IANIS FRANCESCO

IANIS FRANCESCO (1425 - 1522)

giurista, letterato

F. I., figlio del notaio tolmezzino Bartolomeo, nacque probabilmente verso la metà del secolo XV e dopo aver compiuto gli studi di “humanae litterae” nella città natale, come molti giovani delle famiglie facoltose, si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova. Secondo Fulin «Procacciatosi fama di valente giureconsulto e di facondo oratore, aveva nel 1497 ottenuto l’onore della cittadinanza udinese ed era stato successivamente chiamato agli ufficî più gravi nella sua patria». Il 20 luglio 1505, il Parlamento del Friuli lo inviò come ambasciatore alla Signoria di Venezia ed ottenne la revoca del dazio imposto sulla seta; perciò fu ricompensato dalla città di Udine con il conferimento della nobiltà; per il suo ingegno fu chiamato alle più alte cariche, ottenendo fama e ricchezza, tanto da riuscire in poco tempo a costruirsi un signorile palazzetto in stile lombardo in contrada Savorgnana. Improvvisamente la sua vita subì un brusco cambiamento: amico di Antonio Savorgnan, passato nel partito filoaustriaco e protagonista tristemente famoso delle stragi compiute nella “zobia grassa” del 1511, cadde in disgrazia; venne arrestato, trasferito a Venezia e sottoposto a processo. Non fu condannato, ma costretto a fissare la dimora nella città lagunare dove riprese l’esercizio dell’avvocatura e, a conferma della fama di cui godeva anche fuori regione, si ricorda che l’11 novembre 1518 sostenne con altri valenti giureconsulti una pubblica disputa nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. Si era nel frattempo aperta una questione tra la Spagna e Venezia che chiedeva la liberazione di navi e merci di sudditi veneziani, sequestrate da alcuni mercanti spagnoli come rappresaglia per presunti danni patiti (Puppini). La causa doveva essere risolta in Spagna, ma l’ambasciatore veneto Francesco Corner non si sentiva competente in questioni di diritto. ... leggi Data la reputazione di giurista ed oratore dello I., si ricorse a lui; fu rivisto il processo e fu lasciato libero di tornare in patria e gli fu affidato l’incarico di trattare la missione con Carlo I, re di Spagna, eletto imperatore col nome di Carlo V il 28 giugno 1519 a Francoforte. Il viaggio in Spagna, compensato con 60 ducati al mese, si svolse tra l’8 febbraio 1519 e il 30 aprile 1520. Di esso lo I. tenne un diario andato perduto; ne è conservato solo il Sumario di Marino Sanuto, dal quale si deduce che si fosse trattato di un viaggio iniziato nella storia e nella cultura italiana, dall’antica Roma alle dominazioni straniere dei tempi più recenti. Trascorse infatti cinque giorni a Roma tra le grandiosità testimoniate dal patrimonio archeologico; visitò il paese di Ottaviano Augusto e la villa di Cicerone; soggiornò poi per più di un mese a Napoli («è come uno scorpion, qual habi distese le braze»), visitò la tomba di Virgilio, trascorse nove giorni a Pozzuoli, a Baia e sul lago Averno; infine, prima di salpare, visitò la spelonca della Sibilla a Cuma. Giunse in Spagna dopo aver rischiato il naufragio, perché «dete quasi la nave in saxi di l’isola di Helva» e aver attraversato la regione popolata dai pirati, percorrendo i sentieri che videro passare Annibale diretto in Italia con i suoi elefanti. Descrisse con cura le varie città, le campagne con la loro vegetazione e le coltivazioni. Sulla via del ritorno fece una lunga sosta ad Avignone dove visitò il convento e la chiesa dei frati minori, dove «si leze raxon canonicha et civil per dotori pagadi dal papa, et hora lezevano do Bolognesi. […]. Qui è, sotto uno portico di la chiesia, depenta una figura di S. Zorzi, che varda il serpente (e lì è una donzela di mirabil beleza retrata, Madona Laura), dove è scriti 4 versi che fe’ il Petrarcha». Nel suo diario di viaggio F. I. ebbe modo di rivelare la sua solidissima cultura umanistica, dimostrando di eccellere non solo nell’arte oratoria, ma anche nella versificazione e nell’epistolografia. Per quanto riguarda la poesia, trovava l’occasione di scrivere in latino diversi epigrammi, ora alla maniera di Marziale (ne aveva dato una prova a Udine contro un arricchito che aveva comprato il titolo nobiliare). Ora rendendo omaggio al Panormita: «Adducti Bajas sociorum quisque subivit / Antra loci; solus mansi ego Putheolis. / Sed mihi non desit subeam quo pronus et antrum: / Foemina me cunni traxit in antra sui». A Napoli l’incontro più importante fu quello con Jacopo Sannazaro «patricio napoletano, richo e doto, e chiaro di costumi», già celebre dopo la pubblicazione nel 1504 dell’Arcadia, per il quale scrisse un breve componimento poetico di tono oraziano, dedicandolo all’amico Francesco Cari col titolo Dialogus ad Carium. Per quanto riguarda l’epistolografia, da una sua lettera «scritta per domino Francesco Tolmezo doctor al magnifico conte domino Hieronymo Savorgnan, data a Barzelona, à dì 2 Luio 1519», si comprende che, pur in volgare, egli la riteneva un “opus rethoricum maximum” e che il modello era senz’altro la lettera a Francesco Vettori del Machiavelli, del quale dimostra di conoscere l’opera, derivandovi stilisticamente soprattutto l’utilizzo di un lessico latinizzato secondo il costume del tempo («letitia», «displicentia», «nocte», «lapso», «dextra», «percutiente», «expectato», «obito», «aere», «captivate»), che impreziosisce la scrittura della missiva. Merita riportare la presentazione del re Carlo ancora in lutto per la recente morte dell’avo Massimiliano I: «È di anni XX, statura mediocre, faza longa, satis grata parumque affabilis. […] Imprimis, questo Re agit, ut scitis, vigesimum annum; de persona alto quanto vuj, biancho et magro come soleno esser zoveni de quella età; et quantunque in faza non molto se renda grato, tamen cavalcha bene, et se adopera bene con la persona. El vestir suo et de tutta la corte è lugubre, per l’obito di la Maestà de l’avo Imperator. Dui zorni l’ho visto fora de lucto. […] Qui se vede pompa grande di vestimenti d’oro e de seda, de zoje et altri ornamenti. […] Il vestir lugubre si continuerà fino al capo d’anno, nisi occorra el sia electo Imperator, che cussì dover esser l’hanno hormai per comperto. Questo Principe, magnifice domine, è grande e potente; Dio voglia che fra Cristiani el sia quieto! […] Da poi basato la mano al Cattolico, ho atteso al negotiar mio, et cum diversi doctori mandati ad crivellarme; […] gratia Dei, non credo aver fatto vergogna a la patria». Riferendo un alterco tra un conte italiano e un nobile spagnolo, quest’ultimo «ad usanza furlana subito li havé donato un schiaffo»; dove lo I. sentenzia: «vedo il nostro Taliano ad mal partido in Spagna, dove chi vol esser lievo de lengua, bisogna el sia manu prompto». F. I. seguiva il re nei suoi spostamenti, tra ritiri in convento, cacce e giochi, tra divertimento e fede, tra bigottismo e licenziosità: infatti, oltre alle chiese e ai luoghi di pellegrinaggio allude a monasteri femminili dalla «gran licentia di viver». Ebbe anche l’occasione di ampliare le sue conoscenze su quel paese e di interessarsi ai viaggi che si venivano compiendo proprio in quegli anni verso il Nuovo Mondo scoperto da Cristoforo Colombo. Al rientro a Venezia riscosse l’approvazione del doge per la missione felicemente conclusa e gli fu concesso di tornare a Udine. Per il prestigio conseguito, poco dopo fu nominato vicario del podestà di Padova. Conclusosi anche questo incarico, rientrò definitivamente a Udine dove, nonostante gli onori tributati dagli estimatori, sopravvivevano antichi odi. Infatti Girolamo di Federico di Colloredo, volendo vendicare la morte del padre assassinato durante i disordini e le stragi del 1511 in quanto avversario del Savorgnan, tese un agguato allo I. ritenendolo l’ispiratore di quell’atto, e lo ferì gravemente. Così descrive lo Joppi l’episodio: «Il 21 luglio 1521 mentre quel povero vecchio dal Tribunale Patriarcale, che era presso la chiesa di S. Antonio Abate, transitava sotto il voltone della porta interna di Cividale ora detta Torre di S. Bartolomeo, dal Colloredo proditoriamente fu ferito gravemente al capo ed al braccio destro». Sembrava sulla via della guarigione quando invece morì improvvisamente il 19 dicembre 1522, come si legge in un documento dell’Archivio notarile di Udine. Interessato anche alla cultura materiale, lo I. va pure ricordato, per aver introdotto dalla Spagna in Friuli il «delizioso pero che porta ancora il suo nome».

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Bibliografia

CAPODAGLI, Udine illustrata, 241-242; LIRUTI, Notizie delle vite, IV, 399-400; V. JOPPI, Tre lettere inedite a Girolamo Savorgnano (1519-1527), Udine, Seitz, 1871, 15-19; M. SANUTO, Viaggio in Spagna di Francesco Ianis di Tolmezzo compendiato da Marino Sanuto, a cura di R. FULIN, «Archivio veneto», 22 (1881), 62-66; DELLA PORTA, Case, no 425, 152; F. BIANCO, La «crudel zobia grassa». Rivolte contadine e faide nobiliari in Friuli tra ’400 e ’500, Pordenone, Centro studi Menocchio/Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1996; PUPPINI, Tolmezzo, 236-238.

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