli effettuò in una solenne cerimonia il 23 giugno 1782. Nell’ambito di pertinenza più strettamente culturale, egli dispose l’ampliamento e l’ammodernamento della sede del seminario, prevedendo per l’istituzione anche una radicale revisione della struttura didattica: negli anni del suo governo dell’arcidiocesi furono aperte le scuole di base per l’insegnamento della grammatica, poesia e retorica, provvedimento che scatenò la veemente reazione dei barnabiti che fino a quel momento ne avevano detenuto l’esclusiva. Il suo progetto di potenziamento del seminario comportò anche una qualificazione dell’insegnamento fino al livello universitario, per il quale ottenne dallo Studio di Padova l’autorizzazione a conferire la laurea in teologia. Nel 1768 rifondò, con radicali cambiamenti, l’Accademia ecclesiastica la cui attività si era spenta dopo la morte di Daniele Dolfin: tra le modifiche statutarie più rilevanti figura l’ammissione anche alle religiose, l’apertura a studiosi ed eruditi non soltanto ecclesiastici e l’affidamento del compito di valutare preliminarmente le dissertazioni a due censori chiamati da Padova. Gli interventi di maggior rilievo in ambito culturale sono comunque quelli che riguardano la Biblioteca patriarcale. L’istituzione, fondata dal patriarca Dionisio Dolfin nel 1708, era stata oggetto di attenzioni da parte di tutti i successori del suo realizzatore, ma il G. attuò una serie di provvedimenti che ne valorizzarono sostanzialmente la funzione. Per garantire adeguatamente la copertura delle spese di manutenzione ed aggiornamento bibliografico egli destinò a tale scopo la rendita derivante dai legati dell’abbazia della Follina, che ammontava a 500 scudi, e ne regolamentò al pubblico l’apertura, che fino a quel momento era stata saltuaria. Sfruttando le sue conoscenze personali con eruditi e studiosi, italiani e stranieri, affidò a numerosi intermediari l’incarico di seguire gli acquisti per incrementare il patrimonio della biblioteca; memore dell’esperienza bresciana ed affidandosi alle sue personali conoscenze bibliografiche, si preoccupò tra le altre cose di dotare la biblioteca di un adeguato numero di repertori e cataloghi delle principali biblioteche del Settecento. Nel ventennio (1766-86) del suo governo della diocesi la biblioteca incrementò il proprio patrimonio di 2843 edizioni per un totale di 6070 volumi, come testimonia il catalogo delle edizioni introdotte in biblioteca dall’arcivescovo stilato dal bibliotecario Antonio Sabbadini. Ben presto le acquisizioni raggiunsero una tale consistenza da richiedere l’apertura delle colonne ornamentali degli armadi della biblioteca allo scopo di ricavarne nuovi scaffali. Nonostante il G. coltivasse interessi personali per la teologia e la pastorale, indirizzò le acquisizioni per la biblioteca in tutti gli ambiti disciplinari, compresi quelli marcatamente laici. Come già aveva fatto a Brescia per la Biblioteca del seminario e per quella capitolare, si preoccupò di dotare la propria biblioteca anche dei necessari strumenti catalografici che ne registrassero il patrimonio: nel 1770 circa commissionò al bibliotecario Sabbadini la stesura del catalogo dei libri a stampa della biblioteca, che tuttora è conservato ed è costituito di due grossi volumi manoscritti; al gesuita Gian Domenico Coleti conferì l’incarico di catalogare i manoscritti italiani e latini, e analogo compito fu assegnato a Giacomo Serafini, professore di retorica del seminario cittadino, per i codici greci. Domenico Ongaro, suo stretto collaboratore, si occupò di redigere un elenco di consistenza dei codici dell’abbazia di Moggio. Nel 1783 il G. fece stilare il suo testamento, nel quale stabilì una serie di donazioni a favore dell’ospedale, della pia casa della Carità e di alcune parrocchie che aveva individuato come più bisognose; alla biblioteca fu destinata una rendita annua accompagnata da precise disposizioni riguardo alla nomina del bibliotecario e la gestione dell’istituzione. Colpito da una grave malattia, nominò alcuni coadiutori, nella speranza di alleggerire il carico di lavoro e migliorare il suo stato di salute, ma non fu sufficiente. Morì a Udine il 30 giugno 1786.

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Bibliografia

ACAU, 925.

MARCHETTI, Friuli, 759; PASCHINI, Storia, 860-861; DBF, 405; In funere Joannis Hieronymi Gradonici ex congregatione clericorum regularium archiepiscopi Utinensis. Oratio habita in ecclesia metropolitana V. non. iul. an. MDCCLXXXVI a Claudio Voraleo primicerio, Udine, Murero, 1786; Orazione funebre per l’illustrissimo, e reverendissimo monsignor Gio. Girolamo Gradenigo arcivescovo di Udine detta nella veneranda chiesa del pio Ospitale maggiore di essa città dal co. Gaspare de Sbruglio, Udine, Murero, 1787; G.P. DELLA STUA, Vita di mons. Giangirolamo Gradenigo arcivescovo di Udine scritta dall’abate Giovanni Pietro della Stua pubblicata dal Seminario arcivescovile pel solenne ingresso di sua e.za il.ma e r.ma mons. Giovanni Maria Berengo alle sede udinese, Udine, Patronato, 1885; Grado, Venezia, i Gradenigo. Catalogo della mostra (Venezia, 1 giugno-22 luglio 2001), a cura di M. ZORZI - S. MARCON, Monfalcone, EdL, 2001.

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