ILARIO E TAZIANO

ILARIO E TAZIANO

santi, martiri

Immagine del soggetto

Sant'Ilario in un affresco nella cripta della basilica aquileiese.

L’uno vescovo e l’altro diacono di Aquileia della seconda metà del secolo III. Ancor meglio che per i santi Ermagora e Fortunato, anche per questi santi c’è una significativa concordanza tra il Catalogo episcopale di Aquileia e il Martirologio geronimiano, quantunque si tratti di due categorie e ordini di fonti distinti nella redazione e nella destinazione. La coppia, che richiama quella di Ermagora e Fortunato, forse allude a una consuetudine aquileiese d’un ecclesiastico che, affiancando il vescovo (a Parenzo sarebbe indicato come arcidiacono), potrebbe essere stato destinato a succedergli. Nel Martirologio geronimiano la loro memoria cade il 16 marzo (con una ripetizione il 17 dello stesso mese): «in Aquileia Hilari Tatiani», con un riferimento a Ilaro (da cui Ellero) anziché a Ilario e con la possibilità che “Tatianus” corregga una consueta indicazione etnica, “Datianus”. Come già per Ermagora, c’è stato chi ha pensato a un’appropriazione da parte di Aquileia di reliquie di un martire forse pannonico, più tardi identificato col vescovo del Catalogo aquileiese (Picard, 583). La “passio”, che fu elaborata relativamente tardi, si ispira a quella di Ermagora ed ha pregevoli qualità stilistiche. Accanto a dati alquanto generici e convenzionali ci sono indicazioni particolari nel ricordo dei cristiani che subirono con essi il martirio (Felice, Largo e Dionigi), i cui nomi possono essere stati ricavati da accostamenti avvenuti nel culto nell’alto medioevo, e soprattutto nell’attribuzione del martirio al tempo dell’imperatore Numeriano, tra il 283 e il 284. Questo riferimento però fu fatto anche per altri martiri dell’area aquileiese (Servolo di Trieste, Mauro di Parenzo, Germano di Pola, Pelagio di Emona/Lubiana, Massimiliano di Celeia/Celje): sennonché non si ha notizia alcuna che questo imperatore avesse mai indetto una persecuzione contro i cristiani. ... leggi Oltretutto egli non governò mai in quest’area né a Roma (qui anzi governava Carino, che ebbe un atteggiamento semmai filocristiano), per cui è possibile che dietro al suo nome ce ne sia un altro, forse Decio, e quindi che il martirio sia da anticipare di qualche tempo. Ad Aquileia esistette fino agli anni Settanta del Settecento una memoria ottagonale dedicata a sant’I. (e a Ognissanti), che sorgeva esattamente sul cardo della città, immediatamente a sud del foro, forse a indicare il luogo dell’arresto o la prossimità del luogo in cui I. fu condannato. Recentemente è stato proposto di vedere nell’edificio un enorme torrione che avrebbe fatto parte di un muro di difesa della città innalzato attorno alla metà del secolo VI; dovendosi riconoscere questa corrispondenza, è più ragionevole pensare che il “martyrium” sia stato adattato a torrione, quasi perno del sistema di difesa. Un indizio utile è dato dalla coincidenza tra il nome ricordato dal Martirologio e quello che il Catalogo pone al secondo posto tra i vescovi di Aquileia, dopo Ermagora. Il Carmen gradese del secolo IX associa i due nomi: «Helarus sacer, deinde Tatianus socius». La Chronica patriarcharum Gradensium riferisce che Paolo, vescovo di Aquileia, fuggendo a Grado nel 568, portò con sé tante reliquie aquileiesi, ivi comprese quelle di I. e T. Il primo non ebbe un culto particolarmente diffuso: si distingue la venerazione che ebbe a Venezia (ammesso che sia lo stesso santo) e poi a Gorizia in una chiesa sorta nella città inferiore e documentata almeno nel 1342. Questa divenne parrocchiale nel 1460, staccandosi Gorizia dalla parrocchia di Salcano. Nella basilica di Aquileia la figura di I. è affrescata nell’abside maggiore (1031), tra i santi storicamente fondamentali del patriarcato, ma anche nell’abside di sinistra, di poco più tardi dove a “S. Ilarus” è affiancato un “S. Largius” (la terza figura, senza nome, non può essere che san T., indossando gli abiti del diacono). Nella cattedrale metropolitana di Gorizia si conservano due busti lignei dipinti con le reliquie dei due santi: risalgono alla fine del secolo XV e sono di fattura tirolese o carinziana.

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Bibliografia

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